Cultura e scienza / Intervista

David Dimitri. La magia dell’uomo circo

Funambolo, musicista, artista: nel suo tendone cura ogni aspetto e crea spettacoli straordinari con “il lavoro sincero, umile, non industriale”

Tratto da Altreconomia 208 — Ottobre 2018
Dimitri posa accanto al cannone -che ha progettato e costruito di persona- da cui si fa sparare durante i suoi spettacoli © Matteo Mochi

C’è qualcosa che rende straordinario “L’Homme Cirque”, lo spettacolo ideato dall’acrobata e funambolo David Dimitri, in tournée mondiale ormai da oltre dieci anni. David è davvero “l’uomo circo”. È completamente solo in scena: nessun assistente, nessuna spalla. Si occupa di tutto: dal montaggio del tendone alle luci. È musicista, artista, mimo, direttore del circo. Ma non è solo questo.

Lo straordinario sta nel fatto che si alternano, per un tempo che pare infinito e breve al tempo stesso, numeri di alta tecnica circense a momenti esilaranti, concitazione a calma, tensione a poesia. Si resta col fiato sospeso quando si fa sparare fuori da un cannone (che ha progettato e realizzato da sé) così come è magico il semplice gesto di far apparire un nodo in una corda. David Dimitri non cerca l’adrenalina dello spettatore, con numeri pericolosi. I suoi sono semmai gesti estetici, la ricerca dell’armonia in un doppio salto mortale in equilibrio su una corda a due metri da terra. Cose “belle”, incidentalmente pericolose. Lo straordinario -ciò che è fuori dall’ordinario- sta nel creare meraviglia e stupore. E senza mai dire una parola.

David, 55 anni, figlio d’arte (suo padre era il celeberrimo clown e mimo svizzero Dimitri, e tutta la sua famiglia è dedita all’arte circense), si è formato all’accademia di Stato per le arti circensi di Budapest, per poi perfezionarsi nello studio della danza alla “Julliard School” di New York. Ha collaborato con Philippe Petit, celebre per aver camminato su un filo teso tra le due Torri Gemelle in costruzione, nel 1974. Ha lavorato per il “Cirque du Soleil”, per il “Big Apple Circus” di New York, per il circo nazionale svizzero “Knie”. Alcune sue performance sul filo a decine di metri da terra gli hanno valso la definizione di “Signore del filo” da parte del New York Times.

David, come sei diventato “L’uomo circo”?
DD Sono cresciuto in una famiglia particolare, e sin da piccolo ho capito che sarei voluto diventare un artista. Sono partito per l’Ungheria a 14 anni. Dopo tante esperienze mi sono detto che era venuto il momento di smettere di girare coi circhi. Era tutto molto bello, c’era tanta tecnica e acrobazia -anche cose piuttosto spericolate- ma mi mancava la creatività. Volevo qualcosa di più sostanziale, qualcosa di mio. Ma non è facile pensare qualcosa di nuovo, a volte si lavora una vita per trovare la chiave. Così, nel 2001, ho pensato di creare il mio circo, un circo tutto da solo. È un’idea in continua evoluzione, lo è tutt’ora, e a quel tempo non sapevo bene che cosa volessi, anche se mi era chiara la direzione. Economicamente era tutto molto difficile, per questo ho comperato solo le cose essenziali, e mi sono costruito tutto il resto, ho imparato a usare il saldatore, guidavo il mio camion… Per anni la cosa non ha funzionato bene, lavoravo giorno e notte, avevo moglie e figli: spesso mi sono detto che forse era meglio trovarsi un “lavoro vero”. Poi è accaduto qualcosa di straordinario. Era il 2007, andai al festival di Avignone senza grande convinzione, pensando fosse l’ultima volta. Ci fu un problema dopo l’altro, mi feci pure male. Ci rimasi due settimane ma fu un fiasco totale. Una sera però sono venuti da me due persone al termine dello spettacolo, e mi hanno proposto di portare il mio piccolo circo a Tolone, qualche mese dopo. Arrivai lì e trovai otto persone a mia disposizione per montare la tenda, tutte le serate sono già esaurite. Fu un trionfo, e da lì la mia vita artistica si capovolse completamente. Da un giorno all’altro, il mio circo veniva richiesto ovunque. In 11 anni sono andato in scena almeno duemila volte: Europa, Stati Uniti, Canada. Ma non voglio ingrandire lo spettacolo. Il mio tendone è la mia casa, la porto con me, sono felice così.

“Forse è questo che affascina tanto i bambini durante il mio spettacolo: hanno paura, sentono la tensione, piangono e ridono, chiudono gli occhi, ma non distolgono lo sguardo”

Qual è la magia dell’Homme Cirque?
DD Io credo che sia la riscoperta di qualcosa che nei circi “superlativi” di oggi si è persa: il lavoro sincero, umile, non industriale. Poche esperienze artistiche nel mondo dello spettacolo sono ancora vicine alle persone. Pensa al funambolo: corre un certo rischio, ma non vuole far paura. Fa cose inattese, e se ne va. L’abbiamo conosciuto, ci ha fatto vedere il suo mondo, ci siamo affezionati a lui, abbiamo avuto paura per lui. Poi ci saluta e un po’ siamo tristi. Tutto passa, niente è per sempre. Al tempo stesso però rivela un messaggio di speranza: sì, si può stare in equilibrio, si può sognare al di là della norma. Non sempre si deve fare quello che gli altri ti dicono di fare. Puoi trovare te stesso. Forse è questo che affascina tanto i bambini durante il mio spettacolo: hanno paura, sentono la tensione, piangono e ridono, chiudono gli occhi, ma non distolgono lo sguardo.

Al termine dello spettacolo sbuchi dal tendone all’esterno, e il pubblico ti segue in religioso silenzio, all’esterno sotto il cielo, mentre cammini col bilanciere su un filo che si innalza fino a 20 metri d’altezza. Ma tu hai camminato anche da un capo all’altro dell’Arena di Francoforte, e a Pilzen su un filo di 250 metri a 70 metri d’altezza. Perché il funambolo ci affascina tanto?
DD Non solo per il pericolo che corre. Visto dal vivo è qualcosa di raro, unico. Un po’ mitico e forse incomprensibile. Quel che è importante per me è il fatto che c’è un punto di partenza e uno di arrivo, dall’altra parte. Non si torna indietro. Il tragitto è una metafora: devi cavartela, sei da solo, non sai esattamente quel che può accadere, devi avere fiducia. L’ottimismo è una caratteristica fondamentale dei funamboli: quando sei sul filo devi essere convinto al 100% di arrivare fino in fondo.

“Non sai esattamente cosa può accadere, devi avere fiducia. L’ottimismo è una caratteristica fondamentale dei funamboli: quando sei sul filo devi essere convinto al 100% di arrivare fino in fondo”

Tuo padre ha fondato a Verscio, in Canton Ticino dove era nato, un teatro, un’accademia d’arte burlesque, circense e di teatro “di movimento” che porta il suo nome, un museo e una Fondazione, di cui sei presidente. Realtà note a livello mondiale diffuse tra le strade strette di una piccola cittadina.
DD Tutto inizia negli anni Settanta, quando ha inizio il suo successo come artista. La sua carriera è nata, più che nei circhi, nei teatri, e fu dunque normale fondarne uno. Poi con gli amici e colleghi venne la scuola, che oggi è diventata un’accademia istituzionale. Con la Fondazione lavoriamo alla programmazione del teatro, che oggi è piuttosto sostanziosa e va da marzo a dicembre con più di 150 spettacoli. La scuola è unica, perché è una combinazione inedita di varie discipline. Ogni anno sono accolti 45 studenti. Chi viene qui a studiare riceve un’educazione artistica completa, ed è impressionante il livello che i ragazzi raggiungono già al secondo anno. Una volto usciti hanno un bagaglio di competenze e capacità molto ricercato nel mondo dello spettacolo, dal teatro alla danza. Tutto è nato qui, organicamente, ed è possibile solo qui, non in grandi città. Ci sono i grandi artisti (quest’anno ad esempio Peter Brooke e Richard Galliano, ndr) e a volte anche grandi produzioni. La sinergia tra scuola e teatro rende tutto pieno di vita: giovani che vivono qui, studiano, si esibiscono, vanno a vedere gli spettacoli. Tutto è aperto alle famiglie. Abbiamo voluto qualcosa di sostenibile, duraturo, profondo, non banale o superficiale.

C’è ancora spazio per la poesia del tuo circo nel mondo dello spettacolo odierno?
DD Nel mio tendone non ci sono trucchi, c’è solo verità. Tutto ciò che si vede e si sente è vero. Vai a casa e l’indomani ricordi che non era un sogno. È un circo accessibile, per tutti, non solo per un gruppo di privilegiati. Quando sono nella mia tenda gli spettatori sono tutti uguali. Io li osservo. Tutti ridono, tutti restano col fiato sospeso. Le emozioni non hanno niente a che fare con l’essere milionario, o non possedere nulla. Il milionario magari dimentica i suoi soldi, chi non ha nulla magari sente che l’impossibile si può invece realizzare. E torna a casa con ottimismo.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia