Cultura e scienza / Approfondimento

L’inattesa vitalità dei dialetti d’Italia. Nuovo interesse oltre i pregiudizi

Già negli anni Sessanta sembravano destinati a scomparire, ma così non è stato. Anzi, assistiamo a una loro riscoperta negli ambiti più diversi anche grazie agli atlanti linguistici, alle grammatiche e ai vocabolari dialettali

Tratto da Altreconomia 202 — Marzo 2018
Il monumento dedicato al poeta milanese Carlo Porta in via Verziere nella sua città

“Secondo me, la differenza tra la lingua italiana e il dialetto, è che la lingua italiana, si capisce meglio, è più dolce e calma, ed è anche espressa con amore; ed invece il dialetto è detto con voce forte e malintesa, con un tono losco, e anche espressa con un pò di odio. In verità, penso che sia preferibile parlare in italiano, perché è una lingua che esprime secondo me tanto amore per gli altri”. Chissà dov’è oggi quella bambina o quel bambino di Alberobello (BA).

Frequentava la scuola elementare quando prese parte a un’indagine condotta dal 1995 dal dialettologo Giovanni Ruffino, ordinario di Linguistica italiana dell’Università di Palermo, presidente del Centro di studi filologici e linguistici siciliani e accademico ordinario della Crusca. La domanda era: “Qual è secondo te la differenza tra lingua italiana e dialetto?”. Ruffino la pose a 9mila ragazzi, dal Trentino-Alto Adige alla Sicilia, e raccolse altrettanti giudizi e pregiudizi, che poi riportò fedelmente nel libro “L’indialetto ha la faccia scura” (Sellerio, 2006).

Negli anni dell’avvio dell’indagine, secondo l’Istat, 24 italiani su 100 dichiaravano di utilizzare “solo o prevalentemente dialetto”. Vent’anni dopo sono appena 14 (i dati dell’ultima indagine sono stati pubblicati a fine 2017 ma si riferiscono al 2015) e “maggiormente coloro che hanno un titolo di studio basso”. Il dialetto muore, verrebbe da pensare. Eppure nello stesso grafico c’è un’altra curva che punta all’insù. “Sia italiano che dialetto” riporta la legenda: nel 1995 era il 28%, oggi è il 32%. Allora il dialetto resiste, in particolare al Nord-Est e al Sud. Carla Marcato è professore ordinario di Linguistica italiana e Varietà e storia dell’italiano all’Università degli Studi di Udine, ateneo del quale ha diretto il Centro internazionale sul plurilinguismo (Cip). Per “il Mulino” ha curato il volume “Dialetto, dialetti e italiano”.

I pronostici sull’estinzione del dialetto partendo dai dati freddi dell’Istat non la appassionano. È più interessata alla sua “trasformazione”, al rapporto con l’italiano e a quella che definisce la complessa e sempre varia “situazione del parlante”. “I dati più interessanti riportati dall’Istat non riguardano tanto gli usi esclusivi del dialetto -spiega Marcato-, che registrano un calo atteso, quanto le alternanze italiano-dialetto. Perché queste mostrano come il dialetto, o i dialetti, non siano esclusivi ma ci siano”. La scolarizzazione obbligatoria, una maggiore esposizione alla lingua nazionale e al suo “prestigio” e i crescenti contatti con l’esterno hanno reso l’italiano più “disponibile”, prosegue Marcato.

E i pregiudizi sono avversari difficili da sconfiggere: “Il dialetto è considerato da alcuni ancora come una lingua di cui vergognarsi”. Proprio come in passato. “La lingua italiana viene parlata con i genitori e con altra gente ordinata e importante -rispose un altro giovane ‘intervistato’ di Genivolta (CR) all’indagine di Ruffino-; mentre il dialetto viene parlato nelle aziende agricole e dai contadini”. Accanto al pregiudizio, però, Marcato osserva come tra le persone colte la “paura” del dialetto abbia ceduto il passo all’interesse. “Talvolta incontriamo il dialetto dove non ce l’aspetteremmo: in un articolo di giornale che tratta di cultura o di sport. Dove chi ha capacità e dimestichezza con la scrittura in lingua italiana passa al dialetto per curiosità, interesse o semplicemente per ragioni espressive”.

La “risorgenza dialettale” si ritrova anche “nella pubblicità, nelle insegne dei negozi, bar e ristoranti, nel Web, nei fumetti, nella canzone, nelle radio e televisioni locali” (Ruffino). È una convivenza che per la professoressa Marcato rende il dialetto anche “una sorta di serbatoio al quale attingere per arricchire il proprio linguaggio, divertire, divertirsi, essere diversi dagli altri” come si nota spesso negli usi linguistici dei giovani. Una relazione tra pari. “Dal punto di vista strettamente linguistico -ha chiarito il professor Ruffino-, tra lingua e dialetto non c’è alcuna differenza per quanto attiene la struttura del sistema e il suo funzionamento: entrambi hanno una loro fonetica, una loro morfologia, una loro sintassi, un loro repertorio lessicale”. E “la differenza tra lingua e dialetto non può che fondarsi su criteri storici, culturali e sociali (o sociolinguistici)”.

Dunque il dialetto è (anche) scritto. “Un personaggio colto di cui non dirò il nome ha detto recentemente che la differenza tra dialetto e italiano è che il dialetto non si scrive”, ricorda Marcato. “Non è affatto così: la rimando ai testi scritti di Carlo Goldoni”. O a quelli di Carlo Porta (1775-1821), del quale l’editore Einaudi ha ripubblicato quest’anno le “Poesie” scelte e tradotte dal dialetto milanese dalla poetessa Patrizia Valduga. Non è un caso che il “Grande dizionario italiano dell’uso” diretto un tempo da Tullio De Mauro definisca il dialetto come un “sistema linguistico”. Che non è detto si possa “insegnare” come fosse imbalsamato, appiattendo le profonde differenze tra i dialetti del nostro Paese. “Se volessi introdurre il dialetto come insegnamento scolastico -riflette Marcato- dovrei avere un dialetto di riferimento. Quale? Per esempio quale tipo di siciliano? Ogni paese ha la sua piccola o grande differenza”. Dunque? “Più che insegnare il dialetto in quanto tale bisognerebbe insegnare a conoscere e apprezzare la cultura locale di cui quel dialetto fa parte. Come fosse un bene e un patrimonio di un determinato territorio. Non insegnerò una grammatica che non ha senso ma la conoscenza di uno strumento di comunicazione legato alla cultura del luogo. Ma insegnare il dialetto come fosse una lingua straniera non ha molto senso”.

“La ‘risorgenza dialettale’ si ritrova anche ‘nella pubblicità, nelle insegne dei negozi, bar e ristoranti, nel Web, nei fumetti, nella canzone, nelle radio e televisioni locali’” – Giovanni Ruffino

E ciò condiziona anche lo studio che si fa del dialetto. “Oggi prevale lo studio del dialetto in rapporto all’italiano, come ad esempio le situazioni d’uso o la percezione d’uso. In passato -prosegue Marcato- prevalevano studi di carattere descrittivo: la fonetica, le trasformazioni o i fatti storici”. Gli strumenti a disposizione di chi volesse conoscere i dialetti sono tanti: gli atlanti linguistici, le grammatiche e i vocabolari dialettali, gli scritti in dialetto (numerosi quelli di stampo letterario). “I vocabolari ottocenteschi -continua Marcato- venivano compilati per migliorare la conoscenza dell’italiano attraverso il dialetto (milanese, ad esempio, come quello di Francesco Cherubini, o piemontese, veneziano, napoletano, genovese). Che non è il dialetto di oggi”.

“Più che insegnare il dialetto in quanto tale bisognerebbe insegnare a conoscere e apprezzare la cultura locale di cui quel dialetto fa parte” – Carla Marcato

Quei vocabolari vengono ristampati ma anche continuamente compilati. “Attualmente chi compone vocabolari lo fa più che altro per registrare le parole del suo tempo, documentare uno stato di cose, fare memoria delle parole”. Evitando da un lato di trasformarlo in un “passato vagheggiato” o dall’altro di cadere nel rischio sottolineato da Ruffino di una “folclorizzazione che isola il patrimonio della cultura popolare dal suo autentico contesto comunicativo, socio-culturale e storico”. Le leggi regionali chiamate a promuovere la valorizzazione e la tutela dei dialetti dovrebbero intervenire con questa attenzione. Anche attraverso il sostegno di opere, manifestazioni o canzoni dialettali. Dato per spacciato già negli anni 60, il dialetto continua a sopravvivere, ricorda Marcato. “Ma la morte di una lingua è un fatto naturale e può avvenire anche per il dialetto. Quando non si sa, e non è detto che avvenga”. Aveva ragione del resto quel giovane di Terrasini (PA) che alla domanda del professor Ruffino rispose: “Per me la lingua italiana e il dialetto sono lingue molto belle”.

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