Cultura e scienza / Intervista

Daniele Silvestri. L’acrobata che immagina il futuro

Il lavoro artigiano sulle parole dei suoi testi e lo sguardo attento alla società che lo circonda. Intervista al cantautore romano, sull’Italia, i diritti civili e la cultura. “Dal 1995 l’informazione è diventata in larga misura più asservita, e non per costrizione ma per convenienza -dice ad Ae-: quindi ha fatto peggio dal mio punto di vista, perché quando si è liberi di scegliere si dovrebbe esercitare questa libertà al meglio”

Tratto da Altreconomia 184 — Luglio/Agosto 2016
Il cantautore Daniele Silvestri è nato a Roma nel 1968. Ha esordito nel ‘94, con un album omonimo. Quell’anno ha vinto il Premio Tenco come migliore opera prima - © Umbi Meschini
Il cantautore Daniele Silvestri è nato a Roma nel 1968. Ha esordito nel ‘94, con un album omonimo. Quell’anno ha vinto il Premio Tenco come migliore opera prima - © Umbi Meschini

Diciotto canzoni, “un’ora e un quarto di storie che hanno bisogno l’una dell’altra per darsi valore”, una scelta forse “anacronistica”, spiega Daniele Silvestri, “per com’è cambiata la fruizione della musica negli ultimi dieci anni”.
Le tracce di “Acrobati”, undicesimo album solista del cantautore, sono “un’entità chiusa, rappresentano un mondo intero da raccontare”.

In “Quali alibi” canta un Paese in cui non si può “non votare perché non votiamo”, e dove i cittadini sono invitati a “fa’ finta di niente”. È l’Italia?
DS
Probabilmente, ma non solo: in quella canzone c’è un momento storico che riguarda una bella fetta di Pianeta, la parte occidentale. In Italia mi sembra un discorso applicabile agli ultimi vent’anni, e se penso a riferimenti precisi, come il “governo di terza mano”, sto dando voce a un sentire comune, anche facilone. Quando scrivo canzoni mi piace raccontare punti di vista che non sono per forza i miei, perché io, ad esempio, preferisco sempre votare, anche quando significa turarsi il naso. In Italia, in ogni caso, non c’è una richiesta violenta di omertà e silenzio, non c’è un regime o una dittatura, che abbiamo conosciuto in passato. Ciò non rende meno grave il fatto che sia una strada molto suggerita, culturalmente. Banalizzando, è più comoda una cittadinanza intesa come clienti di un mercato, abituati ad acquistare e a sentirsi soddisfatti o non, e a non andare più in là di questo, piuttosto che un popolo pensante, che si prende a cuore il proprio destino, ma anche quello del prossimo, e cerca di riflettere su ciò che accade intorno.

Nel video che accompagna la canzone torna un megafono, già protagonista di una sua canzone del 1995, usato per arringare le folle, ma anche per zittirle, per far passare un’unica “verità”. Che cosa pensa dell’informazione? 
DS
Credo di aver vissuto un periodo storico, mentre facevo intanto questo mestiere, che era già scritto quando ho iniziato, nel 1994, l’anno della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi. Non è difficile far coincidere quel momento con un cambiamento, più culturale che politico. L’informazione ha fatto due percorsi: in larga misura è più asservita, e non per costrizione ma per convenienza, quindi peggio dal mio punto di vista, perché quando si è liberi di scegliere si dovrebbe esercitare questa libertà al meglio. Inoltre, ha finito col fare lo stesso gioco della politica: si nutre di scaramucce e polemiche che accendono gli animi ma distraggono l’attenzione dagli argomenti seri. Parallelamente, la globalizzazione dal punto di vista tecnologico ha permesso uno scambio di flussi d’informazione, abbattendo confini, frontiere, dettati anche dalle lingue, dall’appartenenza geografica: internet ha creato brecce, aperto varchi, solo bisogna saperli vedere. A differenza di altri momenti storici, e non parlo solo dell’Italia, chi ne ha la voglia, e averla è un tema politico e culturale, si può informare. Entra in un mare in cui si può perdere, ma quella libertà e varietà di pensiero che ufficialmente manca si può recuperare. 

“Dal 1995 l’informazione è diventata in larga misura più asservita, e non per costrizione ma per convenienza: quindi ha fatto peggio dal mio punto di vista, perché quando si è liberi di scegliere si dovrebbe esercitare questa libertà al meglio”

In “Un altro bicchiere” racconta di persone che vivono tra un cocktail e un’apericena, per cui il futuro è un pensiero distante, o almeno distratto. Causa o conseguenza del presente?
DS
È una conseguenza, ma questo non affranca chi fa quella scelta. Siamo spinti a non occuparci del presente e nemmeno del futuro, e questo è il filo rosso che lega tutto il disco: l’impossibilità di vedere descritto intorno a noi un futuro possibile. È difficile rintracciare, nemmeno da parte di chi dovrebbe esporre programmi, proposte di un cambiamento della società: siamo bombardati di presente, di immanente; non c’è memoria storica né disegno di futuro. Io bevo vino e basta, ma vedo l’abitudine, da parte di chi ha almeno dieci anni in meno, a pensare lo stare insieme, il divertimento, il tempo libero come necessariamente legato a quell’attività, a tracannare cocktail. Non è un testo bacchettone, però: la canzone racconta questa realtà, che esiste. E nella parte in inglese, affidata alla voce di Roberto Dell’Era, c’è la rivendicazione di chi ha fatto quella scelta. 

Nel 2016 è stata approvata una legge sulle unioni civili, e riguarda anche le coppie omosessuali. Nel 2007 ha scritto “Gino e l’Alfetta”, dedicata al tema, inno del gay pride romano di quell’anno. La “legge Cirinnà” è un risultato adeguato?
DS
Adeguato no, però non posso fingere che non sia un risultato, tardivo, ma non per colpa di questo governo: è un merito, anzi, averla portarla a casa, anche se com’era facile prevedere si è arrivati a stravolgere in parte il disegno originale della senatrice Monica Cirinnà. Creando anche problemi, che saranno chiamati a risolvere coloro che interpretano le leggi. C’è un punto un po’ strano, ad esempio, sulla bigamia. Detto questo, abbiamo sfiorato testi ben peggiori. Oggi siamo il 26° Paese europeo con una legge del genere, né la migliore né la peggiore. Lo vivo come un buon segnale, per recuperare un po’ del terreno perduto: abbiamo il peso politico e culturale di una tradizione cattolica che c’entra poco col pensiero della Chiesa, se penso anche al Papa in carica. 

In “Monolocale” canta l’indifferenza che molte donne vivono di fronte alla violenza sessuale. Da cosa nasce la volontà di affrontare questo aspetto della società?
DS
Spiego questa canzone, quando la canto dal vivo: si tratta dell’esercizio, anche intellettuale, di provare ad entrare nell’intimità di una persona, di sesso femminile, e le parole le scopro come se non fossero mie, e venissero da quella persona. Ci sono elementi forti, anche drammatici, in cui altre figure femminili possono riconoscersi: racconta la solitudine che forse una donna può provare più di un uomo quando le scelte che fa, magari di estremo coraggio, la pongono ai margini o la costringono a fare i conti con se stessa, ritrovandosi a non aver alcun aiuto. Quella cosa che nella canzone è accennata, un passato traumatico, che lascia strascichi per un’esistenza, quello è qualcosa che isola, di cui culturalmente fatichiamo a parlare, anche a chi ci vuole bene.  

Tra il 2014 e il 2015 è stato protagonista di un disco e un tour con Niccolò Fabi e Max Gazzè. Ad “Acrobati” collaborano in molti, da Roy Paci a Diodato. È importante, per lei, cooperare?  
DS
Assolutamente sì, e lo è diventato negli anni. Per me è una scelta: sono cresciuto con l’istinto naturale di far tutto da solo. Mi piace occuparmi di ogni singolo aspetto del mio mestiere. Ma una cosa è demandare, e un’altra è cooperare: avere accanto le persone giuste, scegliersele ed essere scelti, è questione di fortuna e di idee chiare. Questo l’ho imparato a fare: intercettare certe persone nel momento giusto. Anche “Scotch” (l’album del 2011, ndr) è pieno di collaborazioni: c’è Stefano Bollani, c’è Andrea Camilleri. E c’è Gino Paoli: non ci conoscevamo, e trovarlo così disponibile e auto-ironico, di fronte alla proposta di un cover rivista de “La gatta”, è un privilegio. Dettato, credo, dall’aver fatto questo mestiere acquisendo credibilità presso i miei colleghi.

Ascoltando “Bio-boogie” l’agricoltura biologica sembra solo marketing. È così?
DS
Quella è una canzone divertita e divertente, che affronta un tema serio, che si lega al rapporto tra alimentazione e salute, e alla possibilità di formarsi un’opinione. Sul tema si può leggere un sacco di roba, spesso anche terrorizzante, a volte basata su argomenti scientifici altre molto meno. Insieme a mia moglie sono diventato molto più attento, ma spesso sbaglio: sono anch’io abbindolabile, a volte basta un marchio, che non sempre corrisponde a ciò che sto pensando di acquistare. Questo non significa pensare “lasciamo perdere, ci stanno solo vendendo la verdura al doppio del prezzo”.
Penso che ci sia qualcosa di concreto, che certi alimenti siano più o meno giusti, dal punto di vista strettamente alimentare, però bisogna saper riconoscere l’eventuale fregatura, e sapersi riconoscere come parte di un potenziale mercato. Basta guardare a come sono cambiati i nostri supermercati: anche il più piccolo ha uno scaffale dedicato al “bio”.


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