Diritti

Ganzer e gli altri: una condanna vuol dire fiducia

Dunque il ministro Maroni garantisce piena fiducia anche al generale Gianpaolo Ganzer, fresco di condanna in primo grado a 14 anni di reclusione (con interdizione perpetua dai pubblici uffici). Non bastavano il coordinatore dei servizi segreti (Gianni De Gennaro), il…

Dunque il ministro Maroni garantisce piena fiducia anche al generale Gianpaolo Ganzer, fresco di condanna in primo grado a 14 anni di reclusione (con interdizione perpetua dai pubblici uffici). Non bastavano il coordinatore dei servizi segreti (Gianni De Gennaro), il capo dell’anticrimine (Francesco Gratteri), il direttore dello Sco (Gilberto Caldarozzi), il direttore dell’Aisi (Gianni Luperi), tutti condannati in secondo grado per Genova G8 a pene che vanno dall’anno e quattro mesi di De Gennaro ai quattro anni di Gratteri e Luperi: al povero ministro degli interni tocca ribattere così, a colpi di fiducia, alla funzione di controllo esercitata dalla magistratura.

Ora tocca al capo dei Ros, il reparto speciale dei carabinieri, e i 14 anni di Ganzer non sono facili da digerire per nessuno. Viviamo in un paese che ha un debolissimo senso dello stato e si avvia verso la pienezza di un regime oligarchico modello Russia di Putin: solo così si spiega la leggerezza conla quale media e politica registrano sentenze così gravi e così infamanti per la reputazione e la credibilità delle forze dell’ordine. I tribunali confermano ricostruzioni storiche di fatti gravissimi e l’unica cosa che il potere politico ritiene di dover fare è garantire la fiducia ai condannati, senza peraltro affermare la convinzione nell’innocenza degli imputati e quindi suggerire l’idea dell’errore giudiziario, ma indicando i curricula dei diretti interessati come argomento per mantenerli al loro posto.

Più che lontani, siamo estranei alla cultura democratica delle garanzie, della priorità dell’interesse pubblico su quello privato. Siamo estranei all’idea di un’etica pubblica che pretende pulizia e massima trasparenza dai funzionari e dirigenti dello stato. Nessuno pronuncia la parola dimissioni, o la parola sospensione. Le condanne in tribunale, alla fine, rinsaldano i legami fra un ristretto gruppo di dirigenti degli apparti e i vertici delle principali forze politiche (le pubbliche manifestazione di fiducia espresse da Maroni sono state approvate o avallate dall’opposizione parlamentare).

Oggi da Genova arriva la notizia di un’ulteriore sentenza di condanna, riguardante stavolta quattro agenti di polizia per gli arresti illegali di due cittadini spagnoli in piazza Manin il 20 luglio 2001: era la piazza tematica organizzata dai gruppi pacifisti e fu il teatro di un’assurda carica contro persone inermi. Nel caso specifico, i quattro agenti sono stati condannati per falso ideologico, calunnia e abuso d’ufficio (gli ultimi due prescritti). In sostanza, secondo il giudice d’appello gli agenti hanno falsificato le carte, accusando uno dei giovani spagnoli del lancio di una molotov e l’altro di avere affrontato i poliziotti con una spranga. Il ministro nutrirà fiducia anche per loro, come per gli altri carabinieri condannati insieme con Ganzer.

Possibile che nessuno si renda conto che in questo modo la credibilità democratica delle forze di sicurezza si azzera e si favorisce un patto scellerato fra vertici politici e vertici degli apparati?

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