Finanza / Attualità

Covid-19 e interessi speculativi: come (non) funzioneranno i “Pandemic bond” della Banca Mondiale

Dopo aver fallito con l’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, il meccanismo “assicurativo” con il quale la Banca Mondiale raccoglie fondi privati sembra destinato all’insuccesso anche per l’attuale pandemia da coronavirus. Dalle difficoltà nel fornire fondi rapidi ai Paesi colpiti al trascurabile beneficio economico in caso di utilizzo. Ecco le condizioni che devono essere rispettate per fornire gli aiuti

© Martin Sanchez - Unsplash

Da quando l’epidemia di Covid-19 si è diffusa dalla Cina fino a diventare un’emergenza sanitaria globale, è cresciuto l’interesse per uno strumento finanziario creato dalla Banca Mondiale nel 2016, il Pandemic Emergency Financing Facility (Pef). Nato a seguito dell’epidemia di Ebola che ha colpito l’Africa occidentale nel 2014-2016, il Pef è un meccanismo che segue una logica di tipo assicurativo e con il quale la Banca Mondiale ha raccolto fondi privati da utilizzare in casi di epidemie. L’obiettivo è fornire aiuti economici immediati ai 76 Paesi più poveri al mondo, prima che l’epidemia causi una crisi sanitaria ed economica. Ma come raccontato nell’inchiesta di copertina di Altreconomia di marzo 2020, i complessi meccanismi di questo strumento non hanno funzionato per l’epidemia di Ebola in corso -quasi debellata- in Repubblica Democratica del Congo. Nonostante i più di 2mila morti, il Paese africano non ha potuto usufruire di queste risorse economiche mentre gli investitori privati hanno ottenuto più di 100 milioni in premi.

Tra le epidemie coperte dal Pef ci sono anche quelle causate da coronavirus. A differenza di quanto riportato da diverse testate nei giorni scorsi, tra le condizioni del Pef non è affatto previsto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) debba dichiarare la Covid-19 una pandemia (cosa peraltro avvenuta l’11 marzo 2020). Questa ipotesi, priva di fondamento, ha alimentato teorie che accusano l’Oms di aver ritardato questa dichiarazione per aiutare gli investitori. È comunque molto probabile che, per le dimensioni raggiunte, la pandemia di Covid-19 soddisferà i criteri per emettere i pagamenti.

Le condizioni che devono essere rispettate per fornire aiuti economici ai Paesi più poveri del mondo sono sette. Quelle attualmente soddisfatti sono cinque. Quattro riguardano la diffusione e la distribuzione geografica della malattia. Il virus deve aver colpito almeno due Paesi e ciascuno deve aver registrato almeno 20 vittime. Tra i Paesi colpiti almeno uno deve essere classificato dalla Banca Mondiale come Ida -Paese tra i più poveri al mondo- o Ibrd -economia in via di sviluppo- e il totale dei casi confermati e delle vittime in questi Paesi deve raggiungere un numero minimo di 250. Questa condizione è stata raggiunta da tempo, dato che la Cina è considerato un Paese Ibrd. Il quinto criterio è stato soddisfatto il 23 marzo: l’epidemia, ufficialmente iniziata il 31 dicembre 2019, deve colpire da almeno 12 settimane.
Dal momento in cui i primi cinque criteri sono soddisfatti, servono due settimane per valutare gli ultimi due criteri.

Uno richiede che più del 20% dei casi segnalati dalle autorità sanitarie nazionali siano confermati dall’Oms e l’altro che in questo periodo di due settimane si verifichi una crescita esponenziale di casi di Covid-19 nei Paesi Ida/Ibrd. Calcolo statistico complesso, quest’ultimo, affidato alla Air Worldwide Corporation, una società americana di valutazione del rischio con sede a Boston. Questi criteri sono stati criticati da Olga Jonas, ex consulente della Banca Mondiale e ricercatrice all’Università di Harvard: “Questi dati si basano sul conteggio dei casi registrati nei Paesi a basso e medio reddito -spiega ad Altreconomia-. Questi, però, sono anche i Paesi con i sistemi sanitari più deboli e una minore capacità di individuare e comunicare adeguatamente i casi e le morti per Covid-19”.

Kristalina Georgieva, direttore del Fondo monetario internazionale, siede accanto a David Robert Malpass, presidente della Banca Mondiale – 4 marzo 2020 © World Bank / Grant Ellis

Per sapere se tutti i criteri siano stati raggiunti bisognerà aspettare il 9 aprile. Superate ormai le 2.500 morti nei Paesi Ida/Ibrd, la cifra totale che la Banca Mondiale potrà ottenere da queste obbligazioni e donare ai Paesi che ne faranno richiesta è 195,8 milioni di dollari. “Se pensiamo che la Cina ha stanziato più di 10 miliardi di dollari per combattere l’epidemia -continua Jonas- e che la popolazione totale dei 76 Paesi più poveri al mondo è di 1,64 miliardi di persone, si capisce che questi fondi sono insufficienti. Quella cifra corrisponderebbe a soli 12 centesimi per ogni abitante”.

Sono due le classi di obbligazioni che coprono gli aiuti forniti per combattere l’epidemia da coronavirus. Se si dovessero verificare tutte le condizioni, per il primo bond -di 225 milioni di dollari- gli investitori perderebbero il 16,7% del denaro investito, pari a 37,5 milioni. Il secondo bond, che copre anche i casi di Ebola, è più rischioso e prevede la perdita dell’intero investimento, cioè 95 milioni. Considerando che a oggi le obbligazioni hanno fruttato agli investitori premi -pagati con fondi pubblici- pari a 115 milioni, la perdita del loro investimento, e di conseguenza la somma totale ottenuta dal Pef, sarebbe inferiore. “Anche se si dovesse verificare un pagamento per il coronavirus, gli investitori saranno felici di avere uno strumento come questo in futuro. Hanno ricevuto premi molto generosi, quindi anche se dovranno pagare 196 milioni, la loro perdita netta in realtà sarà inferiore a 90 milioni” aggiunge Jonas.

Dopo aver fallito nella risposta all’epidemia di Ebola scoppiata nella Repubblica Democratica del Congo, il Pef sembra destinato a mancare il suo obiettivo anche per l’attuale pandemia di Covid-19. Oltre ai dubbi relativi alle difficoltà nel fornire fondi rapidi ai Paesi colpiti da crisi sanitarie, ci si interroga sul reale beneficio economico procurato da questo strumento. I Paesi che dovrebbero beneficiare degli aiuti del Pef sono gli stessi ai quali sono destinati gli aiuti raccolti nel fondo “Ida” della Banca Mondiale, che attualmente dispone di 82 miliardi di dollari. Questo fondo potrebbe fornire finanziamenti più rapidi e in quantità maggiori rispetto al Pef per combattere le epidemie. “Il Pef non avrebbe mai dovuto essere creato perché l’Ida è un fondo molto più grande -conclude Jonas-. Inoltre, la Banca Mondiale ha annunciato un aiuto di 14 miliardi di dollari ai Paesi in via di sviluppo per combattere la Covid-19. Se il pagamento del Pef avverrà, il suo apporto economico ai Paesi in via di sviluppo non farà molta differenza. La tragedia però è che intanto parte dei fondi Ida per i Paesi più poveri e degli aiuti forniti da Germania e Giappone sono stati utilizzati per pagare gli alti premi agli investitori”.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia