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Crisi climatica / Approfondimento

I grandi incendi in Italia sono realtà: per fermarli serve più prevenzione

Il peggioramento delle condizioni meteorologiche e gli effetti del cambiamento climatico incidono sulla capacità di arginare i roghi. La “lotta attiva” non basta. Bisogna puntare su pianificazione e cura del territorio. Il caso della Toscana

Tratto da Altreconomia 250 — Luglio/Agosto 2022
© shutterstock.com

“Solo anticipando gli incendi possiamo fermarli”. È l’approccio di Luca Tonarelli, dottore forestale ed esperto di protezione civile, responsabile del Centro per l’addestramento anti-incendi boschivi “La Pineta dei Tocchi” della Regione Toscana. “Nel corso degli ultimi anni ci stiamo confrontando sempre più spesso con quelli che vengono definiti ‘grandi incendi forestali’ o, in inglese, mega fire -spiega ad Altreconomia-. E non è possibile pensare di spegnerli solo con la lotta attiva. Non basta acquistare qualche canadair in più: le caratteristiche di questi incendi, come la velocità con cui si spostano e l’intensità di fuoco che generano, non sono affrontabili nemmeno con i mezzi aerei. Occorre puntare sulla prevenzione e sulla pianificazione”.

Parlare di prevenzione significa innanzitutto occuparsi del territorio, gestire i boschi e “sfoltire” quelli troppo carichi di materiali combustibili per fare in modo che, nel caso in cui scoppi un rogo, sia possibile intervenire prima che questo diventi ingovernabile. Queste attività devono essere svolte da personale qualificato, come quello che viene formato nel centro d’addestramento della Regione Toscana, inaugurato nel 2007 e alle cui attività partecipano circa 1.300 persone l’anno tra operatori regionali, tecnici, personale dei Vigili del fuoco e volontari. “Ci sono corsi dedicati alle attività di prevenzione, istruiamo tecnici ed esperti nella creazione di opere anti-incendio e sul fuoco prescritto -spiega Tonarelli-. Ma si lavora anche per far crescere figure altamente specializzate come gli analisti, che durante i grandi incendi prevedono come si svilupperà il fuoco e individuano le località su cui intervenire, supportando il direttore delle operazioni nella lettura degli eventi e nella predisposizione dei piani di attacco”.

Se la prevenzione è importante, non si può tuttavia immaginare di intervenire a tappeto su tutti i boschi e le foreste italiane: “Queste azioni devono essere mirate: serve un’analisi della storia degli incendi, della morfologia del territorio e della meteorologia che permette di individuare i luoghi più a rischio. E lì si va a intervenire, ottimizzando così la spesa”, sottolinea Tonarelli. Queste aree devono essere individuate dalle singole Regioni all’interno dei Piani anti-incendi boschivi, previsti dalla legge 353 del 2000 e che la legge 155 del 2021 ha portato da triennali ad annuali. “Purtroppo questi piani non sono molto dettagliati e non indicano le priorità, non entrano nelle specificità del territorio, al massimo si concentrano su un singolo Comune, che però può avere un’estensione territoriale molto ampia”, riflette Giorgio Vacchiano, ricercatore e docente in gestione e pianificazione forestale all’Università degli Studi di Milano.

Fa eccezione la Toscana, a oggi l’unica Regione ad aver adottato i “Piani di protezione specifici” che individuano 17 territori (dalla Versilia Sud al litorale pisano, dalle pinete di Grosseto a Orbetello) per una superficie totale di 46mila ettari cui se ne aggiungeranno altri tre per una superficie complessiva di 73mila ettari. Per ciascuna area è stato effettuato uno studio approfondito del regime storico degli incendi, dell’orografia e delle caratteristiche meteorologiche (soprattutto in relazione ai venti e all’umidità) oltre a una valutazione la condizione della vegetazione. Sulla base delle informazioni raccolte sono stati definiti gli interventi da mettere in atto indicando con estrema precisione dove andare realizzare una struttura parafuoco o un invaso, dove andare a sfoltire la vegetazione rimuovendo alberi morti e arbusti. Questi interventi -che devono essere svolti periodicamente- servono a limitare l’intensità e la severità di eventuali roghi e permettendo così alle squadre dei vigili del fuoco di intervenire per gestirli e spegnerli.

“Serve un’analisi della storia degli incendi, della morfologia del territorio e della meteorologia che permette di individuare i luoghi più a rischio” – Luca Tonarelli

“I grandi incendi superano le dimensioni medie e sono molto più veloci e violenti rispetto agli incendi con cui siamo abituati a confrontarci. Assumono un’intensità così elevata da innescare fenomeni qualitativamente diversi: si auto-alimentano, si spostano per grandi distanze, trasportano particelle parzialmente combuste per chilometri innescando così nuovi roghi, i cosiddetti fuochi secondari -continua Vacchiano-. Inoltre, superano di molto la soglia per essere gestiti in sicurezza dalle squadre di terra”. Si tratta di incendi che trasformano in cenere superfici superiori ai 500 ettari di vegetazione, si spostano a una velocità di circa tre chilometri orari (il fronte avanza cioè di circa 50 metri al minuto), hanno un’intensità di 10mila kW, che equivale a fiamme alte tra i 12 e i 15 metri. Mentre i fuochi secondari possono propagarsi a più di un chilometro di distanza e nel caso del rogo che nel settembre 2018 ha devastato il Monte Pisano, hanno raggiunto i dieci chilometri. 

Gli incendi scoppiati in Italia nel 2021 sono stati 1.422 complessivamente hanno percorso un’area di 159.537 ettari

Secondo un report del Joint research center (Jrc) della Commissione europea (“Advance report on forest fire in Europe, Middle east and North Africa 2021”) pubblicato a marzo 2022, lo scorso anno in Italia sono scoppiati 1.422 incendi (nel 90% dei casi si sono verificati nei mesi di luglio e agosto) che complessivamente hanno percorso un’area di 159.537 ettari. Di questi, 49 hanno interessato una superficie superiore ai 500 ettari e 15 hanno superato i mille: numeri che fanno dell’Italia il Paese che nel 2021 ha registrato il maggior numero di grandi incendi in Europa e nel bacino del Mediterraneo. Secondo una stima pubblicata dal Wwf, nel 2020 erano stati appena sette i roghi che avevano interessato una superficie superiore ai 500 ettari nel nostro Paese.

“Sono eventi di proporzioni catastrofiche, con un altissimo impatto sociale, economico e ambientale, sempre più difficili da spegnere a causa delle condizioni meteorologiche estreme che vengono esacerbate dai cambiamenti climatici”, sottolinea Donatella Spano, professoressa all’Università di Sassari e membro della Fondazione del Comitato strategico del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc). L’aumento di eventi estremi come ondate di calore e siccità prolungate crea le condizioni ideali per il propagarsi di questi fenomeni e la situazione è destinata ad aggravarsi ulteriormente: nell’edizione 2020 dell’Analisi del rischio sull’impatto dei cambiamenti climatici, il Cmcc riporta, sulla base delle più recenti ricerche, “un aumento dell’area bruciata nel periodo 2071-2100 rispetto al periodo 1988-2004 dal 66% al 140% per l’area euro-mediterranea e dal 21-43% per I’Italia”.

“L’attuale gestione del rischio incendi è a un bivio e il contesto impone un ripensamento delle strategie in atto basate essenzialmente sulla lotta attiva” – Donatella Spano 

I grandi incendi, inoltre, sono particolarmente devastanti quando scoppiano in aree dove la vegetazione e gli insediamenti urbani sono strettamente connessi come campeggi, zone costiere punteggiate di seconde case, piccoli nuclei urbani. Il caso più drammatico si è registrato nel luglio 2018 nella località turistica di Mati, in Grecia: un incendio di circa 1.400 ettari, alimentato dalla siccità causata dalle alte temperature, si è trasformato in un mega fire che in due ore ha distrutto circa mille abitazioni in muratura e cemento, causando la morte di 102 persone. Ma i cambiamenti climatici non sono la sola causa che alimenta questi fenomeni: “Nel corso degli ultimi vent’anni in Italia boschi e foreste hanno ri-colonizzato aree agricole e pastorali abbandonate -ricorda Vacchiano-. Per certi versi è un fenomeno positivo ma da un altro punto di vista questa situazione rischia di creare vere e proprie autostrade per gli incendi: grandi superfici boscate e non gestite sono più continue rispetto a un tempo. Ci sono meno campi o aree dedicate alla pastorizia che fanno da interruzione tra un bosco e l’altro la cui presenza permette di interrompere o rallentare la propagazione dei roghi”. 

Se gli incendi stanno cambiando, diventando sempre più difficili da controllare e contenere, occorre di conseguenza modificare le strategie per affrontarli. Per Donatella Spano, coautrice del recente studio “Towards a systemic approach to fire risk management”, “l’attuale gestione del rischio incendi è a un bivio e il contesto impone un ripensamento delle strategie in atto rispetto a quelle attuali, basate essenzialmente sulla lotta attiva”. Una raccomandazione contenuta anche nel rapporto, del febbraio 2022, “Spreading like a wildfire: the rising threat of extraordinary landscape fires” in cui il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) invita i governi di tutto il mondo a modificare le modalità di lotta agli incendi, dedicando due terzi del budget ad analisi, pianificazione, interventi per la riduzione dei rischi e interventi di ripristino. Una situazione diametralmente opposta rispetto a quella attuale dove, a livello globale, le spese per gli interventi di spegnimento assorbono la metà delle risorse disponibili mentre all’analisi del rischio viene dedicato meno dell’uno per cento. 


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