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Dare un volto ai desaparecidos di Cipro per provare a costruire pace e convivenza

L'archeologa Rania Michail al lavoro in uno scavo per conto del Comitato per le persone scomparse a Cipro © Cmp

Il Comitato per le persone scomparse a Cipro nato nel 1981 lavora per trovare e dare un’identità alle oltre duemila persone scomparse nel corso degli scontri tra la comunità turca e quella greca negli anni Sessanta e durante l’invasione del 1974. “Può esserci un futuro comune”, spiega l’archeologa Rania Michail

È scavando nel passato che si può costruire la pace. Ne sono convinti gli operatori del Cmp, il Comitato per le persone scomparse a Cipro istituito nel 1981 dopo l’accordo tra la Repubblica di Cipro e le autorità di Cipro del Nord, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il Cmp lavora per trovare e dare un’identità alle oltre duemila persone scomparse nel corso degli scontri tra la comunità turca e quella greca negli anni Sessanta e durante l’invasione delle truppe anatoliche del 1974. Finora il lavoro del Comitato ha permesso di rintracciare e identificare più della metà dei desaparecidos ciprioti. 

I restanti fanno parte di un passato che si fa sentire nell’isola del Mediterraneo ancora divisa in due: da una parte la Repubblica di Cipro, all’interno dell’Unione europea e a maggioranza greco-cipriota, e dall’altra la “Repubblica Turca di Cipro”, a maggioranza turco-cipriota e riconosciuta solo dalla Turchia. A essere divisa è anche la capitale, Nicosia, dove solo nel 2003 le autorità hanno aperto i varchi per attraversare la buffer zone, cioè la zona cuscinetto tra le due parti presidiata dalle truppe Onu. Una striscia di terra che ancora rappresenta una ferita aperta per quanti e quante non solo hanno dovuto abbandonare le proprietà ma anche per i loro discendenti.

“Sono andata al Nord solo con l’apertura dei check-point nel 2003. Con la mia famiglia volevamo visitare le proprietà che mio padre aveva abbandonato con la forza dopo la divisione dell’isola decisa nel 1974. Ci sono tornata per lavorare con il Cmp ed è stata la prima volta in cui per davvero ho visto la parte Nord -racconta ad Altreconomia Rania Michail, archeologa greco-cipriota-. Quella, soprattutto, è stata la prima occasione in cui ho conosciuto turco-ciprioti con i quali non avevo mai avuto rapporti: all’inizio c’era qualche sospetto, ma piano piano mi sono resa conto che erano persone esattamente come noi, con gli stessi problemi e le stesse speranze. Avevamo tantissime cose in comune, di certo più delle differenze. Tranne, ovviamente, lo devo ammettere, le questioni più squisitamente politiche su cui ogni tanto le prospettive sono un po’ diverse”.

Michail, lavorare per il Cmp ha cambiato le sue percezioni?
RM Assolutamente. Non avevo mai conosciuto un turco cipriota e a scuola e in famiglia mi avevano trasmesso un’immagine stereotipata dei nostri vicini. E invece no, lavorando fianco a fianco mi sono resa conto che siamo proprio gli stessi. La pace e la convivenza la costruiamo quotidianamente sul posto del lavoro. D’altronde, fino al 1974, turco e greco ciprioti vivevano fianco a fianco nelle stesse strade. 

Il laboratorio del comitato. Il Cmp è stato fondato nel 1981 da un accordo tra la Repubblica di Cipro e le autorità di Cipro del Nord con la mediazione delle Nazioni Unite © Cmp

In quali storie le è capitato di imbattersi?
RM La prima volta che ho lavorato presso una fossa comune è stato uno shock. Mi sono trovata a pulire uno scheletro e mi sono accorta che aveva una collanina d’oro sul collo ma non ne trovavo la fine. Alla fine ho ritrovato una croce tra i suoi denti: l’aveva tra i denti, la mordeva al momento dello sparo. Era una cosa che non avevo mai visto: non era uno scavo archeologico “solito”. Mi trovavo di fronte a una persona con tutti i suoi effetti personali: dalla collanina a qualche residuo di vestiti, alle sigarette. Mi sono trovata a immaginare che cosa stesse pensando al momento dello sparo. Ai suoi genitori? Ai suoi amici? Alla sua amata? Non lo sapremo mai. Di certo con la nostra attività siamo riusciti a riconsegnarlo all’affetto dei suoi cari.   

Ci spiega nei dettagli come funzionano i lavori del Comitato?
RM La prima fase è quella dell’investigazione: ricercatori turchi e greci ciprioti si danno da fare per raccogliere informazioni sulle persone scomparse attraverso mappe, archivi, testimonianze dirette. Al termine preparano un documento con una serie di dettagli utili per far partire gli scavi. La seconda fase è quella archeologica: nel punto indicato si inizia a scava o direttamente con le mani, qualora resti e ossa siano già visibili, oppure con le ruspe per togliere la terra depositatasi. La terza fase si svolge al laboratorio antropologico, in piena buffer zone a fianco dell’abbandonato aeroporto di Nicosia. Qui, attraverso l’analisi degli scheletri interi o delle sezioni che riusciamo a consegnare agli esperti, si cerca di dare un identikit a quanto ritrovato. La quarta fase è quella del Dna che si svolge in due fasi: prima si mandano i resti presso il laboratorio negli Stati Uniti, poi si confronta il profilo ottenuto con quelli presenti nei nostri database. Una ricerca si può dire conclusa se c’è una corrispondenza statistica del 99,95%. Infine vengono coinvolti gli psicologi: sono loro a chiamare i famigliari in laboratorio. Qui possono vedere i resti dei loro cari e ricevere una serie di informazioni sul luogo in cui sono stati ritrovati. Da ultimo sono affiancati anche per la sepoltura. Su richiesta o se necessario, il supporto psicologico della famiglia può proseguire fino a due anni dopo quel momento. 

L’archeologa Rania Michail impegnata in uno scavo. Sono oltre duemila la persone scomparse a Cipro durante gli scontri degli anni Sessanta e Settanta © Cmp

A partecipare a tutte queste varie fasi sono esperti turco e greco-ciprioti. È un momento utile a trovare un passato comune, riconoscendo le sofferenze di una e dell’altra comunità?
RM Entrambe le comunità hanno compiuto atrocità e solo attraverso il riconoscimento delle sofferenze reciproche è possibile chiudere una stagione di odii e risentimento tra turchi e greci. Proprio per questo la nostra è un’esperienza che viene osservata anche da fuori: sono venuti a farci visita team da aree “calde” come Armenia e Azerbaijan, Siria o anche Libano, che sono rimasti stupiti dal nostro collaborare. È una sfida che bisogna affrontare.   

Il vostro è un lavoro esclusivamente di ricerca dei resti. “Umanitario” lo definite nel sito: il vostro compito, infatti, non è né stabilire le cause né le responsabilità delle uccisioni. Come mai?
RM Questa “clausola” è alla base dell’accordo tra le due comunità che ha dato vita al Cmp negli anni Ottanta: nessuno avrebbe potuto essere accusato di aver provocato questa o quella uccisione. Se fosse stato il contrario, il meccanismo non avrebbe funzionato: le persone, infatti, non avrebbero mai rivelato delle informazioni che avrebbero potuto mettere in difficoltà loro e i loro cari all’interno della comunità. Personalmente, poi, credo che, passati ormai quasi cinquant’anni, non abbia davvero senso cercare il singolo colpevole.  

Il processo di esumazione di una fossa comune a Cipro. I resti umani verranno inviati negli Stati Uniti per un’analisi del DNA. Solo quando l’identità dell’individuo è stata stabilita con certezza verranno contattati i suoi familiari. © CMP

Allargando la prospettiva, qual è il contributo che le attività del Cmp nel loro complesso possono dare per il raggiungimento di una pace duratura a Cipro?
RM Storicamente il Cmp è stato uno dei primi programmi in cui greco e turco ciprioti hanno potuto lavorare insieme, dimostrando nella concretezza la possibilità di una convivenza tra le due comunità. A partire dal riconoscimento delle sofferenze subite da entrambe le parti, è la prova che ci può essere un futuro comune tra le due parti dell’isola.  

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