Esteri / Approfondimento

I tribunali delle corporation che minacciano diritti e ambiente

Negli ultimi vent’anni è aumentato il numero delle multinazionali che fanno ricorso agli arbitrati internazionali (Isds) per difendere i loro interessi economici di fronte agli Stati chiedendo risarcimenti milionari. Anche l’Italia è coinvolta

Tratto da Altreconomia 242 — Novembre 2021
Alcuni membri dell’associazione Friends of the earth protestano davanti al Parlamento europeo © Lode Saidane / Friends of the Earth Europe

Centodiciotto milioni di dollari. A tanto ammonterebbe la richiesta di risarcimento presentata da Ascent resources, una compagnia del settore oil&gas con sede nel Regno Unito, nei confronti della Slovenia. La contesa riguarda l’estrazione di gas fossile pressi di Petišovci, un Comune nel Nord-est del Paese, dove si estrae petrolio dagli anni 40 e Ascent era attiva dal 2011.

Nel 2017, a seguito della volontà da parte dell’azienda di potenziare la propria attività tramite il fracking (una tecnica che consiste nel pompare acqua e altre sostanze nel terreno per fratturare la roccia e provocare la fuoriuscita di gas), l’Agenzia slovena per l’ambiente ha subordinato il via libera a una valutazione di impatto ambientale. Ha così avuto inizio una disputa tra le autorità slovene e Ascent che si è sempre opposta alla richiesta, affermando che, in base a quanto previsto dalle leggi slovene, non era tenuta a effettuare la valutazione di impatto ambientale. 

La disputa sembrava essersi conclusa il 13 maggio 2020, quando un tribunale amministrativo ha dato ragione all’ente sloveno. Ma poche settimane dopo, il 20 luglio, i legali di Ascent hanno inviato al Primo ministro, al ministro degli Esteri e al ministro dell’Ambiente sloveni una lettera con cui hanno dato formalmente avvio a un Investor-State dispute settlement (Isds) un arbitrato internazionale esterno al sistema giudiziario ordinario chiamato a decidere sulle controversie tra “investitori privati” e Stati previsto in molti trattati internazionali. Nel caso della Slovenia, Ascent ha contestato la violazione da parte di Lubiana del Trattato bilaterale sugli investimenti tra il Regno Unito e la Slovenia (siglato nel 1996) e dell’Energy charter treaty (1994).

Gli Isds noti e censiti dall’Unctad (la Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo) tra il 1987 e il 2020 sono stati 1.104 contro 124 Paesi. Ma dal momento che possono essere confidenziali, il numero esatto potrebbe essere più elevato. Circa il 60% di questi arbitrati si svolge secondo le regole del Centro internazionale per il regolamento delle controversie sugli investimenti (Icsid), un’istituzione della Banca Mondiale con sede a Washington: lo Stato nomina la difesa, l’azienda nomina l’accusa e il giudice viene scelto congiuntamente dalle parti. Ma le “regole del gioco” possono cambiare: nel caso dell’Energy charter treaty, ad esempio, è prevista la presenza di un unico arbitro. Spesso i procedimenti avvengono a porte chiuse, non sono ammesse parti civili -ad esempio le comunità locali che possono essere interessate dall’attività dell’impresa coinvolta- e non è prevista la possibilità di ricorrere in appello. La segretezza e la riservatezza attorno a questi casi è massima. 

“Abbiamo le mani legate. Non possiamo partecipare a questo procedimento, non possiamo fermarlo -spiega ad Altreconomia Andrej Gnezda dell’associazione ambientalista slovena Umanotera-. La richiesta della valutazione di impatto ambientale non è stata una scelta politica, si tratta di una decisione basata sulle leggi slovene e sulla base di raccomandazioni di esperti. Non si dovrebbe essere citati in giudizio per una decisione come questa”. A più di un anno di distanza dall’avvio dell’arbitrato, però, Umanotera non ha notizie e nessuna informazione è trapelata sull’iter dell’arbitrato: “Non sappiamo nemmeno se ha avuto inizio: se le due parti lo chiedono, tutto l’iter si può svolgere in segreto”, spiega Gnezda.

Anche l’importo del risarcimento richiesto è una stima elaborata dall’ong inglese Global justice nel rapporto “Corporate courts vs the climate”: Ascent è una delle cinque imprese che hanno chiesto risarcimenti per un valore complessivo di 18 miliardi di dollari a quattro Paesi che nel corso degli ultimi anni hanno adottato provvedimenti o azioni a difesa dell’ambiente e del clima. I casi più noti sono quelli delle compagnie tedesche Rwe e Uniper che hanno avviato un contenzioso contro l’Olanda chiedendo rispettivamente 1,65 e 1,06 miliardi di dollari in compensazione per l’attività di due centrali elettriche a carbone entrate in funzione nel 2015 e nel 2016 ma che dovranno essere spente entro il 2030, anno in cui il governo olandese ha fissato l’abbandono dei combustibili fossili. 

TC Enegy -la compagnia petrolifera dietro al progetto della pipeline Keystone XL che avrebbe dovuto portare negli Stati Uniti il petrolio estratto dalle sabbie bituminose canadesi- ha chiesto al governo degli Usa un risarcimento record da 15 miliardi di dollari per aver cancellato il progetto a seguito delle mobilitazioni di ambientalisti e leader comunitari locali. Mentre l’inglese Rockhopper nel 2017 ha avviato un arbitrato contro l’Italia chiedendo un risarcimento per 324 milioni di dollari a compensazione delle spese sostenute per l’esplorazione del giacimento denominato “Ombrina mare” e dei mancati guadagni derivati dallo sfruttamento del pozzo offshore che avrebbe voluto costruire nel mare Adriatico. Lo stop al progetto era arrivato dopo la decisione del Parlamento nel dicembre 2015 di sospendere le nuove autorizzazioni per la ricerca di idrocarburi a meno di 12 miglia dalla costa.

“Le compagnie fossili dovrebbero pagare per risolvere la crisi climatica che hanno causato, invece agiscono per ottenere un risarcimento -commenta Jean Blaylock, trade campaigner di Global Justice Now-. Stanno facendo causa ai governi attraverso gli arbitrati, aumentando enormemente il costo delle politiche ambientali. Un Paese che approva una legislazione efficace per eliminare gradualmente i combustibili fossili potrebbe dover pagare multe miliardarie, nonostante abbia agito in modo del tutto legale. È assolutamente antidemocratico”. 

Anche per Greenpeace, gli Isds rappresentano una “minaccia per la democrazia”. “Gli Investor-State dispute settlement hanno creato un sistema di giustizia privata a uso di una categoria ristretta di operatori economici. Questo già stride con l’idea di una democrazia che ha un sistema giudiziario in cui la legge è uguale per tutti: al posto di un giudice naturale precostituito per legge, in questi casi abbiamo un giudice artificiale costituito per trattato -spiega Andrea Carta, consigliere giuridico di Greenpeace a Bruxelles-. Negli ultimi anni questi arbitrati sono stati spesso utilizzati da multinazionali contro Stati che hanno imposto normative più attente ai temi dell’ambiente. Sicuramente rappresentano un ostacolo alla transizione”.

Nel corso degli ultimi trent’anni il ricorso ai tribunali arbitrali da parte delle multinazionali ha registrato una crescita esponenziale: dalle poche decine di casi registrati da Unctad tra il 1987 e il 2020 si è arrivati ai 68 solo nel 2020, l’ultimo anno per cui sono disponibili queste informazioni. I dati evidenziano come il massiccio ricorso agli arbitrati internazionali rifletta lo squilibrio di potere tra Paesi ad alto reddito e Paesi impoveriti: la maggioranza di nuovi casi avviati nel 2020 (circa il 75%) sono stati promossi contro Paesi in via di sviluppo o “economie in transizione”. Spagna (con 52 casi), Venezuela (40), Egitto (30) e Repubblica Ceca (22) sono gli Stati che più spesso sono stati citati in arbitrato dal 2011 a oggi. Mentre la maggior parte delle aziende che hanno fatto ricorso agli Isds (il 70%) aveva sede in Paesi come Stati Uniti (10 casi), Olanda (sette casi), Regno Unito (cinque casi). 

Una manifestazione di protesta dei nativi americani contro la costruzione dell’oleodotto Keystone XL che sarebbe servito a trasportare il greggio prodotto in Canada negli Stati Uniti © Jay Mallin

Tra i nuovi casi aperti nel 2020, due riguardano l’Italia. Il primo è stato presentato dalla Hamburg Commercial Bank e riguarda una richiesta di risarcimento per un parco eolico costruito con un finanziamento di 230 milioni di euro in Calabria e sequestrato dalla magistratura per presunte infiltrazioni della criminalità organizzata. Il secondo, invece è stato presentato da Encavis, azienda tedesca che produce energia elettrica da fonti rinnovabili e gestisce parchi solari in diversi Paesi europei: dalle scarne informazioni disponibili sul sito di Unctad, sappiamo che il ricorso riguarda “reclami derivanti da una serie di decreti governativi per tagliare gli incentivi tariffari per alcuni progetti di energia solare”. Complessivamente, sono 13 i casi di Isds che riguardano l’Italia avviati tra il 2014 e il 2020: quattro si sono chiusi con una decisione a favore del nostro Paese, tre a favore delle compagnie che hanno intentato la causa, sei sono ancora in attesa di una decisione da parte degli arbitri. 

Ma non sono solo le politiche per il clima a essere minacciate: a luglio 2021 il Working group delle Nazioni Unite dedicato all’impatto degli Isds ha presentato un dettagliato rapporto all’Assemblea generale in cui afferma chiaramente che la maggior parte degli accordi bilaterali che stanno alla base degli arbitrati internazionali (in particolare quelli approvati prima del 2010) non contengono disposizioni che impongono agli investitori responsabilità o obblighi in materia di diritti umani. “La protezione asimmetrica (a vantaggio delle aziende, ndr) e la mancanza generale di trasparenza degli Isds incentiva gli investitori a concentrarsi sulla protezione dei propri investimenti, senza prestare un’attenzione adeguata alle loro responsabilità rispetto al tema dei diritti umani in base a quanto previsto dalle legislazioni locali e dagli standard internazionali”, si legge nel report. 

“I costi legati ai diritti umani non vengono considerati. Tre sole persone, i tre giudici di un arbitrato, decidono del destino di un intero Paese” – Luciana Ghiotto

Il principale problema di queste istituzioni, sottolinea Luciana Ghiotto, ricercatrice e co-autrice del report “Parallel Justice” pubblicato a marzo 2021 dal Transnational Institute, sta nel fatto che gli Isds indeboliscono il sistema giudiziario dei Paesi creando un sistema giudiziario “parallelo” a esclusivo vantaggio delle aziende e degli investitori stranieri. Il report “Parallel justice” si concentra sul ricorso agli arbitrati internazionali da parte delle multinazionali che operano in America latina e hanno vinto il 69% dei 282 casi presentati tra il 1996 e il 2019. Obbligando così i Paesi a pagare 31,7 miliardi di dollari in risarcimenti. Tra i casi citati nel report c’è la compagnia canadese Eco oro che ha chiesto al governo colombiano un risarcimento di 764 milioni di dollari. Il motivo: la decisione della Corte costituzionale di revocare la concessione mineraria all’azienda per proteggere l’ecosistema e tutelare l’accesso all’acqua potabile alle popolazioni indigene locali. “Si è creato un sistema per cui i tribunali nazionali proteggono i diritti affermati dalle costituzioni, ma gli investitori usano i trattati bilaterali e gli Isds per proteggere i propri interessi sulla base di accordi bilaterali-commenta Luciana Ghiotto-. Tutti i costi legati ai diritti umani o ai diritti ambientali, non vengono presi in considerazione. Tre sole persone, i tre giudici di un arbitrato, decidono del destino di un intero Paese”. 

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