Ambiente / Opinioni

Il ritorno dei negazionisti in prima pagina

L’inserto culturale del Corriere della Sera mette maldestramente in discussione il problema del riscaldamento globale. E non rispetta la scienza

Tratto da Altreconomia 192 — Aprile 2017
La titolazione dell'articolo negazionista apparso a fine febbraio su "La Lettura", supplemento culturale del Corriere della Sera
La titolazione dell'articolo negazionista apparso a fine febbraio su "La Lettura", supplemento culturale del Corriere della Sera

Dovremmo cercare di capire i motivi del grande ritardo del mondo della cultura italiana nel comprendere la gravità del problema del surriscaldamento globale. È una questione che sta già avendo e avrà conseguenze enormi sulla vita delle persone e degli ecosistemi: gli esperti discutono ormai nei convegni i dettagli -quanti metri potrà alzarsi nei prossimi secoli il livello del mare, quale contributo stanno già dando le variazioni climatiche alla migrazione di milioni di persone-. Questa conoscenza fatica ad emergere e ad arrivare alle persone comuni; sui giornali e le televisioni italiane l’argomento è quasi assente; anzi, spesso si leggono articoli che sembrano scritti trent’anni fa. Ci sono eccezioni, ma nel complesso il mondo culturale italiano sta rimuovendo più o meno consapevolmente questo problema. Non ha ancora capito quanto e perché le decisioni prese nei prossimi decenni avranno conseguenze su centinaia di generazioni che verranno dopo di noi.

+1,25°C, è la differenza fra le temperature medie globali registrate nel 2016 e la media delle temperature nel periodo 1880-1909. Se si considera la tendenza media, l’aumento nel 2016 è di 1,06°C

Negli Stati Uniti, nonostante Donald Trump, il New York Times o il Washington Post pubblicano spesso editoriali e commenti che parlano delle politiche sul clima. In Inghilterra il Guardian ha una pagina web dedicata, e promuove una campagna sul disinvestimento dalle fonti fossili. Sul New Yorker scrivono di clima Elisabeth Kolbert, autrice di Cronache da una catastrofe e La sesta estinzione, e Jonathan Franzen, l’autore di Libertà, forse il primo grande romanzo che ha al centro la questione dei combustibili fossili e della preservazione della natura.

Invece, il cambiamento climatico non è un tema che interessa agli editorialisti dei quotidiani italiani. Forse, però, è meglio così: meglio che non ne parlino. Il Corriere della Sera non smette di fornire esempi al riguardo. Non ci sono più gli articoli a raffica che mettono in discussione la scienza del clima, e le notizie degli impatti del climate change non possono essere ignorate; oggi sono gli editorialisti a fornire il peggio: da Pierluigi Battista ad Aldo Grasso, fino a Paolo Mieli, fanno di tutto per mettere in dubbio i risultati della scienza del clima o tranquillizzare il lettore: non facciamo i catastrofisti, suvvia. L’infortunio occorso all’inserto La Lettura però dovrebbe spingere a una riflessione il mondo del giornalismo italiano. Nel numero di fine febbraio 2017 è stato pubblicato in apertura un articolo di tre pagine intitolato “Credetemi, il clima non è surriscaldato”, in cui si metteva addirittura in discussione l’esistenza del problema, cosa su cui anche la maggior parte dei negazionisti ha ceduto.

In nome della libertà di opinione, la testata ha organizzato l’ennesimo “dibattito” alla pari fra un negazionista con poche o nulle competenze in climatologia e un esperto di clima. Non si è posta il problema che dare spazio a una tesi largamente minoritaria, peraltro sostenuta da un dilettante in materia, è una cosa poco sensata, come lo sarebbe dare spazio a un odontotecnico che proponesse il legame fra i vaccini e l’autismo. Sul numero 5/2015 di Micromega Silvia Bencivelli e Telmo Pievani avevano avviato un interessante dibattito sui pericoli di un atteggiamento di pregiudiziale rifiuto che molte persone, anche a sinistra, hanno nei confronti di molti prodotti della ricerca scientifica e tecnologica (dagli OGM ai farmaci) e sulla difficoltà di intraprendere un dibattito sui dati e i fatti. Che dovrebbe iniziare anche sul perché in Italia l’establishment culturale faccia così fatica ad accettare i risultati della scienza del clima.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2016)

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  • Wyatt “the Pino” Earp

    Il problema è grave, non c’è dubbio… il virus del negazionismo si alimenta sempre bene nel terreno fertile della cattiva informazione: quando chi dovrebbe fare Informazione e Politica corretta non è all’altezza del compito cui è preposto, c’è il rischio di dare voce ad opinioni poco fondate od addirittura servitrici di interessi particolari. Non so come il Corriere della Sera possa cadere oggi in una simile tendenza deteriore dopo che sul finire del secolo scorso e nei primi del 2000 aveva avuto una bella impronta propositiva con Franco Foresta Martin e con molti editoriali pregnanti dell’ottimo politologo Giovanni Sartori (purtroppo recentemente scomparso): in quegli anni si era fatto un discreto sforzo di cultura formativa sui veri problemi ambientali e dell’energia, chi voleva informarsi correttamente e contribuire col suo comportamento in fondo poteva essere tentato di farlo. Ero stato ad una giornata di studio sul Mutamento climatico una quindicina d’anni fa all’Università della Svizzera italiana di Lugano… alcuni studiosi facenti capo al progetto IPCC delle Nazioni Unite avavano anticipato i risultati dello studio scientifico internazionale che non lascia adito a dubbi sulla realtà dei mutamenti climatici e, con ottima probabilità, anche alla loro origine antropica, quella del comportamento energetico del nostro mondo progredito, quello della Rivoluzione industriale nei suoi tre passi oggi denominati 1.0 e 2.0 e 3.0 (in estrema sintesi). È difficile comprendere i motivi che hanno ora spinto il CdS ad un’argomentazione condotta con così poca “veggenza”, ma gli studiosi presenti a Lugano erano concordi nel mostrare una carenza informativa: in particolare quella di insistere sugli aspetti a lungo termine del fenomeno dei Mutamenti climatici piuttosto che concentrare l’attenzione sulle conseguenze ben visibili nel territorio che viviamo… in modo da fare un’informazione che potesse spingere le persone a non scoraggiarsi ed imboccare la via della presa di coscienza e dell’attivismo individuale (tutti possiamo fare qualcosa contro il riscaldamento medio atmosferico del pianeta terra, piccoli passi di ogni persona che abbia consapevolezza… consapevolezza che la politica redazionale espressa dal CdS e da certi governanti poco avveduti rischiano di far decadere).
    Ringrazio se vorrete riportare questo pensiero, spero costruttivo, Giuseppe Donati

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