Ambiente / Opinioni

La risposta dell’Etiopia al climate change

Entro il 2030 le emissioni del Paese africano potrebbero più che raddoppiare. Ma Addis Abeba si è presa un impegno rilevante

Tratto da Altreconomia 203 — Aprile 2018

Addis Abeba, fine febbraio. Sto facendo lezioni sul cambiamento climatico a un centinaio di funzionari dei ministeri dell’Etiopia. È parte di un progetto di formazione (“capacity building”) finanziato dal nostro ministero dell’Ambiente, quell’“aiutiamoli a casa loro” tanto invocato da quello sparuto gruppo di neuroni con felpa che ha vinto le ultime elezioni politiche. Hanno chiesto di fare esercizi pratici, quindi inizio con la stima della CO2 che viene emessa in Etiopia dalla combustione del carbone (una quantità nel 2015 pari a un quarantesimo di quella bruciata dall’Italia). Discutiamo i dati da usare, il metodo di calcolo, ecc.; c’è interesse, e arrivano domande, tutto bene.

Passo alle emissioni dai trasporti. Propongo un esercizio che faccio con i miei studenti al Politecnico: “Calcoliamo quanta CO2  si emette in un anno con la propria automobile: dunque, chi di voi usa l’auto? Chi di voi percorre più chilometri in un anno con la propria auto?”. Silenzio. “Non siate timidi, su, alzi la mano chi ha un’automobile”. Ancora silenzio, qualcuno scuote la testa, un paio sorridono quasi di nascosto.

Capisco troppo in ritardo: nessuno fra i 96 funzionari del ministero, fra cui tre direttori, possiede un’automobile. Anche se nelle ore di punta di Addis Abeba ci sono code e ingorghi, l’automobile è un lusso che pochi dei 100 milioni di abitanti dell’Etiopia si possono permettere: secondo le statistiche ufficiali ci sono 8 auto ogni 1.000 abitanti (ed erano un terzo 10 anni fa), per lo più auto vecchie o malandate.

Nell’agglomerato urbano di Addis Abeba ci sono più di tre milioni di persone, senza metropolitane e con pochi mezzi pubblici, tantissimi si muovono a piedi in tutte le strade, spesso con marciapiedi ai limiti della praticabilità; e di notte le strade sono buie o poco illuminate. Il consumo di energia elettrica pro-capite di un etiope è un cinquantesimo di quello di un italiano. Spesso si sente dire che a questi Paesi così poveri di energia non è possibile chiedere un impegno contro il cambiamento climatico. Eppure, se si guardano gli impegni sul clima dichiarati nell’ambito dell’Accordo di Parigi, le cose non stanno così. Secondo le statistiche ufficiali, l’Etiopia nel 2015 ha avuto un’emissione pro-capite di gas climalteranti pari a 1,8 tonnellate, legate soprattutto alla deforestazione; è un quinto del valore medio europeo.

Lo scenario business as usual (senza politiche sul clima) prevede che le emissioni dell’Etiopia saranno più che raddoppiate nel 2030, per l’ulteriore deforestazione e per lo sviluppo dei trasporti e dei consumi energetici. Invece, il contributo volontario nazionale (Ndc) dichiarato nell’ambito del negoziato internazionale prevede che l’Etiopia nel 2030 riduca le sue emissioni di gas serra del 65% rispetto a questo scenario, portando le sue emissioni pro capite a 1,1 tonnellate: in questo caso, anche nel 2030 gli etiopi emetterebbero un quinto degli europei.

1,1 tonnellate è l’obiettivo di emissione pro-capite annue di gas serra nel 2030 che l’Etiopia ha assunto nell’ambito dell’Accordo di Parigi. L’obiettivo europeo è di circa 6 tonnellate, più di 5 volte superiore.

Nonostante l’enorme fame di energia del Paese, l’Etiopia ha assunto davanti alla comunità mondiale un impegno molto rilevante: una lotta drastica alla deforestazione, uno sviluppo imponente delle energie rinnovabili per evitare l’aumento dell’uso dei combustibili fossili. L’impegno è condizionato al ricevere aiuti finanziari. Ma non potrebbe essere altrimenti, per un Paese in cui il valore del parametro più usato per descrivere la ricchezza (il Pil pro-capite) è un settantesimo di quello europeo; se così non fosse, ci sarebbe solo un altro modo per impedire loro di sfruttare le risorse disponibili: la guerra e i muri.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2016)

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