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Economia / Opinioni

Il condono fiscale nella Legge di bilancio a misura di ricchi che ci siamo persi

Presentata come una manovra dalla parte dei redditi medio-bassi, in realtà, li penalizza, non offrendo una reale riduzione delle imposte e aumentando i costi dell’energia. La lotta all’inflazione e la prevenzione degli extra-profitti sono uscite dai radar mentre è passata sotto silenzio una sanatoria. L’analisi di Remo Valsecchi

© Frank Flores - Unsplash

La Legge di bilancio 2024 è stata approvata ma in pochi ne spiegano gli effetti. È probabile che quasi nessuno l’abbia realmente analizzata, limitandosi a commentare il comunicato stampa del ministero dell’Economia. Del resto, è quasi impossibile il contrario: da decenni infatti la legge è fatta di un solo articolo e centinaia di commi. Quest’anno sono 561. La Legge di bilancio, così confezionata, è illeggibile. 

L’approvazione definitiva alla Camera è avvenuta senza l’abituale e antidemocratico “voto di fiducia”, cioè una votazione da parte dei parlamentari a scatola chiusa, annullando la loro funzione legislativa e trasferendola al governo che dovrebbe, invece, essere l’organo esecutivo della loro volontà politica. Una novità, anche se il voto di fiducia è stato imposto al Senato. Se, però, grazie a un sistema elettorale ancora più antidemocratico, il 26,73% dell’elettorato attivo consente di avere una maggioranza del 60% alla Camera è evidente che non serve il voto di fiducia ma è sufficiente imporre ai propri deputati come agire per ottenere un voto di fiducia mascherato da scelta democratica. L’attuale opposizione, quella che nel passato è stata maggioranza, non ha detto praticamente nulla, del resto quando governava faceva la stessa cosa. La questione preoccupa, anche in vista dell’elezione diretta del presidente del Consiglio, perché la circostanza ricorda la Legge Acerbo del 1923. Fu il premio di maggioranza che portò alla cancellazione del diritto di voto. 

Ma veniamo alla manovra. Un provvedimento che, nel merito, è motivo di perplessità nonostante l’obiettivo dichiarato sia quello di sostenere i redditi medio-bassi e le condizioni sociali più fragili. È tipico della politica enunciare principi che dovrebbero essere la finalità istituzionale dello Stato ma, poi, dimenticarsene.

Qualche esempio. La riduzione da 90 euro a 70 annui del canone televisivo non serve a nulla, è solo populismo alla ricerca del consenso. Sarebbe stato meglio eliminare completamente questa “imposta” paradossale per un’attività gestita secondo regole commerciali e con notevoli ricavi dalla pubblicità, ma il populismo, che è caratteristica della politica, non sa fare riforme sa solo ingannare. 

La manovra riduce da quattro a tre gli scaglioni dell’Irpef accorpando il secondo scaglione nel primo con applicazione, sino a 28mila euro, dell’aliquota del 23%. Poiché lo scaglione accorpato era di 13mila euro, il risparmio complessivo è di 260 euro ma solo per i contribuenti con redditi superiori a 28mila euro, che sono il 25% del totale. Gli altri contribuenti, per il 30%, avranno un risparmio medio pari alla metà mentre l’altro 45%, con un reddito inferiore a 15mila euro, cioè quelli con i redditi bassi, non avranno alcun beneficio. Eppure, la manovra è stata “venduta” come sostegno dei ceti medio-bassi. È lo specchio di quello che succederà, con un’ingiustizia ancor più accentuata con la flat-tax a regime. 

È un vero paradosso questa manovra. Costa per le minori entrate 4,3 miliardi di euro, di cui 2,7 miliardi, il 63%, destinati a ridurre le imposte a quel 25% dei contribuenti, quelli cioè per i quali 260 euro all’anno non costituiscono affatto un sacrificio e che già beneficiano di agevolazioni con le imposte sostitutive, calcolate in modo forfettario con un’aliquota prossima a quella minima per alcune tipologie di reddito alle quali con la manovra se ne sono aggiunte altre. 

Ma non finisce qui. Il ripristino dell’aliquota Iva normale sul consumo di gas, per un’utenza con consumo medio di 1.400 metri cubi, comporterà un maggior costo di circa 160 euro all’anno. Che per quel 45% con redditi bassi è stimabile in circa 2,8 miliardi di euro. Oltre il danno la beffa, non avranno alcun risparmio di imposta ma devono pagare un’Iva maggiore per finanziare il risparmio di quel 25% che non ne ha proprio bisogno. Perché non cominciare ad affrontare la “questione Iva”, un’imposta sui consumi, che non dovrebbe rientrare, come anche le accise, nei criteri di misurazione della capacità contributiva prevista dall’art. 53 della Costituzione? Non è possibile continuare a fare cassa con aumenti dell’Iva su beni e servizi essenziali e irrinunciabili o tagliando servizi sociali che sono altrettanto fondamentali. 

La manovra, inoltre, introduce un reale condono fiscale che consente agli “evasori” di regolarizzare la loro posizione versando all’erario meno di quello che avrebbero dovuto pagare e senza sanzioni e interessi. I commi dal 78 all’85 dell’Articolo 1 della Legge di bilancio introducono infatti la possibilità di “adeguamento delle esistenze iniziali” per gli esercenti attività d’impresa con il pagamento del 18% dell’adeguamento omnicomprensivo di tutte le imposte, da versare in due rate annuali. Le “esistenze”, cioè le materie prime, i semilavorati e i prodotti, hanno un valore iniziale inferiore a quello fiscalmente reale, per la maggior parte, quando sono svalutate per omettere parte del reddito creando costi inesistenti e hanno consentito un improprio risparmio d’imposta. Questa Legge di bilancio ne consente la regolarizzazione con lo sconto e con l’ulteriore rischio, possibile in un Paese dove i furbetti sono sempre troppi, che venga utilizzata la norma anche per creare costi da utilizzare nei prossimi anni per ridurre le future imposte. Se questo non è un condono, che cos’è? I commi citati prevedono anche la riduzione del valore delle esistenze iniziali se superiori a quelle fiscalmente riconosciute, una disposizione inutile che dimostra solo che le leggi vengono fatte da incompetenti che non conoscono la gestione contabile delle imprese. Dobbiamo continuare a subire e rimanere zitti? 

Il dubbio che nulla cambierà, che, anzi, peggiorerà è legittimo. Forse la politica attuale ha modificato la questione sociale da sostegno alle persone e famiglie deboli e fragili in sostegno di quel 5% dei contribuenti che realizzano il 23,36% del reddito complessivo e che, peraltro, non comprende quello tassato con le imposte sostitutive come le rendite finanziarie. 

Nel corso della conferenza stampa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni del 4 gennaio scorso, una delle domande era inerente alla questione della tassazione degli extra-profitti delle banche. Nonostante la quasi generalità dei media abbia sottolineato la capacità e competenza della presidente, la risposta è stata a dir poco orribile. Meloni ha precisato che il suo governo è stato l’unico ad avere avuto il coraggio di tassare gli extra-profitti bancari, che la tassa è lì, cioè è ancora vigente, ma che nessuno la applicherà, e che, in sede di conversione del decreto è stata aggiunta la possibilità, in alternativa al versamento, di accantonare un importo pari almeno a due volte e mezzo il suo ammontare in una riserva non distribuibile. Ha aggiunto, facendone vanto, che, aumentando le riserve, si rafforza il capitale della banca e aumenta il volume possibile degli impieghi che “significa maggiori ricavi e questo porta a maggiori tasse per lo Stato”. Per la presidente si tratta perciò di un’operazione win-win, vincente per il bilancio dello Stato ma non per i cittadini. 

Le “tasse” si chiamano però imposte, sono pagate in rapporto agli utili, non ai ricavi, e l’accantonamento in una riserva aumenta il patrimonio netto, cosa ben diversa dal capitale, a proposito della competenza della presidente Meloni. Se non si conoscono le differenze come si può capirne gli effetti? Le imposte le pagano sempre i cittadini, perché sono parte dei ricavi, anche quando i maggiori ricavi sono a carico delle imprese che trasferiscono il costo sui beni ceduti o sui servizi erogati, e concorrono a creare inflazione come è avvenuto e avviene con gli aumenti dei mutui e dei costi dei servizi pubblici. È meglio creare condizioni per evitare gli extra-profitti invece di affrancarli magari con i bonus, presenti anche nella Legge di bilancio, che sono un inganno e un paradosso perché sono finanziati con la fiscalità generale o con oneri aggiuntivi alle tariffe e, pertanto, sempre a carico dei cittadini e, purtroppo, anche dei percettori. 

Una presidente del Consiglio competente, magari assistita da economisti qualificati e indipendenti, dovrebbe introdurre meccanismi di disinflazione per ridurre quel 15% di inflazione dal luglio 2021 al dicembre 2022, e ripristinare così un equo potere di acquisto di salari, stipendi e pensioni. Insomma, un presidente capace e competente, difficile da trovare in Italia, dovrebbe intervenire strutturalmente in un sistema che non funziona per garantire i diritti sanciti dalla Costituzione per tutti i cittadini e non solo per qualcuno. 

Remo Valsecchi, già commercialista, è autore del nostro dossier “Carissimo gas”

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