Cultura e scienza / Intervista

Francesco Michi. Quotidiano sonoro

Con “TheBigEar”, il musicista ha creato una piattaforma online aperta a tutti, dove raccogliere suoni da tutto il mondo. Un’idea innovativa di educazione all’ascolto

Tratto da Altreconomia 214 — Aprile 2019
Francesco Michi è laureato in Filosofia e diplomato in Musica elettronica

Il lavoro di Francesco Michi, sound designer e musicista, si basa sui concetti dell’ecologia acustica. Con il progetto “TheBigEar” spiega in che modo sta cambiando il nostro universo sonoro.

Come nasce il progetto “The Big Ear”?
FM L’idea è nata quindici anni fa. Ero incuriosito dalle possibilità di internet e soprattutto dalle piattaforme di partecipazione collettiva. Così ho immaginato un paesaggio sonoro virtuale: un grande e potente orecchio dall’orizzonte acustico illimitato, che potesse udire e poi costruire, grazie a un algoritmo, un’ipotetica giornata con suoni da tutto il mondo, narrati e descritti (in inglese) da chiunque si collegasse con il sito dedicato al progetto.

Quindi un’idea di linguaggio comunicativo del suono.
FM Tutto nasce da una riflessione sull’importanza della narrazione nella contestualizzazione e nella comunicazione dell’ascolto, ma in una  contemporaneità dove non esistono fusi orari. Mi spiego meglio: se mi collego con il programma e decido di raccontare l’ambiente sonoro in cui sono immerso in quel momento -può essere una suggestione, un ricordo, un commento o una registrazione-, mi ritrovo connesso con uno spazio acustico senza fine, dove posso ascoltare e leggere simultaneamente le impressioni di persone che vivono in un’altra città o magari in un altro continente.

È un’esperienza che porta alla costruzione di una memoria sonora collettiva.
FM Mi piace pensare che il “Grande orecchio” aiuti in qualche modo ad esperire la contemporaneità acustica. Leggere come alla stessa ora accadano cose diverse e impossibili da ascoltare contemporaneamente nella realtà. Per esempio il risveglio di una città insieme al silenzio notturno di una campagna, oppure i suoni dell’inverno in Canada e quelli dell’estate in Brasile. Può risultare un’esperienza curiosa, interessante e anche stimolante.

“Per sapere qual è l’ambiente sonoro che vorremmo, dobbiamo capire cosa c’è che non va in quello che ascoltiamo (che subiamo) quotidianamente, comprenderne i motivi fisici, sociali o politici”

Dove si trova il “Grande orecchio”?
FM Un algoritmo elabora le informazioni raccolte collocandole secondo un preciso schema, nell’arco delle 24 ore di un’ipotetica giornata. L’ora locale di questa giornata è quella del luogo in cui ho immaginato si trovi questo “Grande orecchio”: Topolò, un borgo montano vicino a Udine, abitato da una trentina di persone, sull’estremo confine sloveno, che è anche la sede di un festival molto interessante che coniuga sperimentazione, tradizione e ambiente (stazioneditopolo.it).

Come si può partecipare al progetto?
FM È un progetto aperto, collaborativo: basta collegarsi al sito e condividere in tempo reale la propria esperienza acustica. Si può fare con una breve descrizione o in modo dettagliato, ma è necessario specificare il luogo d’ascolto, per poter collocare ogni evento in uno spazio preciso.

Com’è stato rielaborato e organizzato l’immenso archivio di dati raccolti in questi anni?
FM Con una serie di attività collaterali, una delle quali realizzata con Massimo Liverani. Abbiamo cercato di ricostruire in audio 3D i frammenti di alcuni paesaggi sonori descritti online, realizzando poi un’installazione a forma di padiglione auricolare. L’abbiamo chiamata “Inside TheBigEar” e trasmette circa quattro ore di ascolto di quei paesaggi ricostruiti e mixati, mentre su uno schermo vengono proiettati i testi dei racconti che hanno dato origine a quei materiali sonori. Ed è stata presentata in diversi festival e rassegne culturali.

Oggi è profondamente cambiato il paesaggio sonoro in cui siamo immersi. Gli scenari acustici si sono dilatati?
FM No, semplicemente è cambiato il luogo dal quale possiamo collegarci con i nostri dispositivi, in prevalenza portatili. All’inizio “TheBigEar” descriveva un universo sonoro molto diverso da quello attuale e chi si connetteva poteva farlo solo da una postazione fissa, da un unico punto di ascolto e il rumore della ventola del pc era onnipresente in questi racconti. Oggi, invece, abbiamo la possibilità di entrare in contatto con il “Grande orecchio” anche dal luogo più sperduto del Pianeta, basta che ci sia “campo”. L’utente è diverso da quello di 15 anni fa, così come i contenuti, in modo direttamente proporzionale allo sviluppo della tecnologia di comunicazione in rete.

In termini di esperimento sociale, pensa che il progetto possa dare una chiave di lettura del quotidiano?
FM Sì. Dedicare un po’ del nostro tempo all’ascolto può aiutarci a riflettere su ciò che accade intorno a noi. E la lettura di altre esperienze ci fa riflettere sul fatto che non tutti ascoltiamo nello stesso modo, così come non attribuiamo uguale valore a certi suoni quotidiani, per esempio a quelli di sottofondo.

“TheBigEar” è un progetto incentrato sul paesaggio sonoro. A cosa serve acquisire maggiore consapevolezza rispetto all’ambiente acustico in cui viviamo?
FM Una disciplina dell’ascolto, insieme a una maggiore attitudine all’ascolto, è il primo passo verso un atteggiamento consapevole. Per sapere qual è l’ambiente sonoro che vorremmo, dobbiamo capire cosa c’è che non va in quello che ascoltiamo (che subiamo) quotidianamente, comprenderne i motivi fisici, sociali o politici. Dobbiamo imparare a immaginare di quali suoni o silenzi vorremmo circondarci per migliorare la qualità della nostra vita. “TheBigEar” può aiutare in questo sforzo di educazione all’ascolto. Poi subentrano la ricerca, la scienza e, appunto, la politica.

 Per partecipare a “TheBigEar” basta collegarsi a aefb.org/thebigear, mettersi in ascolto o caricare i propri audio

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