Diritti / Opinioni

L’esercitazione della Nato e quel silenzio sulle spese militari

L’operazione “Defender 20” non era segreta e nemmeno riservata. Anzi. Eppure in pochissimi ne hanno seguito gli sviluppi. Perché? La rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 225 — Aprile 2020
20 febbraio 2020, un tank M1 Abrams dell'esercito degli Stati Uniti giunge al porto di Bremerhaven in Germania - © NATO

L’emergenza Coronavirus, alla fine, ha costretto la Nato a rinunciare alle attività programmate nell’ambito di Defender 20, annunciato come il più grande “stress test” dell’ultimo quarto di secolo. Trentasettemila soldati impegnati, di cui trentamila statunitensi, 17 Paesi coinvolti nella fornitura di uomini e mezzi, dieci nella logistica e negli spostamenti. Secondo i programmi, si trattava di un’esercitazione tesa ad “accrescere la capacità di dispiegare rapidamente una grande forza di combattimento dagli Stati Uniti in Europa”. Insomma una prova di forza con un inedito impiego di forze e di mezzi, il coinvolgimento di migliaia di civili, l’impegno di sei porti, il tutto concentrato nel Nord-Est dell’Unione, con Polonia e Paesi baltici come ultima frontiera. Il convitato di pietra, non citato ma chiaramente evocato, era il vicino russo. La Nato si era insomma attrezzata per mostrare tutti i suoi muscoli alla post democrazia di Putin, in una fase a dir poco delicata della geopolitica nel quadrante europeo e nel vicino Oriente. Colpisce che un’operazione del genere, da compiere ai confini con la Russia, e quindi sollecitando attenzioni e allarmi conseguenti, sia passata inosservata nell’opinione pubblica e nei media finché la pandemia non ha costretto i vertici della Nato a cambiare i programmi.

C’è un silenzio sempre più sospetto attorno alle questioni militari. Defender 20 non era un’operazione segreta e nemmeno riservata, anzi è stata annunciata con un sito dedicato e attività sui social, ma non ha suscitato alcuna curiosità e tanto meno dubbi, finché non si è cominciato a domandarsi se i soldati avessero in dotazione le mascherine di protezione e finché alcuni generali non sono risultati positivi al virus.

2%: la quota di spese militari rispetto al Prodotto interno lordo che la Nato chiede ai Paesi membri di raggiungere

Perché tanta distrazione? Perché il mondo dell’informazione ha taciuto? Perché forze politiche e parlamentari non hanno chiesto conto di un’esercitazione così impegnativa? Che cosa la giustificava? In che modo si intendeva influire sulle relazioni con la Russia, nel cuore del continente europeo, in una zona storicamente ad alto rischio conflittuale e dove ancora si combatte -in Ucraina- una guerra a bassa intensità?
Non è vero -è bene ricordarlo sempre- che in Europa non ci sono state più guerre dal 1945, quando è finita la “seconda carneficina mondiale” (come dovremmo correttamente chiamarla): non possiamo dimenticare quanto successo in Croazia, Bosnia, Serbia, Kosovo, Cecenia e appunto Ucraina. Evocare l’invio di “una grande forza di combattimento” dagli Stati Uniti non dovrebbe lasciare indifferenti, come se si trattasse di un’operazione di routine. Allarma che non ci sia dibattito -non in Italia, ma non va molto meglio nel resto dell’Unione- sulla questione militare intesa nel senso più ampio, dai nodi strategici al ruolo della Nato fino alle spese per armamenti, che non accennano a decrescere, anzi.

Appunto, le spese militari, tabù politico per eccellenza, ma tabù sempre meno giustificato in un Paese e in un continente costretti a fare i conti con un’emergenza sanitaria che ha messo sotto stress -non simulato, anzi concretissimo- i sistemi nazionali di tutela della salute, indeboliti nell’ultimo trentennio da politiche di contenimento della spesa pubblica compiute in osservanza dell’ideologia neoliberale, ma sempre escludendo la sfera militare, considerata intoccabile. La sensazione è che una volta passata l’emergenza non potremo seguire ancora l’ingiustificata strategia del silenzio che circonda il mondo degli eserciti e delle armi.

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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