Terra e cibo / Approfondimento

I piccoli produttori nutrono ancora il Pianeta, nonostante la Fao

Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite sarebbero le grandi aziende agricole a sfamare la popolazione mondiale. In realtà sono i piccoli produttori a nutrire il 70% delle persone, tutelando la biodiversità e producendo cibo di qualità. Dove dominano i colossi, invece, le colture finiscono prevalentemente ad allevamenti e biocarburanti

© Isabelle Morgan

I piccoli produttori sfamano ancora il mondo ma l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) ha smesso di riconoscerlo. Secondo l’agenzia dell’Onu, i piccoli contadini contribuirebbero a nutrire appena un terzo della popolazione mondiale, mentre la restante parte sarebbe sfamata dalle grandi aziende agricole, considerate più efficienti e produttive. Questa tesi, contenuta all’interno del rapporto “Which farms feed the world and has farmland become more concentrated?” pubblicato nel 2021, è stata criticata da otto organizzazioni che si occupano di sostenibilità, agricoltura e sovranità alimentare.

In una lettera inviata il primo febbraio 2022 alla direzione generale della Fao nel febbraio 2021, le organizzazioni (tra cui Grain e Alliance for Food Sovereignty in Africa) ne hanno contestato le affermazioni sottolineando come non si stiano tenendo in considerazione i recenti studi sull’argomento, che vanno esattamente nella direzione contraria, e come la stessa Fao stia smentendo le sue precedenti affermazioni sul tema. Nella lettera aperta le organizzazioni chiedono di avviare una riflessione critica sulla metodologia utilizzata e di riaffermare che i piccoli produttori sono la fonte primaria per il nutrimento del 70% della popolazione mondiale, come era stato riconosciuto in precedenza dalle stesse Nazioni Unite.

Secondo le organizzazioni, nel rapporto si riscontrano alcune rilevanti criticità. In primo luogo c’è un cambiamento nella definizione di “agricoltore familiare” rispetto a quella adottata dalla Fao nell’ambito della “Decade delle Nazioni Unite per l’agricoltura familiare e il piano d’azione globale”, inaugurata nel 2019 insieme al Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad). Nella nuova indagine sono esclusi i pescatori artigianali, i pastori, i cacciatori e chi si occupa di produrre cibo in contesti urbani. Inoltre il report definisce -in modo “arbitrario”, sottolineano le organizzazioni- come per “piccola azienda agricola” si debba intendere una proprietà inferiore ai due ettari, negando così quanto assunto dalla Fao nel 2018. In quell’occasione l’Agenzia si era rifiutata di adottare un parametro di superficie terrestre universalmente valido per descrivere le piccole aziende agricole, sottolineando la necessità di considerare le specifiche variabili offerte dai singoli contesti territoriali. “Il documento è un goffo allontanamento dalle precedenti ricerche e posizioni della Fao”, mettono in evidenza i firmatari della lettera aperta. “Alimenta una narrativa volta a sminuire l’importanza e l’efficacia della produzione dei contadini”.

Un punto critico, infatti, riguarda proprio il livello di produttività che si può o meno raggiungere. “Numerosi studi hanno dimostrato che i contadini su piccola scala non solo producono di più per ettaro di terra -ricordano le organizzazioni- ma proteggono la biodiversità, portano avanti una differenziazione nelle colture arrivando a ottenere beni con una qualità nutrizionale maggiore e creano più posti di lavoro”. Non solo. A differenza dei piccoli contadini, infatti, le grandi aziende lavorano principalmente per ottenere materie prime agricole, “soft comodities” destinate ai mercati internazionali e non a un consumo diretto della popolazione. Si tratta, in particolare, di cotone e gomma, colture utilizzate per gli allevamenti e per biocarburanti industriali. Ma si tratta anche della qualità del cibo: le grandi aziende forniscono beni -come olio di palma, soia, zucchero- impiegati per alimenti non sempre sani da un punto di vista nutrizionale.

Secondo un rapporto elaborato dall’Institute on the Environment dell’Università del Minnesota negli Stati Uniti, nel mondo il 55% delle calorie dei prodotti agricoli è usato per nutrire direttamente le persone, il 36% per alimentare il bestiame mentre il restante 9% è impiegato per produrre biocarburanti. Gli Usa, dove le aziende agricole occupano una posizione rilevante, offrono uno spaccato significativo: solo il 27% delle calorie vegetali è usato nell’alimentazione della popolazione e il 67% per il bestiame. Nel Paese il 40% della principale coltura, il mais, è impiegato nella produzione di biocarburanti destinati al mercato delle automobili. Al contrario in India, dove il panorama è dominato dai piccoli produttori, quasi il 90% delle calorie prodotte è usato direttamente dalla popolazione.

Il differente fine delle coltivazioni si osserva anche sui territori. La maggior parte delle colture destinate agli allevamenti e ai biocarburanti è prodotta in aree dove dominano le grandi aziende agricole come gli Stati Uniti, l’Europa e alcuni grandi Paesi esportatori dell’America Latina come il Brasile. Le colture prodotte per i beni alimentari sono invece radicate in Africa, India, parti del Sud-Est asiatico e nei Paesi a basso reddito dell’America Latina dove si registra la maggiore presenza dei piccoli produttori. “C’è una chiara conclusione: le grandi aziende agricole non nutrono il mondo -scrivono le organizzazioni- ma riempiono le tasche di chi investe e commercia materie prime, dà da mangiare a mucche e automobili, e alimenta l’industria del cibo spazzatura”.

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