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Eni chiede un maxi-risarcimento a ReCommon e Greenpeace: “Ricatto per metterci a tacere”

Eni ha chiesto una mediazione obbligatoria nei confronti delle due Ong che potrebbe portare a una causa civile di risarcimento danni per diffamazione. La loro colpa? Aver esercitato pressione pubblica con la campagna a sostegno della climate litigation “La giusta causa”, e aver quindi smontato la retorica green del colosso

© Christoph Keil - Unsplash

Mentre l’Italia è colpita da Nord a Sud dagli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici, Eni, tra le prime aziende fossili del mondo, ha deciso di richiedere una mediazione obbligatoria nei confronti di ReCommon e Greenpeace Italia, ree d’aver esercitato una pressione pubblica per un reale cambiamento nelle politiche energetiche di una società che, continuando a investire su gas e petrolio, mette oggettivamente a rischio il Pianeta e quindi la sicurezza delle persone. La mediazione sarebbe una sorta di “premessa necessaria per l’instaurazione di una causa civile di risarcimento danni per diffamazione a mezzo stampa”, come denunciano le due organizzazioni dinanzi all’apparente rettifica di Eni che ha invece negato di aver intentato contro di loro una causa per diffamazione. Punto di non ritorno sarebbe stata in ogni caso l’iniziativa “La giusta causa” lanciata il 9 maggio di quest’anno da ReCommon e Greenpeace Italia insieme a 12 cittadine e cittadini.

Proprio quella climate litigation -la prima in Italia- che come Altreconomia abbiamo deciso di mettere in copertina a giugno di quest’anno per presentare l’inchiesta “Eni vs Pianeta”, che, bilanci della stessa azienda alla mano, smonta la retorica green e sostenibile della multinazionale.

La copertina di giugno 2023 di Altreconomia

Le organizzazioni avevano infatti deciso di portare in tribunale Eni, il ministero dell’Economia e Cassa depositi e prestiti per costringerli a rispettare i loro impegni sul clima e a rivedere le loro strategie di decarbonizzazione, rispondendo eventualmente in sede civile per i danni alla popolazione causati dai cambiamenti climatici. Per i promotori, la condotta dell’azienda e i suoi continui investimenti in combustibili fossili (solo il comparto “E&p”, esplorazione e produzione di idrocarburi, ha assorbito nel primo trimestre 2023 l’85,8% degli investimenti tecnici del gruppo) avrebbero contribuito ad aggravare il fenomeno. In occasione del lancio della campagna, Eni aveva fatto sapere ad Altreconomia che “si sarebbe riservata a sua volta di valutare le opportune azioni legali per tutelare la propria reputazione rispetto alle ripetute azioni diffamatorie messe in campo da ReCommon”. La mossa è arrivata.

“Proprio nei giorni in cui migliaia di persone vivono sulla propria pelle gli effetti disastrosi della crisi climatica, con un tempismo davvero sconcertante Eni pensa di zittirci minacciando una causa di risarcimento danni per diffamazione -ha detto Chiara Campione, responsabile dell’Unità clima di Greenpeace Italia-. I vertici di Eni devono sapere che questa richiesta non farà che motivarci ancora di più nella nostra battaglia in difesa del clima e delle generazioni presenti e future”. 

Eni, dicono ReCommon e Greenpeace Italia, avrebbe potuto intavolare una mediazione semplice. “Quando lo scorso maggio abbiamo intentato una ‘climate litigation’ nei confronti di Eni, ministero dell’Economia e Cassa depositi e prestiti, non eravamo tenuti a esperire la mediazione obbligatoria perché per la nostra azione legale la legge non la prevede. Nell’azione di Eni, invece, l’oggetto della causa, cioè la diffamazione a mezzo stampa, la rende obbligatoria”.

L’intenzione sarebbe tutt’altro che conciliativa ma al contrario “intimidatoria”: il risarcimento richiesto supererebbe almeno i 50mila euro per ciascuna organizzazione, “nonostante il colosso petrolifero, nella sua maldestra risposta al comunicato stampa di Greenpeace Italia e ReCommon, abbia tentato di negare, o quanto meno contraddire, quanto si legge negli atti”.

Secondo le Ong l’azione legale di Eni, che per il 30% è controllata dallo Stato attraverso Cassa depositi e prestiti e il ministero dell’Economia, fa parte di una strategia ben nota e collaudata, utilizzata da grandi aziende e gruppi industriali per fermare sul nascere le azioni e iniziative della società civile. Denominate Strategic lawsuit against public participation (Slapp), o cause strategiche contro la pubblica partecipazione, consistono in cause civili che, nonostante siano spesso basate su accuse infondate, hanno lo scopo di distrarre risorse (economiche e non) dall’attivismo, utilizzando a proprio vantaggio l’enorme sproporzione di risorse tra multinazionali e società civile.

“Sapevamo a che cosa andavamo incontro quando abbiamo lanciato ‘La giusta causa’ e abbiamo scelto di farlo perché nessun rischio è più grande di quello climatico. Intendiamo resistere a questo tentativo di intimidazione da parte di Eni e chiediamo il sostegno di tutte le persone e gli enti pubblici e privati che hanno a cuore la causa della giustizia climatica, a partire da chi vive e opera nei territori che stanno patendo sulla propria pelle le conseguenze catastrofiche della crisi”, ha concluso Antonio Tricarico di ReCommon.

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