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Crisi climatica / Approfondimento

Il clima è cambiato ma accendiamo i termosifoni come trent’anni fa

Il Piano nazionale per il risparmio del gas riduce di 15 giorni e di un grado il riscaldamento nelle case. È una misura d’emergenza ma potremmo agire in modo strutturale, aggiornando i dati per l’individuazione delle “zone climatiche”

Tratto da Altreconomia 252 — Ottobre 2022
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Ci ricorderemo dell’inverno tra il 2022 e il 2023 perché è quello in cui il governo, per la prima volta, ha imposto ai cittadini un Piano nazionale di contenimento dei consumi di gas, pubblicato a inizio settembre, che prevede anche una misura “amministrativa di contenimento del riscaldamento”. Di fronte alla guerra russa in Ucraina, e come conseguenza della crisi legata alla disponibilità e al costo di questo combustibile fossile, il ministero della Transizione ecologica ipotizza di risparmiare 3,2 miliardi di metri cubi di gas invitando gli italiani a ridurre di 15 giorni il periodo di accensione dei riscaldamenti e per un’ora in meno durante la giornata, oltre ad abbassare di un grado la temperatura nelle case e negli uffici. Le misure relative al riscaldamento fanno parte di un Piano volontario di contenimento, che dovrebbe ridurre del 15% i consumi nel periodo che va dal primo agosto 2022 al 31 marzo 2023. 

Un piano d’emergenza che, come accade spesso in Italia sui temi ambientali e relativi all’adattamento ai cambiamenti climatici, dà conto dell’impreparazione del Paese e sconta un ritardo quasi trentennale: si potrebbe ottenere di più, in termini di risparmi ed efficienza, andando a rivedere il decreto del presidente della Repubblica dell’agosto 1993 (numero 412) che individua la “zona climatica” di riferimento per ognuno dei quasi ottomila Comuni italiani. Una classificazione -da zona A a zona F- che è ferma da quasi trent’anni. 

Questo significa che ancora oggi la regolazione dell’accensione del riscaldamento invernale dipende dalle temperature medie registrate tra il 1961 e il 1990. Un’era climatica fa, prima della presa di coscienza di un problema globale legato alle emissioni: il Summit della Terra, la prima conferenza mondiale dei capi di Stato sull’ambiente, ad esempio, si tenne nel 1992; mentre Berlino ospitò la prima conferenza Onu sul clima, la Cop1, nel marzo 1995.

Quello che potrebbe accadere rimettendo mano alle zone climatiche ce lo racconta uno studio redatto in Emilia-Romagna da un gruppo di scienziati che lavorano per l’Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia (Arpae), in particolare nella struttura IdroMeteoClima e nel servizio Osservatorio energia, rifiuti e siti contaminati. È stato pubblicato con il titolo “L’Emilia-Romagna si scalda, spegniamo i termosifoni” sul secondo numero del 2022 di Ecoscienza, il periodico di Arpae. Lo studio dimostra che applicando a tutti i Comuni della Regione i dati raccolti dall’Osservatorio clima dell’agenzia, relativi a quello che viene definito “il nuovo clima 2001-2021”, si potrebbe ridurre in modo strutturale il fabbisogno energetico regionale del 4%.  

In pratica, spiega Antonio Volta dell’Osservatorio clima, “il territorio dell’Emilia-Romagna rappresenta un hotspot del riscaldamento globale all’interno dell’area mediterranea, che lo è a sua volta. Questo significa che qui abbiamo un incremento delle temperatura medie addirittura leggermente superiore a quella dei Paesi che affacciano sul Mediterraneo. E circa 1,5 °C in più rispetto alla media del periodo 1961-1990, quella ancora usata per decidere l’accensione e spegnimento degli impianti di riscaldamento”. 

Quello che Volta definisce uno studio dimostrativo di Arpae evidenzia ad esempio come nella zona D (la più temperata tra quelle presenti in Emilia-Romagna che permette l’accensione dei riscaldamenti per 12 ore al giorno dal primo novembre al 15 aprile) ricadessero appena due Comuni -Forlì e Forlimpopoli- mentre oggi ne comprende ben 68. “In zona D ormai ricade più del 35% della popolazione regionale, pari a circa 1,5 milioni di abitanti. Precedentemente erano circa 130mila”, si legge nello studio. Viceversa i Comuni della zona F (quella caratterizzata da temperature medie più fredde e che non prevede alcuna limitazione all’accensione dei termosifoni) passano da 48 a 18. Come sottolinea Volta, “buona parte della Romagna e dell’area metropolitana di Bologna hanno visto un cambio di zona. Il passaggio dalla zona E alla D è il più importante: la popolazione coinvolta in questo passaggio è significativa. C’è poi un altro aspetto non secondario: questa ridefinizione potrebbe aiutare molto anche dal punto di vista dell’inquinamento, perché nelle città di pianura tenere il riscaldamento acceso per meno ore e meno giorni porta a risultati positivi anche per quanto riguarda l’emissione di polveri sottili”. 

Il ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani © Karwai Tang/ UK Government – Flikr

Questo cambio di zona comporta una contrazione di 15 giorni della finestra in cui è possibile accendere i riscaldamenti. In particolare, nella zona D devono restare spenti fino al primo novembre, mentre nella zona E gli impianti possono essere accesi già dal 15 ottobre. In più, in zona D le ore giornaliere ammesse sono 12, contro le 14 della E. Questo significa che, aggiornando il decreto che individua le zone climatiche, la misura emergenziale introdotta dal ministero della Transizione ecologica (che prevede di posticipare di otto giorni la data di inizio e di anticipare di sette la data di fine esercizio) potrebbe diventare strutturale. “Il nostro obiettivo è sensibilizzare la Regione, ma per passare di scala, dall’Emilia-Romagna all’Italia, ci sono alcune criticità: la prima è che non esiste un sistema meteorologico nazionale, perché l’agenzia ItaliaMeteo, nata all’inizio del 2021 al momento esiste solo sulla carta: manca ancora l’apparato amministrativo e devono essere banditi i posti per i tecnici”, spiega Volta. 

Il suo collega, Federico Grazzini, fisico-meteorologo e capo previsore presso il servizio IdroMeteoClima di Arpae (autore di “Fa un po’ caldo. Breve storia del riscaldamento globale e dei suoi protagonisti”, Fabbri editore), suggerisce anche “di rivedere il modo in cui viene calcolato il giorno di accensione, che oggi avviene secondo una data fissa stabilita per ogni zona climatica. Uno dei principali effetti del riscaldamento globale è infatti una maggiore variabilità, oltre all’aumento della temperatura media -sottolinea-. Dopo alcuni giorni di freddo capita spesso che torni il caldo e che l’arrivo del freddo duraturo sia ulteriormente ritardato. Questo suggerisce di andare oltre al concetto fasce climatiche, introducendo una valutazione dinamica basata sulle condizioni in atto e previste per l’anno in corso. Abbiamo strumenti previsionali ormai relativamente precisi su un orizzonte della settimana e si potrebbe pensare, ad esempio, a una data di accensione variabile basata sul raggiungimento di una certa soglia di temperatura, sempre comunque rimanendo all’interno di un periodo prestabilito compreso fra il 15 ottobre e il primo dicembre”.

Siamo indietro di trent’anni, ma, come sottolinea in conclusione lo studio di Arpae, la stessa analisi “può quindi essere ripetuta in tutte le Regioni in cui tali dataset sono disponibili” e “ciò comporterebbe un deciso risparmio di una risorsa così importante e delicata per il nostro Paese, come il gas naturale (sic)”. Gli scienziati suggeriscono anche che questo tipo di aggiornamento venga realizzato con una cadenza periodica, quindi ogni cinque o dieci anni, “in modo da seguire il trend di crescita delle temperature, calmierando le oscillazioni interannuali”.

Per rendere ancor più efficaci le prospettive di contenimento nell’uso del gas, c’è anche un altro aspetto che andrebbe considerato: “Non esiste un corrispondente estivo nel decreto 412/93. Se abbiamo una calendarizzazione per i riscaldamenti invernali, sarebbe molto urgente un decreto per regolare anche le date di accensione e spegnimento dell’aria condizionata nel periodo caldo”, sottolinea Volta. Del resto, era scritto anche nel preambolo del decreto firmato dall’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, che considerava “l’opportunità di rinviare a un successivo separato decreto gli aspetti concernenti gli impianti termici di climatizzazione estiva”. 

Siamo fermi lì, nonostante sia ormai chiaro che l’energia necessaria per l’adattamento ai cambiamenti climatici (tra cui anche quella utilizzata per il raffrescamento degli ambienti) va ad alimentare la domanda di elettricità, che a livello globale aumenterà del 7% entro il 2050 e del 18% entro il 2100, a meno di ridurre drasticamente e rapidamente le emissioni climalteranti. Lo spiega lo studio “Increased energy use for adaptation significantly impacts mitigation pathways” (“L’aumento dell’uso di energia per l’adattamento ha un impatto significativo sui percorsi di mitigazione”) pubblicato a fine agosto su Nature Communications e curato da ricercatori di Fondazione Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici, Università Ca’ Foscari di Venezia, European institute on economics and the environment (Eiee) e dalla London school of hygiene & tropical medicine. Il vantaggio evidenziato nell’articolo e finora trascurato dal dibattito pubblico oltre che dai negoziati sul clima sarebbe quello di evitare una gran parte dei consumi e dei costi energetici dovuti all’adattamento.

Altro grande assente nel Piano nazionale di contenimento dei consumi di gas è l’installazione di pannelli solari termici per produrre acqua calda. Secondo Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del Consiglio nazionale per le ricerche (Cnr) e membro dell’Accademia nazionale delle scienze, tutto questo è surreale: “In Italia bruciamo miliardi di metri cubi di gas per produrre acqua calda a uso domestico. Una follia, specie dopo un’estate come l’ultima. E invece ancora oggi i cittadini si faranno la doccia bruciando decine di migliaia di metri cubi di gas, quando abbiamo tecnologie alternative e semplici, incentivate da 15 anni, come il solare termico. Peccato che non siano state fatte campagne di informazione e sensibilizzazione. Evidentemente dovevamo avere la pistola alla tempia”. Una pistola fossile che ci porta a intervenire in modo emergenziale quando potremmo farlo in modo strutturale. 

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