Diritti / Reportage

Cronaca da piazza Alimonda. Vent’anni dopo, ricordando Carlo

Martedì 20 luglio in tanti, singoli e organizzazioni, si sono dati appuntamento a Genova dove è stato ucciso Carlo Giuliani. Uno striscione degli studenti dominava il lato Sud con la scritta colorata “Another world is still possibile”. È ancora possibile? Sì ma bisogna fare presto. Il reportage di Massimo Acanfora

Piazza Alimonda, Genova, 20 luglio 2021 - © Angelo Miotto

Genova, 20 luglio 2021. C’è una nave portacontainer che luccica al sole a un chilometro dalla costa, con qualche vela sul mare tranquillo. Su Corso Italia sfrecciano runner e monopattini. Stiamo superando i massi e i cementi di Punta Vagno, il luogo della riflessione e dell’elaborazione del Genoa Social Forum, di cui pochi si ricordano, e dove resistono le tracce del grande murale realizzato in quella occasione.

Arriviamo alla Foxe de Zena e risaliamo l’invisibile torrente Bisagno oggi interrato e cementificato, sappiamo che molte delle ragioni dei manifestanti di allora hanno subito la stessa sorte: coperti da una spessa coltre di cemento mediatico, politico e condannate al carsismo, a riemergere in congiunture storiche speciali, in azioni apparentemente disarticolate dallo slogan “un altro mondo è possibile”. E forse più in linea, per varietà e dimensioni, all’osservazione plurale che “altri mondi sono possibili”: il movimento riemerge infatti in tanti rivoli di impegno sociale, ambientale, politico, imprenditoriale che non si sono ancora asciugati ancora oggi o che hanno dato il testimone ai Fridays for future e a nuove forme di solidarietà e mutualismo.

Alle 14 ci sono 33 gradi e poco vento a sventolare bandiere: piazza Alimonda si sta riempendo senza fretta come un invaso, prima la zona all’ombra, poi quella arsa dal sole. Molti sono alla ricerca di punti di riferimento -reali e metaforici- e a turno portano fiori e volantini al cippo di Carlo in un prato via via più rado. Sul retro gli anarchici srotolano una grande stoffa nera con tante foto, una sorta di Spoon River dei giovani e meno giovani vittime della violenza dello Stato. Alle 14.35 entrano in piazza rumorosamente le bandiere dell’Arci e dei No Tav, ma i vessilli denunciano la presenza di una miriade di organizzazioni, comunisti intergenerazionali, antifa, partiti e sigle internazionaliste con un dominio di rosso e nero. Uno striscione degli studenti domina il lato Sud con la scritta colorata “Another world is still possibile”. È ancora possibile? Sì ma bisogna fare presto.

Il cippo di Carlo Giuliani, 20 luglio 2021 – © Angelo Miotto

Tra una bruschetta e una birra si apre la liturgia dal palco: “Questa non è una ricorrenza” è l’ovvia apertura, ma poiché l’uomo ha scelto i suoi parametri per il tempo, fatalmente dopo 20 rivoluzioni della Terra intorno al Sole, eccoci qui, giovani, anziani, gente senza tempo che abbiamo visto in tutte le manifestazioni e che invecchia dentro la sua divisa d’ordinanza, ragazzi accaldati con poche o nessuna concessione alla moda. A proposito “Dove sono gli sbirri”? chiede qualcuno. Le due tecnologiche camionette della Guardia di Finanza sono a un buon isolato di distanza in totale relax.

Stamattina sotto un tendone allestito in piazza Matteotti, non lontano da dove vent’anni fa si svolse il summit, si è tenuta l’assemblea nazionale della rete di “Genova ’01, vent’anni dopo”. Una platea di circa 200 persone ha ascoltato attivisti agè e giovanissimi (chi c’era è rimasto entusiasta della verve dei ragazzi) che -prendendo le mosse dal nome stesso della Rete, “Voi la malattia, noi la cura”- hanno dato appuntamento per il G20 di Roma di fine ottobre.

Qui in piazza Alimonda chi parla dal palco nomina le vittime di tutte le repressioni, quelle del lavoro e del mare. Mentre la piazza diventa sempre più un muro compatto si alza più volte un grido lento, doloroso e reiterato. “Carlo è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai”. Quello che si celebra è un rito -certo- ma i sentimenti sono veri. Nell’aria c’è un dolore dissimulato, quello composto di Giuliano Giuliani, quello nello sguardo di molti altri, nelle mani di chi applaude ogni volta che si nomina Haidi, nei pugni stretti. Quando la musica si impadronisce della piazza e qualcuno accenna a una danza composta, non si sa più se sono i bassi a far tremare lo stomaco o se è l’emozione. E noi siamo ancora qui ad ascoltare.

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