Ambiente / Attualità

Consumo di suolo, persi 52 chilometri quadrati nel 2017

Nel 2017 ogni due ore in Italia è scomparsa una porzione di territorio grande quanto piazza Navona. Il 6% delle nuove trasformazioni si trovano in aree a rischio frana e oltre 15% in aree soggette a pericolosità idraulica media. E si continua a costruire anche nelle aree protette. Tutti i dati del nuovo rapporto Ispra

© Ricardo Gomez Angel

Ogni due ore in Italia scompare una porzione di suolo grande quanto piazza Navona. Una media di 15 ettari al giorno per un totale di 52 chilometri quadrati in tutto il 2017. È quanto emerge dall’ultimo rapporto ISPRA-SNPA sul “Consumo di suolo in Italia 2018”, presentato martedì mattina alla Camera dei Deputati. Quasi un quarto del nuovo consumo di suolo netto tra il 2016 e il 2017 avviene all’interno di aree soggetta a vincoli paesaggistici (coste, fiumi, laghi, vulcani e montagne), soprattutto lungo la fascia costiera e i corpi idrici, dove il cemento ricopre ormai più di 350mila ettari (pari all’8% della loro estensione totale). Di questo, il 64% si deve alla presenza di cantieri e ad altre aree in terra battuta destinate, in gran parte, alla realizzazione di nuove infrastrutture, fabbricati (non necessariamente abusivi) o altre coperture permanenti nel corso dei prossimi anni. Mentre i nuovi edifici, già evidenti nel 2017, soprattutto nel Nord Italia, rappresentano il 13,2% del territorio vincolato perso nell’ultimo anno.

Ispra calcola che nel 2017 siano andati persi 23.062,5 chilometri quadrati di suolo, pari al 7,65% del territorio nazionale. “Sembrerebbe che il rallentamento della velocità del consumo di suolo, iniziato una decina di anni fa, sia in una fase terminale -scrive Ispra-. E che, in particolare in alcune Regioni, si assiste a una prima inversione di tendenza con una progressiva artificializzazione del territorio che continua a coprire irreversibilmente aree naturali e agricole con asfalto, cemento, edifici e fabbricati, strade e altre infrastrutture, insediamenti commerciali e di servizio, anche attraverso l’espansione di aree urbane, spesso a bassa densità”.

In diverse regioni, però, la media nazionale viene ampiamente superata: in Lombardia, dove si tocca il valore percentuale più alto in assoluto, si è arrivati al 12,99%. Seguono il Veneto (12,35%), la Campania (10,3%), Emilia Romagna (9,8%), Friuli Venezia Giulia (8,9%), Liguria (8,3%), Puglia (8,3%). “La ripresa del consumo di suolo nel Nord-Est e in altre regioni del Nord Italia può essere messa in relazione con la ripresa economica che si avverte in queste aree del Paese”, scrive ancora Ispra. La Lombardia detiene anche il primato anche in termini assoluti, superando quest’anno i 310mila ettari del suo territorio coperto artificialmente.

Lombarda anche la provincia più “cementificata”, quella di Monza e Brianza con circa il 41% di suolo consumato in rapporto alla superficie provinciale e un ulteriore significativo incremento di 35 ettari. Sopra quota 20% ci sono anche le province di Napoli (34%), Milano (32%), Trieste (23%) e Varese (22%). Le uniche province rimaste sotto la soglia del 3% ci sono Verbano-Cusio-Ossola (2,8%), Matera (2,8%), Nuoro (2,8%) e Aosta (2,9%).

A preoccupare l’Ispra anche il fatto che il 6% delle trasformazioni del 2017 si trovi in aree a rischio frana (dove si concentra il 12% del totale del suolo artificiale nazionale) e oltre il 15% in aree soggette a pericolosità idraulica media. Tutto questo ha un prezzo, che secondo le stime di Ispra ammonta a circa un miliardo di euro l’anno se si prendono in considerazione solo i danni provocati nell’immeditato (perdita di capacità di stoccaggio del carbonio, perdita produzioni agricole e legnose degli ultimi cinque anni, impollinazione, regolazione del microclima). Ma se nel conto si inseriscono anche i danni causati dalla carenza dei flussi annuali dei servizi ecosistemici che il suolo naturale non potrà più garantire in futuro (regolazione del ciclo idrologico, dei nutrienti, del clima, del miglioramento della qualità dell’aria), il costo lievita fino a quota 2 miliardi di euro l’anno.

Il consumo di suolo non risparmia nemmeno i parchi naturali: quasi 75mila gli ettari ormai totalmente impermeabili. La maglia nera delle trasformazioni del suolo 2017 va al Parco nazionale dei Monti Sibillini, con oltre 24 ettari di territorio consumato, seguito da quello del Gran Sasso e Monti della Laga, con altri 24 ettari di territorio impermeabilizzati, in gran parte dovuti a costruzioni ed opere successive ai recenti fenomeni sismici del Centro Italia. I Parchi nazionali del Vesuvio, dell’Arcipelago di La Maddalena e del Circeo sono invece le aree tutelate con le maggiori percentuali di suolo divorato.

Se non verranno messi in atto interventi concreti per contrastare il consumo di suolo (ad esempio con l’approvazione della legge rimasta ferma in Senato nella scorsa legislatura) e si mantenesse la velocità registrata nell’ultimo anno, Ispra stima che entro il 2050 verranno cancellati oltre 1.600 chilometri quadrati di suolo. E la situazione potrebbe persino peggiorare, superando gli 8mila chilometri quadrati, nel caso in cui la ripresa economica portasse di nuovo la velocità di trasformazione ai valori medi o massimi registrati negli ultimi decenni: “Sarebbe come costruire 15 nuove città ogni anno fino al 2050”, avverte Ispra. Previsioni che sottolineano l’urgenza di approvare la legge sul consumo di suolo: un provvedimento che porterebbe una progressiva riduzione della velocità di trasformazione con una perdita di terreno pari a poco più di 800 chilometri quadrati tra il 2017 e il 2050.

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