Cultura e scienza / Intervista

Giovanni Bietti. La musica è ascolto e incontro

“Il musicista vuole conoscere il mondo attraverso le note, ma facciamo fatica a sentirlo”. Intervista al divulgatore musicale, tra l’illuminismo di Beethoven e la rivoluzione di Debussy

Tratto da Altreconomia 203 — Aprile 2018

“Siamo abituati a pensare che la musica sia solo emozione e intrattenimento. Ma nella maggior parte dei casi, un compositore che scrive un brano non sta compiendo solo un atto estetico, o commerciale. Si sta in realtà preoccupando di conoscere il mondo, attraverso le note. E di condividere quella conoscenza. Detto in maniera sintetica: un brano musicale è la condivisione di un atto di conoscenza”.

Giovanni Bietti è compositore, pianista e musicologo. È considerato uno dei migliori divulgatori musicali italiani e il suo ultimo libro, “Lo spartito del mondo” (Editori Laterza) è in effetti un efficacissimo strumento per comprendere come la musica degli ultimi 500 anni abbia avuto il potere di attraversare spazio e tempo e far dialogare culture lontane.

Il dialogo fa parte della storia della musica.
GB
È un concetto che diviene forte soprattutto nel classicismo. Il quartetto per archi, per esempio, uno dei generi più alti, è pura conversazione attraverso i suoni. È come se si volesse ribadire che attraverso la musica si può parlare, si scambiano idee. E per dialogare, bisogna saper ascoltare. Ogni strumento non solo è solista, ma accompagna gli altri: significa dare valore, sostenere chi sta dicendo qualcosa. La stessa parola “concerto” ha come probabile origine etimologica l’idea di emulazione, gareggiare insieme, confronto. Una gara senza vincitori, dove tutti collaborano.

Il libro si apre con il racconto del compositore belga Orlando di Lasso che nel 1573 pubblica a Monaco un libro unico nel suo genere.
GB Ventotto composizioni vocali in quattro lingue, e quattro dialoghi a otto voci, sempre in quattro lingue: latino, tedesco, francese, italiano. L’approccio multiculturale è evidente. D’altra parte, i musicisti sono tra i primi migranti della storia culturale occidentale moderna. Lo stesso Mozart, in Italia per tre volte, si confronta con l’opera italiana. Resta un mese a Napoli, conosce la musica popolare, scopre la tarantella. La mia sensazione è che una certa idea di Europa per gli artisti e i musicisti fosse già molto chiara, quasi scontata: non ci sono barriere, se non linguistiche o politiche, perché la curiosità dell’artista è curiosità del mondo. L’altro, in campo musicale e artistico, non è mai considerato un nemico.

Però i musicisti erano spesso al servizio dei potenti
GB Il lato oscuro di qualunque espressione artistica è sempre il rapporto con il potere. In qualche modo, l’artista ha bisogno di un committente: un signore, una corte ecclesiastica, un’etichetta discografica. Il potere politico ed economico percorre tutta la storia dell’arte, non solo musicale. La Nona sinfonia di Beethoven è dedicata al re di Prussia, ad esempio; ciononostante è un tentativo esplicito di affermazione del credo illuminista: “Tutti gli uomini saranno fratelli” è il testo dell’“Ode alla gioia”, una melodia che, non a caso, è diventata l’inno europeo. E Beethoven la compone nel pieno della Restaurazione. Anche il Risorgimento fu molto legato alla musica. L’opera era molto popolare, non elitaria, e la società vi si rispecchiava, come accade oggi con tv, cinema e web. Massimo D’Azeglio nelle sue memorie sostiene che gli austriaci hanno governato il lombardo-veneto attraverso il Teatro alla Scala di Milano. L’opera era il genere più censurato, perché dalla portata politica dirompente: vi sono stati veri e propri moti rivoluzionari esplosi all’uscita dal teatro, come in Belgio, nel 1830, e in quel caso l’opera era “La muta di portici” di Auber, ambientata durante la rivolta di Masaniello del ‘600.

Vi sono musicisti che meglio di altri hanno interpretato il dialogo culturale espresso dalla musica.
GB Claude Debussy cambia letteralmente il modo di pensare la musica attraverso il contatto con esperienze musicali extraeuropee. Nel 1889, durante l’Esposizione universale di Parigi, scopre il gamelan indonesiano, una particolare orchestra di strumenti a percussione di metallo. Dopo anni scrive Pagodes, che del gamelan riprende l’organizzazione musicale. Solo che il brano è per pianoforte: il più occidentale degli strumenti che dialoga con la cultura indonesiana. Tempo dopo Béla Bartók dichiara che il suo ideale di compositore è l’affratellamento dei popoli: e siamo negli anni 30 del ‘900. Il suo è stato un percorso molto particolare: parte da posizioni ottocentesche, nazionalistiche; entra in contatto con la musica popolare ungherese ma poi trova analogie in Slovacchia, e poi in Romania, perfino in Turchia. Comprende che la musica non conosce confini. Passa dunque da una visione nazionalista a una multiculturale, e lo fa su vari ambiti: ascolta, compone, insegna scrivendo musiche didattiche basate proprio sullo scambio culturale.

La musica odierna è ancora veicolo di dialogo?
GB Mi pare ci sia molta sovrapposizione di linguaggio, e meno dialogo. È qui che il termine “contaminazione” non mi convince. Meglio passare dalla contaminazione all’integrazione, studiando le interazioni, la possibilità di comunicare una visione del mondo. Dobbiamo dare più forza al passaggio dalla pura emozione -la suggestione immediata di un ritmo, o di una melodia- alla conoscenza. Il musicista vuole sempre dare un messaggio, anche solo di confronto. La musica ha tantissimo da dire al mondo: insegna ad ascoltare, dialogare, accettare le differenze perché arricchiscono la società. Lo stile cosiddetto classico ci insegna che anche i più grandi contrasti si possono conciliare. È una vera e propria metafora del mondo: i musicisti ce lo dicono da centinaia di anni. Ma facciamo ancora fatica ad ascoltarli.

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