Esteri / Approfondimento

Gli ultimi attacchi di Israele su Gaza sotto la lente di Human Rights Watch

In primavera l’esercito israeliano ha bombardato la Striscia causando 260 morti. A Gaza City, tra le altre cose, ha distrutto quattro grattacieli in pochi giorni nel quartiere di al-Rimal. Ingenti i danni provocati alla popolazione civile. Secondo Hrw potrebbe trattarsi di crimini di guerra

© CHUTTERSNAP - Unsplash

I bombardamenti aerei israeliani su Gaza del maggio scorso che hanno provocato la distruzione di quattro grattacieli in pochi giorni nel quartiere di al-Rimal, potrebbero essere classificati come crimini di guerra. 

È la denuncia di Human Rights Watch che arriva a fine agosto 2021, dopo mesi di indagini, condotte dalla commissione di inchiesta avviata dall’organizzazione il 27 maggio con lo scopo di individuare le responsabilità dei fatti di quei giorni e rendere giustizia alle 260 persone morte nella Striscia di Gaza, tra cui almeno 129 civili e 66 bambini (dati Nazioni Unite). Le ricerche sono state condotte nonostante il diniego che gli attivisti della Ong hanno ricevuto il 26 luglio alla domanda di entrare a Gaza inoltrata quasi due mesi prima alle autorità israeliane (come succede dal 2008 con un’unica eccezione nel 2016): tra maggio e agosto Hrw ha intervistato telefonicamente 18 testimoni palestinesi, revisionato immagini e video e analizzato le dichiarazioni delle autorità israeliane e palestinesi e dei gruppi armati palestinesi. 

Il punto di partenza è il contesto dal quale hanno avuto origine gli attacchi, ovvero la violenta repressione del governo di Tel Aviv nei confronti delle proteste scoppiate all’inizio dello scorso maggio nei quartieri di Gerusalemme Est -Sheikh Jarrah e Silwan- quando le forze occupanti di Israele stavano sgomberando le famiglie residenti per fare spazio a nuovi insediamenti di coloni. Nei giorni successivi gruppi armati palestinesi di Gaza hanno reagito con il lancio di 4.360 razzi verso Israele, causando la morte di 12 civili, tra cui due bambini e un soldato. La Ong ricorda che una simile dinamica ha caratterizzato anche gli episodi violenti del 2008, 2012, 2014, 2018 e 2019: ogni volta la scintilla è esplosa per le ribellioni dei palestinesi “alle discriminazioni di Israele, ai tentativi di sfratto delle famiglie, alle politiche di apartheid e di persecuzione” alle quali è soggetta la popolazione araba. Ma l’aspetto su cui si è concentrato il rapporto conclusivo è quello degli enormi danni causati in un territorio fragile come la Striscia di Gaza dai raid, che hanno coinvolto non solo i quattro grattacieli ma anche altre strutture del quartiere al-Rimal, causando lo sfollamento di decine di famiglie e devastando le attività economiche che avevano sede nelle quattro torri e nei dintorni. Secondo le autorità gazawi 2.400 unità abitative sarebbero state rese inabitabili e oltre 50mila danneggiate, mentre le attività economiche distrutte o colpite sarebbero state più di 2mila.

Ahmed Abu Jaber, proprietario della Hanadi Tower, ha spiegato ai ricercatori che i danni subiti dal palazzo e dal vicino hotel ammontano a centinaia di migliaia di dollari. Ma non sono solo gli edifici il problema: Nihad Abdellatif Taha, ingegnere informatico proprietario di una società che aveva sede nella torre, ha perso nell’attacco i suoi uffici, l’attrezzatura, i documenti e anche i contratti dei suoi 36 impiegati, per un valore di 30mila dollari. Mohammed Qadada, fondatore e direttore di Planet for Digital Solutions ha visto demolire un investimento di 40mila dollari nella sua attività. Anche le linee elettriche attorno alla torre sono state danneggiate seriamente. 

Anche i residenti e gli inquilini della al-Jawhara Tower hanno confermato che i bombardamenti hanno causato ingenti danni ai loro appartamenti, alle imprese, alle attrezzature e all’isolato circostante. Uno dei testimoni ha riferito che i colpi sono stati così forti che “la maggior parte delle facciate e dei vetri degli edifici vicini alla torre sono stati distrutti”. Ahmed Zaeem, uno dei proprietari del grattacielo, viveva lì con i suoi genitori, la moglie e i quattro figli da 17 anni, ha raccontato che l’edificio conteneva 64 unità abitative su otto piani, due piani seminterrati e uno dedicato ai negozi: c’erano case, uffici legali, sedi di media, studi di ingegneri, compagnie di sviluppo tecnologico e anche un dentista. Solo per la ricostruzione ha stimato un costo di 5-7 milioni di dollari, senza calcolare le perdite per le attività economiche e delle residenze. L’edificio ospitava anche la SMT Solutions, una compagnia informatica che distribuiva internet a Gaza, oltre che Radio Club, l’unica che offriva trasmissioni radio per bambini. C’erano anche 11 redazioni, prevalentemente di testate straniere, e gli uffici del gruppo per i diritti dei media Forum of Palestinian Journalists, e il Palestinian Forum for Democratic Dialogue and Development.

La al-Shorouk Tower è stata invece evacuata nel pomeriggio del 12 maggio, dopo una telefonata dell’esercito israeliano che informava dell’imminente attacco. Circa 30 minuti dopo l’avvertimento, gli aerei israeliani hanno lanciato munizioni esplosive a basso rendimento contro la struttura, pochi minuti dopo hanno colpito la torre con una scarica di munizioni di grosse dimensioni, causando il crollo di due parti dell’edificio ma lasciando il centro e la parte più alta dell’edificio in piedi. Circa dieci minuti dopo, gli aerei israeliani hanno attaccato quel che era rimasto, facendolo crollare sui negozi e le case vicine. Ahmed Masoud al-Mughanni, amministratore dell’edificio, ha spiegato a Hrw che questo ospitava 50 tra uffici medici e legali, redazioni, caffetterie e appartamenti ancora vuoti. Il costo stimato per la ricostruzione è tra i due e i tre milioni e mezzo di dollari. Ahmed Ayman Mohammad Omar al-Sousi, che vive nell’edificio accanto, ha raccontato che la devastazione causata dal crollo della torre è stata spaventosa: un edificio è andato in fiamme, dieci negozi e cinque magazzini sono completamente bruciati. 

La al-Jalaa Tower -di seguito il video del Guardian del bombardamento, anticipato poco prima da Israele per bocca di un tale Danny- ospitava tra gli altri gli uffici di Al Jazeera English e di Associated Press e secondo le stime dei residenti l’edificio valeva cinque milioni di dollari; le attrezzature attrezzature e gli apparecchi che sono andati distrutti ne valevano due. Gravi le perdite per le redazioni e per la Palestine Future Foundation for Childhood che offre test e follow-up per i pazienti affetti da talassemia e nel laboratorio aveva diverse attrezzature per eseguire questi esami. Tutto è andato distrutto.

I curatori del rapporto evidenziano come secondo le convenzioni internazionali le parti in guerra possano mirare solo a obiettivi militari: gli attacchi deliberati su persone e beni civili sono proibiti, così come le rappresaglie. Le leggi di guerra vieterebbero anche gli attacchi indiscriminati, ovvero quelli che non hanno come specifico obiettivo un target militare o che non posso distinguere tra target civili e militari, e gli attacchi nei quali il danno ipotizzabile per i civili, compreso quello arrecato alle loro proprietà, è sproporzionato rispetto al vantaggio militare che si otterrebbe. Tanto più, ricorda Hrw, che le forze israeliane hanno già dimostrato in passato la loro capacità di colpire specifici piani o parti di una struttura. Secondo gli analisti dell’organizzazione statunitense “Gli individui che hanno commissionato e ordinato questi attacchi sarebbero responsabili di crimini di guerra e un Paese riconosciuto responsabile di tali violazioni è obbligato a corrispondere una completa riparazione delle perdite e degli infortuni recati”. In ciascuno dei quattro casi Tel Aviv ha dichiarato di voler colpire luoghi che ospitavano uffici dell’intelligence militare di Hamas o programmi di ricerca e sviluppo militare. In una lettera delle Forze di difesa israeliane del 13 luglio si legge che l’esercito israeliano “colpisce esclusivamente obiettivi militari, dopo aver valutato che il potenziale danno collaterale risultante dall’attacco non è eccessivo rispetto al vantaggio militare previsto”, aggiungendo che erano in corso indagini sui “vari incidenti” per “valutare se le norme sono state violate e trarne conclusioni”. Tuttavia non sono state trovate o fornite prove della presenza di militari negli edifici distrutti, né momentanea né permanente e, sottolinea il rapporto di Hrw, la mera appartenenza o affiliazione ad Hamas non sarebbe comunque sufficiente a caratterizzare qualcuno come un target militare. 

Dunque Tel Aviv sarebbe chiamata a rispondere dei crimini di guerra che ha commesso in quei quattro giorni a Gaza e dovrebbe almeno agevolare il processo di ricostruzione. La chiusura imposta sulla Striscia da Israele a partire dal 2007 ha infatti devastato l’economia gazawi: l’80% della popolazione dipende dagli aiuti umanitari e più della metà vive sotto la soglia di povertà, nel 2020 il tasso di disoccupazione era superiore al 40%. Inoltre l’embargo rende pressoché impossibile la ricostruzione. Il materiale edile infatti, così come alcuni strumenti di comunicazione, oltre che medici e sanitari, sarebbe soggetto al cosiddetto “doppio uso”, ovvero un uso ulteriore oltre a quello lecito, considerato pericoloso per la sicurezza israeliana, e quindi vietato. “Le autorità israeliane non dovrebbero limitare un bene prevalentemente civile, fortemente necessario per la ricostruzione, perché i gruppi armati potrebbero usarne una piccola parte per costruire tunnel o per altri scopi militari” scrivono gli osservatori di Hrw. Oltre ai danneggiamenti e alle distruzioni degli uffici e delle case presenti nelle torri, questi attacchi avranno altre ripercussioni: sfollamenti, riduzione dello standard di vita e della possibilità di accesso ai ripari, alle cure e mediche a servizi basilari come l’elettricità. 

Il 13 agosto Israele ha annunciato che alla luce della momentanea situazione di stabilità, avrebbe allargato la lista dei beni che possono entrare a Gaza, includendo materiali e attrezzature necessari per progetti umanitari. Hrw segnala però che rimane poco chiaro fino a che punto questo rappresenti un cambiamento di politica e per quanto tempo queste misure rimarranno in vigore. “A meno che la chiusura sia revocata o sostanzialmente attenuata, gli effetti a lungo termine della distruzione delle torri e di altre infrastrutture civili saranno esacerbati”.

In conclusione, i ricercatori della Ong ricordano che il 12 maggio l’ufficio del procuratore della Corte penale internazionale aveva annunciato il monitoraggio della situazione a Gaza. “L’ufficio del procuratore dovrebbe includere nelle sue indagini sulla Palestina gli attacchi israeliani apparentemente illegali a Gaza, così come gli attacchi missilistici palestinesi che hanno colpito centri abitati in Israele -sostengono gli analisti di Hrw-. Anche le autorità giudiziarie di altri Paesi dovrebbero indagare e perseguire secondo le leggi nazionali coloro che sono implicati in gravi crimini nei Territori palestinesi occupati e in Israele secondo il principio della giurisdizione universale. Le parti in guerra dovrebbero astenersi dall’usare armi esplosive con effetti ad ampio raggio in aree popolate a causa del prevedibile danno indiscriminato ai civili. I Paesi dovrebbero sostenere una dichiarazione politica forte che affronti il tema dei danni che le armi esplosive causano ai civili e impegnarsi a evitarne l’utilizzo”.

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