Diritti / Intervista

“La causa palestinese è una causa femminista”. Il racconto di AOWA dopo le bombe

Intervista a Sawsan Saleh, presidente dell’organizzazione che dal 1994 porta avanti programmi di empowerment politico, sociale, economico e lavorativo delle donne, da Ramallah a Hebron. Il legame con l’Italia è forte grazie al commercio equo e solidale. Le ricadute sui Territori dell’ultimo attacco

Le donne di AOWA impegnate nel progetto "Bee the change" © AOWA

A Ramallah, in Palestina, c’è un gruppo di donne che dal 1994 lavora per promuovere l’emancipazione femminile. È l’Association of women’s action for training and rehabilitation (AOWA), un’organizzazione che porta avanti programmi di empowerment politico, sociale, economico e lavorativo, attraverso progetti e attività nella città vecchia di Hebron, nel campo profughi di Jenin e a Tulkarem, oltre che a Ramallah. La relazione con l’Italia è forte grazie al commercio equo e solidale: dal 2004, a seguito dell’incontro con Stefania Guerrucci della cooperativa Ponte Solidale di Perugia, le donne di AOWA hanno cominciato a vendere il loro sapone in Italia, importato da Altromercato.
Sawsan Saleh, presidente dell’organizzazione, racconta oggi ad Altreconomia come ha vissuto, da donna palestinese, gli attacchi israeliani dello scorso mese di maggio.

Sawsan, che cosa è successo tra Palestina e Israele nelle scorse settimane e qual è il contesto in cui lo hanno vissuto le socie di AOWA?
SS Le donne palestinesi sono purtroppo abituate alla violenza perché spesso ne subiscono di due tipi. Innanzitutto la violenza dell’occupazione militare israeliana e delle misure razziste che essa comporta. In secondo luogo la violenza della società, determinata da certe tradizioni, dall’assenza di leggi a tutela delle donne e dall’applicazione di dogmi religiosi nella vita civile. Un tipo di violenza, questa, amplificata dall’occupazione. Per questo dico che la causa palestinese è sicuramente una causa femminista. Quello che è successo a maggio in Cisgiordania, a Gerusalemme, nei territori del 1948 e a Gaza è una forma di resistenza di fronte a quello che stava succedendo nei quartieri di Sheikh Jarrah e Batn el Hawa a Gerusalemme Est, dove Israele ha pianificato di espellere in maniera forzata decine di famiglie dalle loro case: si tratta rispettivamente di 500 e 800 palestinesi. Sheikh Jarrah ora è in una situazione di sofferenza da entrambi i lati del muro, perché le forze di occupazione vietano rigorosamente l’ingresso ai palestinesi e stanno ancora progettando di espellere i suoi residenti a favore dei coloni israeliani. Questo è quello che chiamiamo “espropriazione”, che è un crimine di guerra. Le proteste palestinesi sono iniziate per opporsi al piano di espulsione dei residenti da Sheikh Jarrah e la risposta di Israele è stata l’attacco a Gaza, dove sono morti 280 civili, tra cui 36 donne e 87 bambini in soli 11 giorni.

Che cosa ha significato per un’organizzazione come la vostra? Ci sono stati impatti sull’attività quotidiana?
SS I bombardamenti costanti hanno influenzato negativamente lo stato psicologico delle donne che, è risaputo, giocano un ruolo fondamentale nel mantenere la serenità  all’interno delle loro famiglie, specialmente per i bambini. Israele ha bombardato aree commerciali e preso di mira un gran numero di case e palazzi residenziali, portando allo sfollamento di numerose famiglie. L’attacco a Gaza avrà un impatto generale negativo a lungo termine sulla vita delle donne, specialmente per quanto riguarda la loro condizione economica, di salute e di istruzione. L’attacco militare israeliano ha violato il diritto internazionale, i diritti umani e la quarta Convenzione di Ginevra che impone di proteggere i civili, le donne e i bambini durante una guerra. Questo ha avuto ripercussioni anche sulle attività e i programmi di AOWA, obbligandoci a mettere da parte il nostro lavoro per concentrarci sul modo in cui fronteggiarne gli effetti di questa situazione. La nostra associazione, specialmente il gruppo di Gaza, sta contribuendo agli aiuti umanitari, cercando di risollevare il morale delle donne e aumentare la consapevolezza internazionale attraverso i social media, documentando e condividendo le storie di donne e bambini, pubblicando documenti informativi sulla guerra e prese di posizioni.

Che cosa ne pensa della “tregua” raggiunta?
SS L’equilibrio di potere è sbilanciato a favore delle forze di occupazione e del loro possesso di armi di distruzione di massa, per questo, per preservare le vite umane, siamo favorevoli al cessate il fuoco.

A maggio nei Territori palestinesi occupati ci sarebbero dovute essere le elezioni, come vi ponete da associazione nei confronti della politica? Che cosa chiedete?
SS AOWA fa parte di coalizioni nazionali e di reti che lavorano per promuovere la partecipazione delle donne alla vita politica e nelle istituzioni come il Parlamento e i Consigli comunali, questo è uno dei più importanti obiettivi del nostro programma di empowerment politico. Noi chiediamo di fissare una nuova data per le elezioni politiche e di tenere le elezioni locali nello stesso frangente, certamente chiediamo che Gerusalemme venga riconosciuta come capitale dello Stato palestinese, come previsto dagli accordi internazionali e che le persone che vivono nella città possano partecipare alle elezioni sia come candidati sia come elettori. Ma stiamo anche lavorando per affrontare la violenza sociale in vari modi, aiutando le vittime della violenza domestica con un trattamento psicologico, e avviando campagne per chiedere leggi giuste e fornire protezione alle donne.

Come sintetizzerebbe a un lettore italiano la situazione che c’è oggi in Palestina?
SS Il sistema nel quale vivono i palestinesi dalle rive del Giordano a quelle del Mar Mediterraneo è un mix di colonialismo, occupazione militare, apartheid e discriminazione razziale, così come spiegato in diversi report di organizzazioni per i diritti umani come Human Rights Watch e B’tselem, una delle più importanti Ong israeliane.

Nel 2020 abbiamo raccontato ai nostri lettori del progetto Bee the change, dove AOWA è protagonista. Che cosa è successo da allora?
SS Il progetto “Bee the Change” in due anni ha contribuito a rafforzare la produzione e la forza economica delle cooperative di donne, ad espandere la terra coltivata, a formare lavoratrici agricole e ad insegnare loro a distillare l’olio essenziale; ha anche permesso di migliorare la preparazione del personale amministrativo e la qualità della produzione. Inoltre, ha aiutato le donne a sopravvivere in un territorio afflitto dalla povertà e dalle violazioni dei coloni e dell’esercito israeliano, assicurando delle entrate per 18 famiglie e permettendo di diffondere la cultura del lavoro cooperativo e della conservazione dell’ambiente attraverso la coltivazione di erbe medicinali.

Nella zona di Jenin e di Ramallah il progetto ha creato 80 orti domestici, raddoppiando il numero delle famiglie beneficiarie e contribuendo al rafforzamento della relazione tra la comunità locale e il ministero dell’Agricoltura. Speriamo di poter partire da questi risultati per migliorare le nostre prestazioni, utilizzando metodi moderni di irrigazione, migliorando la qualità del sapone che produciamo e incoraggiando le giovani donne istruite a unirsi al lavoro in cooperativa. Speriamo anche di espanderci geograficamente verso Tubas e Jericho, due aree minacciate dall’annessione, con un alto tasso di disoccupazione e povertà. Per tutto quello che abbiamo potuto realizzare, voglio ringraziare Alessandro Mancini e Lucia Maddoli di Felcos Umbria, Stefania Guerrucci della storica bottega Ponte Solidale di Perugia, Altromercato e Moreno Caporalini.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.