Cultura e scienza / Intervista

Dardust. La sfida di una musica senza parole

Ha firmato per 10 anni canzoni pop, per Carboni, Fedez e Mannoia. Per tornare a suonare dal vivo, però, il pianista e compositore piceno Dario Faini s’è inventato un progetto strumentale

Tratto da Altreconomia 185 — Settembre 2016
Dardust - ©Alessio Panichi

Il viaggio musicale di Dario Faini alias Dardust inizia una quindicina di anni fa ad Ascoli Piceno, dove è nato nel 1976. Scrive canzoni di successo per Luca Carboni, Fedez, Cristiano De Andrè, Fiorella Mannoia, e molti altri. Nel 2014 ha invece debuttato in veste di pianista e compositore, e insieme a l’ensemble di archi formato da Carmelo Emanuele Patti, Simone Sitta e Simone Giorgini, e al polistrumentista Vanni Casagrande, è partito per un viaggio sonoro lungo l’asse geografico/musicale Berlino-Reykjavik-Londra. L’esordio è con “7”, album registrato a Berlino, seguito poi da “Birth” realizzato a Reykjavik, e uscito a marzo 2016. Il terzo verrà registrato a Londra. Dal pianismo neoclassico al dream-pop, all’elettronica ambient, nasce la vena espressiva di Dardust, che ha una spiccata vocazione cinematica. I primi due lavori hanno in comune un flusso sonoro fatto di figure melodiche eleganti, voci e rumori che si evolvono in suono, forza percussiva di grande suggestione. Influenzato dalla nuova generazione di artisti nordeuropei acclamati dal pubblico e dalla critica (Nils Frahm, Olafur Arnalds, Sigur Ròs, Jon Hopkins), il viaggio di Dardust stupisce per magìa e fantasia, tecnica e invenzione stilistica.

Perchè il nome Dardust?
DF Durdust richiama il mio nome Dario, l’alieno Ziggy Stardust (creato da David Bowie, ndr), le atmosfere cosmiche, ma anche un mondo elettronico tendente alla psichedelica, con un riferimento al primo disco dei Chemical Brothers, “Exit planet dust”. Mi piace immaginare un pianoforte che suona dentro un’astronave lanciata nel futuro. Dardust è questo, un pianoforte che richiama temi minimalisti, proiettato nello spazio.

Qual è stato il più urgente istinto che ti ha spinto a creare un progetto strumentale?
DF Dopo 10 anni di songwriting in ambito pop, volevo prima di tutto sentirmi libero dalle parole, e poi da tutti gli standard pop che a livello creativo ho spesso avvertito come una limitazione. 

Il tuo sound ha un carattere impressionista. Si presta anche ad una riflessione ecologista?
DF Oserei dire che “7” era più impressionista e “Birth” più espressionista. Non c’è una particolare riflessione ecologista, mi piaceva soltanto l’idea di trasformare i “landscapes” islandesi in “soundscapes”. Ma il tutto è stato realizzato con molta incoscienza e poco calcolo.

Qual è l’obiettivo sonoro che vuoi raggiungere?
DF L’equilibrio sonoro tra due estremi che apparentemente sono distanti e poco assimilabili. Sporcare e irrobustire lo scheletro ritmico e mantenere un certo minimalismo nella scrittura pianistica. 

Berlino e poi Reykjavik: quale delle due città ti ha trasmesso più sensazioni e più idee?
DF Entrambe in modi diversi. Ma non oserei dare una preferenza. Sono due mood diversi che mi appartengono, che attingono al mio passato e che mi spingono verso il futuro.

Qual è stato l’ostacolo più difficile nella creazione di un tuo stile originale?
DF C’è ancora strada da fare per arrivare a un sound “originale”, come lo intendo io. Diciamo che mi sento solo a un quarto del percorso. Finita la trilogia, Dardust non muore, anzi, inizia un nuovo viaggio.

“Oggi trovi fenomeni che vengono dall’indie che superano per impatto alcuni progetti mainstream. Il live spesso fa la differenza. La scena degli anni Novanta ha insegnato che dal vivo può nascere e consolidarsi un artista e che l’attività discografica diventa un pretesto per quella di fronte al pubblico”

Due dischi in poco meno di due anni, qual è il motivo di tutta questa urgenza creativa?
DF In effetti il processo è stato veloce. Potevo prendermi più tempo, ad esempio per “Birth”, ma considera che ho già brani per un terzo disco. L’urgenza è legata sia all’aspetto creativo che a quello del live: suonare dal vivo dopo molti anni mi ha dato tanta energia e una volta che ho riscoperto il palco ho avuto l’urgenza di tornarci. “Birth” nasce proprio da quel tipo di esperienza adrenalitica, unita al mood di partenza.

Sei laureato in Psicologia clinica con una tesi sull’“Ascolto musicale”. Quanto l’eccesso di stimoli a cui oggi siamo sottoposti influisce sulla soglia della percezione uditiva e sulla dinamica attenzione/ascolto?
DF L’ascolto passivo per diventare attivo ha bisogno di un qualcosa di carattere, forte, chiaro ed espresso con sintesi. Io mi sono complicato la vita togliendo addirittura le parole. Ma questa è la mia sfida più grande. Catturare l’attenzione con i miei mezzi. 

“Slow is the new loud” è il film-documentario che hai realizzato in Islanda. In che modo sei stato sedotto dai suoi elementi naturali, dagli spazi e dai silenzi surreali?
DF La razionalità è importante nella seduzione, ma in Islanda è più un’esperienza spirituale che razionale. Sono luoghi che ti rimangono dentro e il ricordo è solo un trenta per cento dell’esperienza che vivi.

La produzione e il consumo di musica cresce esponenzialmente. Soprattutto il settore indipendente considerato il più creativo e innovativo. Ma le tecnologie digitali e il download illegale sottraggono risorse a chi fa musica. Quali potrebbero essere nuovi metodi di supporto economico agli artisti?
DF L’attitudine “indipendente” mi ha sempre affascinato. Considera che come autore sono abituato a numeri giganti rispetto a quelli indie. Il paradosso è che i due mondi pian piano si stanno avvicinando e trovi fenomeni che vengono dall’indie che superano per impatto alcuni progetti mainstream. Il live spesso fa la differenza. La scena degli anni Novanta ha insegnato che dal vivo può nascere e consolidarsi un artista e che l’attività discografica diventa un pretesto per quella live, che oggi rappresenta la fonte principale di guadagno per un musicista.

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