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Crisi climatica / Attualità

Emergenza climatica, quando gli scienziati si ribellano

Scientist Rebellion punta a mobilitare la comunità scientifica non solo nelle attività di ricerca e divulgazione. “Abbiamo una grande responsabilità morale. Se diciamo che le cose vanno male e poi non facciamo niente diamo un’impressione errata”, spiega Elia Valentini, senior lecturer in Psicologia presso l’Università di Essex

Un attivista di Scientist Rebellion viene portato via di peso dalla polizia durante una manifestazione di protesta che si è svolta a Berlino ad aprile 2022 © Stefan Müller

Fin da quando si è affermata sulla scena pubblica, Greta Thunberg è stata spesso invitata dai negazionisti del clima ad “andare a studiare”, invece di scioperare e saltare la scuola. Ma chi denigra i movimenti ambientalisti farà più fatica a mettere in atto la propria opera di disinformazione davanti agli scienziati di Scientist Rebellion, costola nata dal più conosciuto Extinction Rebellion, movimento di attivisti nato a Londra nel 2018, e poi diffusosi in tutto il mondo, che crede nell’efficacia delle azioni di protesta non-violente per sesibilizzare l’opinione pubblica sull’urgenza di intervenire per contrastare l’emergenza climatica

Scientist Rebellion è nato l’anno successivo per iniziativa di due (allora) studenti universitari ma rispetto a Extinction Rebellion ha un obiettivo più specifico: l’accento, infatti, è posto sulle azioni di disobbedienza civile messe in atto da scienziati e ricercatori con l’obiettivo di sollecitare governi e imprese ad agire urgentemente per mitigare gli effetti del collasso climatico sulla base delle indicazioni fornite dalla comunità scientifica internazionale. Per la prima volta, nell’aprile 2022, in coincidenza con l’uscita del Sesto rapporto di valutazione dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) si è svolta un’azione coordinata in 25 diversi Paesi e che ha visto la partecipazione di oltre mille persone: è stata l’azione di disobbedienza civile guidata da scienziati più grande di sempre.

A Copenaghen è stato bloccato l’ingresso del ministero dell’Ambiente mentre nei Paesi Bassi sette attivisti hanno letto il rapporto dell’Ipcc davanti al Ministero degli affari economici. In Svizzera è stata organizzata una marcia a Berna, mentre a Madrid è stato lanciato del sangue finto contro la facciata del Congresso nazionale. Azioni di protesta si sono svolte anche fuori dall’Europa: a Panama la protesta si è concentrata davanti alle ambasciate di Stati Uniti, Regno Unito e Germania, mentre a Portland e a Los Angeles sono state prese di mira soprattutto banche e camere di commercio, in ragione del loro sostegno all’industria dei combustibili fossili. Iniziative di protesta si sono svolte anche in diversi Paesi del Sud globale come Malawi, Ruanda, Sierra Leone ed Ecuador. Particolare il caso del Ruanda, dove gli scienziati sono scesi in piazza, chiedendo un’azione di emergenza, e hanno organizzato incontri durante i quali diversi studenti hanno condiviso le proprie storie ed esperienze su come la crisi climatica stia già colpendo le loro comunità e le loro case.

Manifestazioni e proteste si sono svolte anche in diverse città italiane. A Roma quattro attivisti si sono incatenati ai cancelli di accesso dell’Università La Sapienza per denunciare gli accordi siglati dall’ateneo con Eni e con Leonardo Spa; a Torino gli “scienziati ribelli” hanno incollato il testo dell’ultimo report Ipcc sulle vetrate della Regione Piemonte. Eni è stata oggetto anche della manifestazione che si è svolta a Porto Marghera (VE) dove sei giovani si sono incatenati ai cancelli della raffineria per chiedere un incontro pubblico al colosso del fossile durante il quale discutere dei loro piani strategici sulla decarbonizzazione. Nella maggior parte di questi atti di disobbedienza, in Italia così come all’estero, gli scienziati sono stati identificati e addirittura arrestati. “Il focus della nostra strategia è su azioni ad alto rischio, cioè che conducano molto probabilmente all’arresto perché sono quelle che creano maggiore frizione con il sistema e quindi con maggiore potenziale di condurre al cambiamento”, spiega ad Altreconomia Elia Valentini, senior lecturer in Psicologia presso l’Università di Essex e membro di Scientist Rebellion.

Per il mondo accademico si tratta di un cambio di rotta importante: la scienza, infatti, ha seguito fin qui un percorso “formale”, dove gli esperti (a partire da quelli dell’Ipcc) vengono consultati periodicamente e i loro studi vengono spesso ripresi dai media. Eppure, nonostante ci sia un solido consenso scientifico sulla gravità della situazione, non vengono prese azioni concrete per mettere in atto soluzioni. E intanto le cose peggiorano. Questo ha spinto gli scienziati a scendere in piazza. “Non voglio generalizzare, però la nostra comunità è spesso conservativa e moderata: manca la branca che si fa coinvolgere in pubblico se non per la divulgazione, rimane lontana dalla politica se non per conciliare le decisioni politiche -riflette Valentini-. Non tutti gli scienziati vogliono esporsi, ma abbiamo una grande responsabilità morale: se diciamo che le cose stanno andando male e poi non facciamo niente diamo un’impressione errata. Quasi come se la situazione non fosse poi così grave come la raccontiamo. Se non siamo i primi a ribellarci, come pensiamo possa farlo il pubblico?”.

Come Extinction Rebellion, anche Scientist Rebellion è un movimento orizzontale e si collabora in modo fluido: si lavora per gruppi e sottogruppi, ciascuno con specifici compiti. Per farne parte è sì necessario lavorare nel campo scientifico ma non solo: “Attualmente stiamo scrivendo il nostro codice in cui stabiliamo chi sono i membri è chi invece sono i sostenitori -riprende Valentini-. Non è stato ancora ratificato ma posso anticipare che i membri saranno definiti come coloro che utilizzano il metodo scientifico per rispondere a domande e generare nuove conoscenze, sia in ambito accademico sia non accademico. In questo senso è molto probabile che la grande maggioranza dei membri abbia un titolo universitario. Tuttavia, non ci saranno vincoli per chi vorrà essere un semplice sostenitore. Chiaramente, il movimento coinvolge persone con conoscenze differenti che, pur non essendo professionisti della scienza, possono fare bene al movimento. Disseminazione, interviste, comunicare la scienza: questi sono i nostri obiettivi”.

Ma questo spesso può non bastare. Per questo motivo Scientist Rebellion agisce in sinergia con altre organizzazioni promuovendo iniziative diverse. In Italia, alcuni scienziati ribelli hanno aderito allo sciopero della fame promosso dalla rete di disobbedienza civile Ultima generazione nell’ambito della campagna “Non mangio carbone“: molti hanno digiunato per la prima volta nella loro vita, chi per qualche giorno chi per settimane, per chiedere l’abbandono dei combustibili fossili.

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