Interni / Intervista

Il gioco d’azzardo nella pandemia e le responsabilità dello Stato

Nell’ultimo ventennio in Italia il gioco d’azzardo è diventato capillare grazie al supporto istituzionale. La crisi causata dal Covid-19 e l’esplosione dell’online espone a rischi incalcolabili e drammatici. Per Maurizio Fiasco, esperto di riferimento della Consulta nazionale antiusura, è in discussione anche “il cuore della democrazia”

© Fabio Balocco

Maurizio Fiasco, classe 1951, laureato in filosofia, sociologo, è uno dei maggiori esperti di gioco d’azzardo in Italia. Nel 2015 è stato insignito del titolo di Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana “per la sua attività di studio e ricerca su fenomeni quali il gioco d’azzardo e l’usura, di grave impatto sulla dimensione individuale e sociale”. Attualmente è l’esperto di riferimento della Consulta nazionale antiusura.

L’Italia è il paese d’Europa dove si spende di più per il gioco d’azzardo. La raccolta è passata dai 47,5 miliardi del 2008 ai 110,5 del 2019, con entrate statali in questo anno pari a 11,4 miliardi. Nell’aumento vertiginoso c’è lo zampino dello Stato che ha favorito in tutti i modi l’azzardo. Quale la sua analisi al riguardo?
MF
Negli ultimi 20 anni la distribuzione del gioco d’azzardo è divenuta capillare, pervenendo a interessare 238 mila punti di vendita sull’intero territorio nazionale (dato a fine 2017, dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio). Dopo l’introduzione delle slot machine nei pubblici esercizi (dalle iniziali 240mila previste nel 2003 si è toccato il picco di 420mila nel 2017, per poi ridiscendere a circa 280mila) e poi con le sale VLT, i Comuni hanno via via registrato degli effetti negativi per la cittadinanza (in particolare per i minori) e per l’ordinato svolgimento della convivenza civile.

Agli inizi del 2015, peraltro, si era sentita anche un’ammissione, a denti stretti, da parte dello stesso governo. “C’è stata un’esplosione che è sfuggita un po’ al controllo di tutti, operatori e regolatori, e ha causato un’esplosione sul territorio”. Così nel marzo di quell’anno dichiarò il sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta, all’epoca delegato a promuovere un “riordino” delle norme sul gioco d’azzardo.

A voler ragionare nel profondo, il gioco d’azzardo appare come matrice di un rischio anche istituzionale molto grave, fino a riguardare il cuore della democrazia. Azzardo è sinonimo di condotta temeraria, di pratiche che mettono a repentaglio valori importanti per la persona, per la società, per lo Stato di diritto. È impossibile sostenere, del resto, che 110 miliardi e mezzo di volume monetario di gioco d’azzardo “in concessione” (nel 2019) derivino da un consumo saltuario, che non arreca pregiudizio, o deformazione nei comportamenti privati; che  non induca ad alterare nelle persone quei convincimenti e quelle scelte che riguardano la sfera pubblica per eccellenza, cioè l’esercizio della cittadinanza politica.

Anche a causa del Covid-19, e quindi delle chiusure delle sale da gioco e delle limitazioni alla circolazione, abbiamo assistito nell’ultimo anno a un fenomeno in atto da tempo, e cioè il deciso aumento del gioco online rispetto a quello fisico. Addirittura, il gioco online avrebbe superato il gioco fisico, secondo una recente dichiarazione del direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli. Questo però per lo Stato non è una buona notizia, essendo il gioco online molto meno tassato rispetto a quello fisico. Perché questo?
MF In tempi normali lo Stato incamera 11,8 miliardi di euro dai giochi “fisici” e 350 milioni da quelli “telematici”. Proprio il secondo, in quanto gioco d’azzardo “da remoto” ha avuto una vorticosa crescita in Italia dall’anno 2015, e nel 2019 aveva contabilizzato circa 34 miliardi di euro giocati. Per capirsi: era passato da 10 miliardi (con i primi casinò online), a un volume pari a 3,4 volte quello iniziale. Poi, nel periodo del lockdown, il gioco d’azzardo online è ancora aumentato perché non soggetto alle restrizioni, come invece è toccato a quello “fisico”. E così, a fine 2020 il bilancio dell’online è circa di 44 miliardi, al lordo. Tutt’altro è accaduto al gioco cosiddetto “terrestre”: è diminuito di più della metà, scendendo sui 25-26 miliardi.

Quanto alle entrate fiscali, in proporzione al volume del giocato sono calate molto di più. Perché sul comparto del gioco “fisico-materiale” le tasse si aggirano sul 20%, ma su quello digitale si fermano su un solo punto o al massimo sull’1,5%. Fatta dunque la media, tanto lo Stato quanto i concessionari hanno rastrellato (per spartirselo poiché gestiscono in società il banco dell’azzardo) un “dividendo” inferiore per ben 13 miliardi rispetto a quello del 2019. Somma che -è ovvio- corrisponde alle perdite “in meno” che gli italiani hanno risparmiato con la pandemia.

È vero che lo Stato incassa molto col gioco, ma come la mettiamo con i costi sociali? Sono di difficile quantificazione ma sono senz’altro rilevanti.
MF In realtà va criticata l’affermazione -di  continuo ripetuta sui media e ahimè nelle aule parlamentari davanti alla discussione sul bilancio annuale- che lo Stato abbia un incasso netto dalle tasse sui giochi. A conti fatti non è così, ma lo si nega per effetto di una vera e propria “addiction fiscale” dello Stato rispetto al gettito dell’azzardo. Proviamo a descriverla in breve.

Aver legato, anche nel campo del gioco d’azzardo, la fiscalità a una nocività riproduce lo stesso paradosso verificatosi con il tabagismo: una grottesca dipendenza patologica dell’amministrazione finanziaria pubblica. Chiamiamola, per l’appunto, “addiction fiscale”, che si esprime nella ricerca compulsiva di nuove entrate per le spese di amministrazione e di welfare. Prendiamo le sigarette dove il gettito di tasse si aggira sui 14 miliardi di euro annui. Ma il costo degli 84mila decessi per tumori causati dal fumo è di gran lunga superiore. Nel caso dell’azzardo, più specificamente, il saldo costi-benefici dovrebbe includere il conto delle passività, ossia i costi -sia monetari e sia sociali- derivanti dall’obbligo di predisporre le cure per le patologie correlate, comprese le depressioni, le condotte suicidarie e di dirimere, anche in sede giudiziaria, i conflitti intrafamiliari. E aggiungiamo gli effetti criminogeni, come reati connessi al gioco (furti, appropriazioni indebite, truffe) o a danno dei giocatori stessi, come il prestito a usura.

Tornando alla metafora dell’”addiction fiscale”, va notato come anche lo Stato muova alla rincorsa delle perdite, dal momento che è immerso nella palude dei debiti e che subisce entrate insufficienti. Parliamo dello Stato come di un “debitore patologico” che cerca denaro da qualunque fonte per tappare le falle in bilancio. Così come il giocatore “si vuole rifare” (fenomeno del chasing, ben noto ai clinici delle dipendenze) anche la pubblica amministrazione scivola nella rincorsa delle perdite. E si risparmia di adottare una visione sistemica per cercare liquidità immediata: quella che gli assicurano le tasse sui “vizi”. Ottusità che allontana la ragione, ovvero la lungimiranza di una politica economica che favorisca il consumo di beni e servizi “ordinari” (prodotti della manifattura, turismo, cultura, viaggi, cene al ristorante). Sono proprio questi, infatti, i consumi che stimolano l’occupazione e la crescita economica. E di conseguenza forniscono maggior gettito di  tasse e imposte. Le inferiori entrate dalla fiscalità dell’azzardo, qualora i giochi fossero “calmierati”, sarebbero più che compensate dal maturare del complesso delle altre imposte sui consumi.

Parliamo del gioco illegale, che è sia fisico che online. Qualcuno sostiene che è vero che lo Stato alimenta il gioco, ma è anche vero che se non ci fosse lo Stato aumenterebbe esponenzialmente quello illegale. Cosa ne pensa? E, al riguardo, lo Stato dedica sufficienti risorse alla repressione del gioco illegale?
MF Una considerazione essenziale sul punto della relazione tra legale e illegale è desunta dal trend. Con la “legalizzazione” delle slot machine si è riprodotto quell’effetto d’incorporamento del legale nell’illegale che avviene quando il modello di business non è corredato da un’effettiva capacità regolativa dello Stato. Così, a dispetto del suo ruolo di “grande timoniere”, l’Agenzia dei monopoli di Stato è sempre meno riuscita a controllare un’attività tanto capillare e parcellizzata. E, di contro, si sono aperti dei varchi ai trust dell’illegalità, sia sotto forma di lobbies corruttrici e sia sotto pressione diretta della criminalità organizzata. Hanno avuto conferma, dunque, le previsioni tecniche di sociologi ed economisti, elaborate sulla migliore letteratura di analisi socioeconomica del racketeering (Buchanam, Jacobs, Schelling, Moore ed altri).

Quanto ai riflessi dell’economia dei giochi sulla “questione criminale”, le autorità continuano a sostenere, come da lei premesso, la tesi che l’incremento e la diversificazione dell’offerta dei giochi pubblici d’azzardo abbia come effetto la sottrazione di target di mercato all’offerta di giochi illegali. La tesi fu espressa già alla metà degli anni Novanta del secolo scorso.

Anche questo paradigma (intervenire con misure di polizia specializzata per impedire sia devianze interne all’economia dei giochi e sia concorrenza dell’offerta illegale) appare completamente, a mio parere, fuori bersaglio. La manipolazione delle procedure amministrative, per esempio, per il rilascio delle autorizzazioni attraverso la corruzione di pubblici funzionari è stata già riscontrata in passato. E ne sono derivate autorizzazioni concesse anche a soggetti “ineleggibili” perché contigui o apparentati con esponenti legati  alla criminalità.

Oltre alla scarsa capacità di controllo-ispezione sulle strutture per il gioco d’azzardo, va denunciato che le risorse organizzative e professionali sono troppo poche. E le verifiche tecniche sono complesse, elaborate, onerose. Così una larga percentuale (almeno il 10%) degli apparecchi automatici restano fuori da ogni serio accertamento.

Ritiene che il divieto di pubblicità al gioco introdotto con la legge 9 agosto 2018 n. 9 abbia ottenuto qualche risultato, nel senso di decremento delle giocate?
MF Nel business dell’azzardo, pubblicità e sponsorizzazioni, ancor più con l’impiego associato di grandi masse di dati, sono fondamentali: supportano lo sviluppo, l’estensione ad infinitum dei consumatori e dell’intensità delle singole persone a partecipare al gioco d’azzardo. La necessità è vitale: o la base dei consumatori si allarga costantemente, o i margini di profitto con il tempo si assottigliano. Per incrementare di continuo la domanda, occorre fidelizzare i consumatori, anche spingendoli alla dipendenza dall’acquisto di una data merce, anche immateriale come il gioco d’azzardo. Il divieto di pubblicità in vigore dal 2019, seppure non totale, ha contenuto questa operazione.

Cosa pensa del fatto che il giocatore può anche sentirsi un benefattore pur perdendo perché i suoi soldi vanno ad alimentare il restauro di opere d’arte o la ricostruzione dei paesi terremotati?
MFLa cura dell’immagine, per le grandi compagnie che promuovono il mercato del “vizio” (consumo di tabacco, di superalcolici, di alimenti ipercalorici come merendine e bevande zuccherate) è essenziale: a mano a mano che l’opinione pubblica e la medicina colgono i risvolti sgradevoli di un commercio a volumi iperbolici. Tumori alle vie respiratorie, cirrosi epatica, obesità infantile e ipertensione arteriosa e altre gravissime patologie. Sono gli effetti necessitati di siffatti prodotti industriali.

Il gioco d’azzardo di cui parliamo -secondo la definizione che proposi già nel 2011 e che oggi è finalmente di uso comune, qual “gioco d’azzardo industriale di massa”- si muove sullo stesso binario. La più “lungimirante” è stata Lottomatica sovvenzionando restauri di monumenti e opere d’arte, la creazione della casa di accoglienza dei genitori dei bambini ricoverati negli ospedali pediatrici. O il “calcio sociale”, con la serie di elargizioni nei quartieri di periferia nel programma “vincere da grandi”. Sono forme di marketing: in inglese si chiamano “Cause Related Marketing”, ossia non destinazione al sociale di profitti d’impresa, ma investimento finalizzato alle vendite.

In ultimo, quale il rapporto fra gioco d’azzardo e povertà?
MF Basta che ci volgiamo alle “sudate carte”, e stressiamo il nostro nervo ottico sui libri della letteratura economica, per incontrare la teoria che Milton Friedman e Leonard J. Savage proposero in un loro lavoro del 1948. Settantatré anni fa descrissero come la “curva della funzione di utilità” varia da individuo a individuo. Essa spiega perché un individuo manifesti maggiore propensione al rischio in termini di denaro, quanto meno ricchezza egli possegga. E oggi con l’avvento improvviso e drammatico della crisi economica indotta dal blocco delle attività -resosi necessario per fronteggiare l’epidemia di Covid-19- l’esposizione al rischio di gioco d’azzardo, capillarmente diffuso, può comportare effetti di esclusione sociale di portata incalcolabile e comunque molto drammatici.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.