Cultura e scienza / Intervista

La fotografia dallo sguardo umano

Con i loro scatti Diego Ibarra Sánchez e Lorenzo Tugnoli raccontano la crisi dei rifugiati in Libano nella mostra fotografica “Traces of Lights”: “Una buona foto deve creare una connessione tra l’osservatore e il soggetto”

© Diego Ibarra Sánchez_Ghazze_Ritratto di Sariya Walid

“Con le mie immagini non voglio semplicemente mostrare la vita quotidiana dei profughi siriani in Libano. Voglio far vedere che una guerra non finisce quando viene sparata l’ultima pallottola. Non dobbiamo dimenticarci che queste persone sono state costrette a lasciare tutto, vivono in esilio e crescono senza diritti. Penso soprattutto ai bambini: siamo di fronte a una bomba a orologeria, un’intera generazione a cui viene negato il diritto all’istruzione”.

Diego Ibarra Sánchez è un fotografo spagnolo che da cinque anni vive in Libano (dopo aver trascorso altrettanto tempo in Pakistan). I suoi scatti, assieme a quelli dell’italiano Lorenzo Tugnoli (vincitore del premio Pulitzer per la fotografia e del World press photo 2019), fanno parte della mostra “Traces of Light”, un progetto fotografico che illustra l’attività della onlus “WeWorld” nei campi informali nella valle della Bekaa in Libano dove l’associazione lavora per garantire l’accesso all’acqua e a servizi igienico-sanitari, accoglienza, istruzione e diritti a chi fugge dalla guerra (in esposizione alla Triennale di Milano all’inizio di maggio 2019, ndr).

Gli interventi hanno come obiettivo quello di migliorare l’accessibilità ai servizi per le persone con disabilità e l’inclusione sociale in un territorio che ospita oltre un milione di rifugiati, con l’obiettivo di assicurare condizioni di convivenza pacifica. “Per noi queste persone non sono solo beneficiari, ognuno di loro rappresenta un incontro speciale, fatto di empatia e rispetto”, spiega Marco Chiesara, presidente di “WeWorld”. Sia nelle attività per garantire l’accesso all’acqua, sia in quelle legate al supporto verso le persone con disabilità e quelle più vulnerabili, “WeWorld” è determinata a incoraggiare la resilienza e garantire la dignità di tutti.

“Siamo in una zona rurale, a pochi chilometri dal confine siriano -spiega Lorenzo Tugnoli-. Molti di coloro che vivono qui vorrebbero poter tornare a casa, ma per ora non possono farlo perché la situazione politica in Siria ancora non lo consente. Queste persone vivono in condizioni molto difficili, spesso in tende, in una regione dove gli inverni possono essere molto rigidi. I rifugiati siriani non hanno acqua corrente, né luce, né accesso all’istruzione per i propri figli”.

Per entrambi gli autori di queste immagini la sfida è quella di mettere al centro del proprio lavoro “le storie delle persone, la loro umanità”. “Una buona foto deve creare una connessione tra l’osservatore e il soggetto: con le mie immagini cerco di raccontare storie, storie di persone”, riprende Tugnoli che, con i suoi scatti dallo Yemen (pubblicati sul quotidiano “The Washington Post”), in cui racconta la tragica carestia che devasta il Paese ha vinto il premio Pulitzer 2019. Immagini in cui “bellezza e compostezza si intrecciano con la devastazione”, ha scritto la giuria nelle motivazioni.

© Lorenzo Tugnoli, Hermel, valle della Bekaa settentrionale

“Il problema di rappresentare la sofferenza e farlo in modo umano è un problema che esiste da sempre, da quando è stata inventata la fotografia -riflette Tugnoli-. Penso che non esista una vera soluzione, ciascuno deve provare a risolvere questo problema in ogni situazione in cui ci si trova, prestando attenzione alle persone che hai davanti a te e non solo alle tue esigenze professionali”.

L’attenzione alle persone e alle loro storie è uno degli elementi centrali anche nel lavoro di Diego Ibarra Sánchez: “Noi fotografi dobbiamo stare attenti a non produrre immagini stereotipate. Dobbiamo fare in modo, invece, che le persone che le osservano si facciano delle domande, si interroghino su quello che stanno guardando e sulle cause che hanno prodotto quella determinata situazione. Per questo penso anche sia importante stare a lungo nei Paesi in cui lavoriamo: conoscerne la lingua, la storia e la cultura è essenziale per andare a fondo, raccontare le storie nella loro complessità e soprattutto rispettare le persone”.

© Lorenzo Tugnoli. Masharih al-Qaa, Valle della Bekaa settentrionale

Allo stesso tempo, Ibarra Sánchez chiede anche agli osservatori di rallentare e di prendersi del tempo quando ci si ferma davanti a un’immagine. “Quante foto carichiamo ogni giorno sui social media? Quanto tempo passiamo davanti allo schermo? -conclude-. Di fronte a immagini come queste dobbiamo ricordarci che non siamo davanti a qualcosa di neutro: siamo di fronte a testimoni della storia. Per questo è importante re-imparare a osservare un’immagine fotografica”.

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