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Gioco d’azzardo: perché l’attesa legge delega rischia di essere un’occasione persa

Per le associazioni impegnate nel contrasto al gioco patologico la partita non può essere solo nelle mani del ministero dell’Economia, serve invece un confronto preliminare congiunto con gli altri dicasteri e gli enti locali. Per Maurizio Fiasco la priorità deve andare agli aspetti sanitari

© Erik Mclean, unsplash

Ai primi di aprile la bozza della legge delega sul gioco d’azzardo è stata trasmessa dal ministero dell’Economia alla presidenza del Consiglio dei ministri. Si tratta di una normativa attesa da anni, necessaria per fare ordine in un settore complesso e che negli ultimi anni è cresciuto in maniera esponenziale. Per Massimo Masetti, vicesindaco di Casalecchio di Reno (BO) e delegato per Avviso Pubblico sul tema dell’azzardo, questa rischia però di essere un’occasione persa: “Il testo della legge delega è stato scritto dal ministero dell’Economia senza alcuna interlocuzione con il ministero della Salute e con gli altri dicasteri competenti.  E nemmeno con gli enti locali, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, con le associazioni che si occupano di contrasto alle dipendenze e al gioco patologico. Questo è un problema perché l’azzardo ha tutta una serie di implicazioni che vanno al di là degli aspetti economici e fiscali, ma che non sono state considerate”, spiega ad Altreconomia.

Avviso pubblico non è l’unica realtà che in questi giorni si è espressa sul tema. L’associazione Azzardo nuove dipendenze, la Consulta nazionale antiusura Giovanni Paolo II, la campagna “Mettiamoci in gioco”, il movimento “Slot Mob”, Alea e l’associazione per i Giocatori d’azzardo e le loro famiglie (A.git.a) hanno diffuso un comunicato in cui evidenziano come il gioco d’azzardo sia “un fenomeno complesso che riguarda diversi e cruciali aspetti: sanitario, sociale, familiare, dell’ordine pubblico e, ovviamente, economico”. Per questo motivo l’eventuale delega attribuita al governo dal Parlamento “dovrebbe essere oggetto di un confronto preliminare congiunto tra il ministero della Salute, il ministero degli Interni, il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, il ministero dell’Economia, coinvolgendo quelli per gli Affari regionali e le autonomie, le pari opportunità e la famiglia, alle Politiche giovanili”.

Le associazioni, dunque, chiedono un approccio al tema a 360 gradi. “La situazione odierna non è minimamente paragonabile a quella di vent’anni fa” spiega Maurizio Fiasco, esperto della Consulta nazionale antiusura e referente dell’associazione Alea. La prima differenza fondamentale sta nella quantità di denaro speso dagli italiani per il gioco d’azzardo: dai 10 miliardi di euro del 1999 si è passati ai 111 miliardi di euro del 2021. “E al volume di denaro è corrisposta un’analoga moltiplicazione dei giocatori e di quelli in condizioni di dipendenza”, aggiunge Fiasco. Inoltre, è cambiato radicalmente il quadro normativo: nel corso degli ultimi dieci anni sono state approvate diverse leggi regionali per disciplinare la materia, centinaia di Comuni hanno adottato regolamenti ad hoc, ci sono state numerose sentenze dei Tribunali amministrativi e del Consiglio di Stato. Finalmente, e solo nel 2017, il disturbo da gioco d’azzardo è stato inserito nei livelli essenziali di assistenza (Lea). “Ci troviamo dunque in una situazione radicalmente diversa -spiega Fiasco-. Oggi la priorità deve andare agli aspetti socio-sanitari, e quindi preliminarmente occorre stabilire che cosa è compatibile con la tutela della sapute e della sicurezza sociale. Non può essere il ministero dell’economia ad avere in mano l’intera partita”.

I tempi per intervenire sono abbastanza serrati. L’iter normativo prevede adesso che, una volta approvata la legge delega dal Parlamento, il governo abbia 18 mesi per emanare uno o più decreti legislativi “recanti la riforma complessiva in materia di giochi pubblici”, si legge nel testo della bozza. E sarà proprio sui decreti che, secondo Masetti, le associazioni e gli enti locali dovranno ingaggiare lunghe e complesse interlocuzioni con l’esecutivo per disciplinare ogni singolo aspetto, a partire dall’esigenza di uniformare a livello nazionale un quadro normativo oggi estremamente diversificato: “In questi anni sono state le Regioni a emanare le leggi che disciplinano l’azzardo -spiega il vicesindaco di Casalecchio di Reno-. Inoltre, molti Comuni hanno approvato regolamenti ad hoc. Il nostro timore che si vada a uniformare ‘verso il basso’ con regolamenti meno stringenti rispetto a quelli in vigore oggi in diversi territori”.

Le associazioni chiedono invece al governo di promuovere una significativa riduzione dell’offerta di gioco, attraverso una specifica promozione territoriale e “una contemporanea diminuzione della domanda che richiede specifiche azioni di prevenzione, con finanziamenti adeguati”. Un intervento tanto più necessario se si pensa che già oggi milioni di italiani fanno i conti -direttamente o indirettamente- con le conseguenze negative del gioco d’azzardo. L’indagine condotta dall’Istituto superiore di sanità nel 2018 rivela che il 36,4% degli italiani (circa 18,5 milioni di persone) hanno giocato d’azzardo almeno una volta nei 12 mesi precedenti. Di questi 18,5 milioni la maggior parte (13,4 milioni) hanno giocato sporadicamente, mentre i giocatori “abitudinari” sono 5,1 milioni. “Di questi ultimi, 1,5 milioni sono giocatori problematici”, sottolinea Fiasco, evidenziando con preoccupazione come la maggior parte del consumo di gioco d’azzardo (circa l’80% della raccolta registrata nel 2018) fosse imputabile ai poco più di 5 milioni di giocatori “abitudinari”.

Ma l’impatto del gambling è molto più ampio. “Oltre agli 1,5 milioni di giocatori patologici, ci sono circa 1,4 milioni di persone a rischio. Ciascuno di loro, con il suo comportamento fuori controllo, nuoce ad almeno altre sette persone delle proprie reti familiari, amicali e lavorative: stiamo parlando di milioni di persone che subiscono i danni di questa vera e propria pandemia -argomenta Daniela Capitanucci, presidente di Azzardo e nuove dipendenze-. Dopo vent’anni di aperture progressive sul numero, la tipologia e la modalità di offerta di gioco è arrivato il momento di fare un bilancio e chiedersi che cosa vuole fare lo Stato. Il mio timore è che non si voglia andare verso una riduzione dell’azzardo”. Le associazioni definiscono “miope e inopportuno” il fatto di vincolare la regolamentazione del settore dell’azzardo all’invarianza del gettito fiscale. In altre parole: a meno “gioco” dovrebbero comunque corrispondere uguali entrate per le casse dello Stato. “Le implicazioni sociali e sanitarie che il fenomeno presenta, con un’ampiezza e una gravità singolari, non possono essere compresse in funzione del mero interesse dello Stato a preservare le proprie entrate fiscali”, scrivono le associazioni.

Il Covid-19 e il lockdown hanno però lasciato un segno sulle abitudini di gioco degli italiani, con conseguenze significative anche per il gettito fiscale: “Prima della pandemia il 60% del gioco si svolgeva in luoghi fisici e il 40% era online -spiega Maurizio Fiasco-. Nel 2021 è accaduto esattamente l’opposto: 64% online e 36% fisico. Il prelievo dello Stato sul gioco digitale è pari all’1% dell’ammontare del giocato, molto più basso rispetto a quello dei giochi che si fanno, ad esempio, in tabaccheria. Il risultato: a parità di volume lordo giocato (111 miliardi nel 2021 e 110 nel 2019, ndr) lo Stato ha ricavato 4,5 miliardi in meno”.

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