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Diritti / Attualità

È arrivato il momento di cambiare la legge 40

La Società italiana della riproduzione umana ha presentato una proposta per superare i limiti della normativa entrata in vigore vent’anni fa, profondamente modificata dalle sentenze dei tribunali. Mentre slitta al primo gennaio 2025 l’entrata in vigore dei Livelli di assistenza che garantirebbero parità di accesso ai trattamenti

È arrivato il momento di riscrivere la legge 40, la normativa che da vent’anni disciplina le modalità con cui una coppia che non riesce ad avere figli può accedere a trattamenti specifici. Oggi quella legge mostra tutti i “segni” del tempo e delle numerose sentenze che negli anni ne hanno modificato l’impianto. Ne sono convinti i medici della Società italiana della riproduzione umana (Siru) che il 25 marzo, durante un convegno che si è svolto alla Camera dei deputati, hanno presentato una proposta di legge “sulla tutela della salute riproduttiva e l’accesso alla riproduzione medicalmente assistita” che già nel titolo segna un cambio di passo rispetto alla normativa oggi in vigore, che disciplina esclusivamente il ricorso alla procreazione medicalmente assistita (Pma)

“In Italia c’è la necessità di agire con urgenza per tutelare la salute riproduttiva nel suo complesso -spiega ad Altreconomia Antonino Guglielmino, direttore sanitario del centro Hera di Catania ed ex presidente della Siru-. Il nostro Paese registra un drammatico calo demografico e un abbassamento delle capacità riproduttive legato a inquinamento, stili di vita e abitudini errate. Oltre al fatto che l’età media in cui i genitori mettono al mondo il primo figlio è sempre più avanzata”. Da qui la necessità di un approccio integrato nell’ambito della salute riproduttiva “come aspetto essenziale della personalità di ciascun individuo”, recita la proposta di legge che pone una specifica attenzione sulla prevenzione dell’infertilità e sulla preservazione della fertilità lungo tutto l’arco della vita delle persone: “Chiediamo interventi di prevenzione, campagne di educazione e informazione su questi temi, anche per incentivare la donazione di gameti -sintetizza Guglielmino-. Chiediamo di dare alle coppie una serie di diritti, a partire da quello di decidere come utilizzare gli eventuali embrioni in sovrannumero”.

Il superamento della legge 40 è necessario anche alla luce dei passi avanti fatti dalla scienza medica negli ultimi vent’anni. Come anticipato, il testo della norma approvata nel 2004 è stato profondamente modificato da diverse sentenze sia dei tribunali ordinari, sia della Corte costituzionale. Nel 2009, ad esempio, è stato eliminato l’obbligo di creare al massimo tre embrioni e di trasferirli tutti in un unico e contemporaneo impianto (situazione che ha portato a un aumento delle gravidanze multiple, con conseguenti rischi per la salute della donna); nel 2014 è caduto il divieto di fecondazione eterologa che prevede la possibilità per una coppia di fare ricorso a gameti (ovociti e spermatozoi) di un donatore esterno alla coppia. Infine, un pronunciamento della Consulta del 2015, ha introdotto definitivamente la diagnosi pre-impianto dell’embrione per le coppie portatrici di patologie genetiche trasmissibili al nascituro.

“A fronte di questi profondi cambiamenti, anche sul piano sociale, culturale e antropologico, la legge 40/2004 non riesce a dare una risposta compiuta”, si legge nel testo della proposta di legge della Siru, che mette poi in evidenza come negli ultimi vent’anni i giudici abbiano avuto un ruolo fondamentale per riconoscere i diritti e dare tutele: “Ma non è sufficiente rimettere ogni decisione al potere giudiziario, che ha inevitabilmente un ambito di azione più ridotto rispetto a quello legislativo”.

Il testo della proposta contiene diverse novità. Recepisce la sentenza della Corte costituzionale riconoscendo il ricorso a test finalizzati a diagnosticare patologie dell’embrione, sancisce la donazione “libera, volontaria, anonima e gratuita” dei gameti, per i quali può essere previsto un equo rimborso o indennizzo per la donatrice o il donatore. In questo ambito, inoltre, assegna allo Stato il compito di promuovere la donazione di cellule riproduttive anche attraverso campagne di sensibilizzazione.

Si tratta di un elemento particolarmente importante per garantire l’accesso alle tecniche di procreazione assistita eterologa: tra il 2015 e il 2021 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati della Relazione al Parlamento sull’applicazione della legge 40) il numero di coppie che ha utilizzato i gameti di un donatore esterno è passato da 2.083 a 11.584. Ma la quasi totalità dei trattamenti è stata effettuata con ovociti e liquido seminale importati dall’estero -in particolare da Spagna e Repubblica Ceca- con un costo importante per il sistema sanitario.

La proposta di legge dedica poi particolare attenzione alla crioconservazione e al destino degli embrioni sovranumerari -ovvero quelli che non vengono trasferiti in utero perché portatori di malattie genetiche o perché la coppia che li ha “prodotti” ha completato il proprio progetto genitoriale- e prevede esplicitamente la possibilità di donarli alla ricerca oppure “ad altra coppia per fini procreativi”. Quest’ultima opzione, attualmente vietata in Italia, viene praticata ad esempio in Spagna.

Ci sono però due aspetti che la proposta di legge della Siru non va a modificare: da un lato l’accesso alle procedure di riproduzione medicalmente assistita resta riservato solo alle coppie eterosessuali (escludendo quelle omosessuali e le donne single) e rimane vietata la gestazione per altri. “Noi vogliamo una riforma degli aspetti medici e vogliamo aprire una discussione nel Paese sui temi della fertilità e della salute riproduttiva -conclude Guglielmino-. Inserire nella nostra proposta di legge il tema della gestazione per altri o l’accesso alle coppie dello stesso sesso avrebbe innescato una battaglia puramente ideologica che non ci interessa”.

La proposta di riforma della legge 40 avanzata dalla Siru arriva in concomitanza con la decisione dei ministeri della Salute e dell’Economia di far slittare dal primo aprile 2024 al primo gennaio 2025 l’entrata in vigore dei “nuovi” Livelli essenziali di assistenza (Lea) previsti dal Dpcm 502 del 12 gennaio 2017 che comprendono diversi servizi sanitari e accertamenti diagnostici, tra cui le tecniche di procreazione medicalmente assistita. Resta così aperto quel profondo divario territoriale che, ancora oggi, costringe migliaia di coppie, provenienti soprattutto dal Sud, a spostarsi verso quelle Regioni che anche in assenza dei Lea erogano queste prestazioni con risorse proprie. Sempre la Relazione al Parlamento evidenzia come nel 2021 in Lombardia il 28% dei cicli sia stato effettuato su pazienti provenienti da fuori Regione, un dato che sale al 54,9% per la Toscana e al 35,5% per il Lazio.

L’entrata in vigore dei Livelli essenziali di assistenza avrebbe invece permesso -almeno sulla carta- alle coppie di tutta Italia di rivolgersi alle strutture pubbliche della propria Regione e ricevere, gratuitamente o dietro il pagamento di un ticket, i trattamenti necessari per portare avanti il proprio progetto genitoriale.

La nuova data è contenuta in una bozza di decreto del ministero della Salute diffusa da portali specializzati e associazioni, in cui si chiarisce che la proroga è arrivata a seguito della “posizione unanime raggiunta dalle Regioni e dalle Province autonomie in merito alla disponibilità ad assecondare la richiesta di rinviare l’entrata in vigore delle tariffe di assistenza specialistica ambulatoriale e di assistenza protesica” anche al fine di “valutare una più ampia revisione delle medesime tariffe”.

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