Diritti / Intervista

Danimarca, porte chiuse all’accoglienza dei rifugiati. Storia di un pessimo esempio

Nel giugno 2021 il Parlamento danese ha approvato una legge che prevede la valutazione delle domande d’asilo in un Paese terzo. Per Charlotte Slente, presidente del Danish refugee council, il governo scandinavo “non sta facendo nulla per affrontare il crescente bisogno globale di protezione”

© Ava Coploff, Unsplash

Accoglienza, buoni servizi di welfare e supporto nei processi di integrazione dei richiedenti asilo nel tessuto sociale e lavorativo. Questa l’immagine che i Paesi scandinavi hanno trasmesso al resto dell’Europa nel corso degli ultimi anni (in particolare dal 2015 in poi). Andare a osservare più da vicino la situazione, in particolare quello che succede in Danimarca, offre un’immagine profondamente diversa. Sebbene il flusso di richiedenti asilo accolti nel Paese sia in calo ormai da diversi anni (dalle oltre 11mila domande d’asilo presentate a fine 2015 si è passati alle 342 del secondo trimestre del 2021) i recenti governi hanno varato leggi e provvedimenti che hanno inasprito le regole per gli stranieri, riducendo al minimo i loro diritti con l’obiettivo di rendersi meno “attraenti” possibile per i richiedenti asilo.

Una linea politica ben sintetizzata dal primo ministro danese Mette Frederiksen (già leader dei socialdemocratici): l’obiettivo del governo -ha dichiarato lo scorso gennaio- è “zero richiedenti asilo”. “Dobbiamo essere sicuri -ha aggiunto- che non arrivino troppe persone nel nostro Paese. In caso contrario la nostra unità non potrebbe sopravvivere. Ed è già stata minacciata”. Nel 2019 il governo danese ha approvato un pacchetto di leggi in cui si introduce l’idea che i rifugiati accolti da Copenhagen debbano restare in Danimarca il minimo indispensabile. Solo il tempo necessario a garantire la loro sicurezza per poi ritornare nel Paese d’origine nel momento in cui le condizioni di sicurezza migliorano, anche se leggermente.

Sulla scia di questi provvedimenti, tra maggio e giugno 2021, il governo ha dato un ulteriore giro di vite all’accoglienza. A partire dal mese di maggio, le autorità danesi stanno revocando lo status di rifugiato a diversi cittadini siriani (in particolare tra coloro che sono originari di Damasco e delle aree limitrofe) perché considerano “sicure” alcune aree del Paese mediorientale. Inoltre, il 3 giugno il Parlamento danese ha approvato una legge che consente di esaminare le richieste di asilo in Paesi extraeuropei. Per gli attivisti dei diritti umani si tratta di un tentativo di scoraggiare chi scappa da territori inospitali a chiedere protezione alla Danimarca. Lo conferma Charlotte Slente, presidente dell’Ong Danish refugee council (Drc).

Slente, che cosa sta succedendo in Danimarca?
CS Nonostante gli avvertimenti da parte degli esperti e delle Nazioni Unite, in Danimarca è stata approvata, con una larga maggioranza in Parlamento, una legge che consente di esternalizzare il trattamento dell’asilo in un Paese terzo. La nostra organizzazione ha fortemente condannato questa legge e ora continuiamo a esprimere il timore che una tale mossa possa rappresentare un pericoloso precedente, andando a minare l’intero modello di accoglienza dei rifugiati in Europa.

Sebbene il disegno di legge non possa essere attuato a livello pratico, poiché la Danimarca -per quanto ne sappiamo- non ha attualmente un accordo con nessun Paese per istituire un centro dove accogliere ed elaborare le richieste di asilo, non è chiaro come poi verrebbe gestito tale centro in un Paese terzo, inclusa la responsabilità legale della Danimarca per la tutela dei diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati e per garantire la loro protezione. La mancanza di dettagli è stata anche una delle nostre principali preoccupazioni per quanto riguarda il disegno di legge, che ora purtroppo è stato approvato senza un’adeguata considerazione. Il fatto è che il Parlamento ha votato una legge che apre la strada a un potenziale modello di trattamento dell’asilo che ancora non esiste. Ciò significa che il Parlamento ha effettivamente votato alla cieca.

L’anno scorso il Regno Unito ha preso in considerazione l’idea di costruire un centro per la richiesta di asilo sull’isola di Ascension, un territorio remoto nell’Oceano Atlantico, ma poi ha deciso di non procedere. L’Australia ha suscitato polemiche negli ultimi anni con l’uso di campi per il trattamento dei richiedenti asilo a Nauru e Papua Nuova Guinea. Una situazione simile potrebbe verificarsi anche in Danimarca?
CS Sì, è quello che temiamo. L’idea di esternalizzare la responsabilità del trattamento delle domande di asilo dei richiedenti è sia irresponsabile sia priva di solidarietà. Abbiamo quindi ripetutamente invitato i membri del Parlamento danese a respingere questo disegno di legge. Modelli simili, come quello australiano che hai citato, hanno comportato gravi episodi di detenzione, aggressione fisica, lentezza nelle procedure di asilo, mancanza di accesso all’assistenza sanitaria e legale.

Come se non bastasse, sempre il mese scorso, la Danimarca è diventata il primo Paese europeo a revocare lo status di rifugiato a più di 200 siriani che avevano ottenuto protezione negli anni precedenti: infatti, le autorità di Copenaghen sostengono che parti della Siria sono ora abbastanza sicure per il ritorno dei rifugiati. Ma è davvero così?
CS Danish refugee council non è d’accordo con la decisione delle autorità danesi e concorda con la posizione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) secondo cui la Siria non è sicura per il ritorno dei rifugiati, nell’area di Damasco o in qualsiasi altra parte del Paese. L’assenza di combattimenti in alcune zone della Siria non significa che le persone possano tornare indietro in sicurezza. Numerosi rapporti delineano gli attuali rischi di detenzione arbitraria e gravi violazioni dei diritti umani sulla popolazione civile. Abbiamo invitato le autorità danesi a modificare la loro valutazione, soprattutto alla luce del recente rapporto dell’Unhcr, che ancora una volta delinea chiaramente i pericoli affrontati dai rifugiati che ritornano e invita tutti gli Stati a non rimpatriare con la forza i cittadini siriani in nessuna zona della Siria.

Inoltre anche la logica del rimpatrio in Siria non può essere attuata. Secondo la legge danese, le autorità nazionali non possono rimandare indietro con la forza i siriani a causa della mancanza di relazioni diplomatiche tra le autorità danesi e siriane. Ma le persone in Danimarca a cui viene revocato il permesso di soggiorno o le cui domande di asilo verranno respinte possono finire in un limbo giuridico, rischiando di rimanere nei centri di espulsione potenzialmente a tempo indeterminato. Insomma, questa condizione di incertezza può essere usata come mezzo per incentivare i richiedenti a tornare in Siria volontariamente e a non ricevere nuove domande di asilo.

Come giudicate il fatto che un tale comportamento sia stato adottato da un governo a guida socialdemocratica? Che tipo di messaggio si sta inviando a proposito di immigrazione?
CS Perseguendo tale progetto, la Danimarca non sta facendo nulla per affrontare il crescente bisogno globale di protezione. La legge mira principalmente a impedire ai richiedenti asilo di presentare domanda in Danimarca, una mossa che non è né un atto di solidarietà né un contributo produttivo a soluzioni durevoli. Con l’approvazione di questa legge, la Danimarca sta inviando un segnale contro la solidarietà ai nostri Paesi vicini e in particolare a quelli più poveri del mondo, che si assumono di gran lunga le maggiori responsabilità per i rifugiati. La continua disponibilità dei Paesi vicini alle aree afflitte da guerre e conflitti ad ospitare milioni di profughi non è qualcosa da dare per scontato: se una nazione ricca come la Danimarca non è disposta ad assumersi questa responsabilità, c’è un rischio significativo che anche i Paesi che ospitano un numero molto maggiore di rifugiati si ritirino e rinuncino agli sforzi globali per trovare soluzioni congiunte e sostenibili.

La legge approvata dal Parlamento danese si basa sulla premessa che disincentiverà i richiedenti asilo a intraprendere viaggi pericolosi e rischiosi verso la Danimarca e quindi che servirà a rompere il modello di business di contrabbandieri e trafficanti di esseri umani. In una lettera pubblicata su Euronews avete detto che questo argomento è tanto falso quanto ipocrita. Che cosa intendete?
CS Un potenziale futuro centro di asilo “danese” in un Paese terzo non consentirà l’accoglienza di richiedenti asilo spontanei, ma elaborerà solo le richieste di asilo di coloro che arrivano in Danimarca. Ciò significa che le persone in cerca di sicurezza dovrebbero comunque affrontare un viaggio spesso lungo e pericoloso, solo per essere trasferite in un immaginario campo profughi lontano sia dalla Danimarca sia dal loro Paese d’origine. Ecco perché sosteniamo che limitare la protezione dei rifugiati in Danimarca e trasferire forzatamente i richiedenti asilo in un Paese terzo non crea una maggiore o migliore protezione dei rifugiati, né affronta i pericoli reali che i rifugiati incontrano nel loro tentativo di trovare sicurezza, in Danimarca o altrove.

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