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Chiamiamolo “Piano nazionale di cambiamento e resilienza”. Non c’è nulla da “riprendere”

“Non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema. Non dobbiamo riprenderci la normalità di prima, ma cambiarla radicalmente. E visto che Draghi ha usato la parola ‘radicale’ nel suo primo discorso alle Camere, ora sia radicale anche nel titolo”. Il commento del prof. Paolo Pileri

© Brett JOrdan - Unsplash

Visto che questo governo è atterrato nel Pianeta Italia dandosi come primo obiettivo la riscrittura del documento che ci presenterà all’Europa, dicendole come intendiamo investire i miliardi del Next Generation Eu, mi viene da suggerire che, già che ci siamo, potremmo cambiare il titolo del piano. Visto che il governo sta cambiando i nomi dei suoi ministeri perché non cambiare anche quello del piano con cui investiremo per le prossime generazioni?

A ben pensarci nei mesi scorsi abbiamo mandato a memoria la denominazione Piano nazionale di ripresa e resilienza che contiene quella parola ambigua e forse finanche ingannevole che è proprio “ripresa”. Nel linguaggio comune, “ripresa” significa riprendere da dove si era rimasti o rimettere in movimento una cosa che prima si era interrotta. Ecco, lo abbiamo detto più volte: se c’è una cosa che dobbiamo evitare come la peste è proprio riprendere da dove eravamo rimasti. E siccome le parole si incollano nel nostro cervello come cozze sullo scoglio e si piazzano nei nostri discorsi stordendoci e piegandoci inconsapevolmente al loro significato, perché non proponiamo al governo di abrogare la parola ripresa per sostituirla con cambiamento? Piano nazionale di cambiamento e resilienza. È molto molto più bello e pure più significativo nelle intenzioni. Così è chiaro il patto sociale con cui sfidiamo noi stessi.

Cambiamento deve essere la parola che ci mettiamo in tasca e che pronunciamo cento volte al giorno in tutte le cose che facciamo e faremo. Perché il cambiamento vale più della ripresa. Del cambiamento abbiamo bisogno come l’aria. Cambiamento di stile di vita, di economia, di società, di sguardi, di stare nel mondo. Lo abbiamo già detto mille volte: non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema. Non dobbiamo riprenderci la normalità di prima, ma cambiarla radicalmente. Visto che Draghi ha usato la parola “radicale” nel suo primo discorso alle Camere, ora sia radicale anche nel titolo. Non possiamo limitarci alla parola “ripresa”. Non c’è nulla da ri-prenderci, ma tutto da cambiare.

Dietro la porta ci sono 1,7 milioni di virus che ancora non conosciamo e sono pronti ad attaccarci appena riprendiamo. La corsa al vaccino ci sta già ubriacando e stiamo perdendo lucidità e memoria dimenticandoci da dove sono arrivati tutti i guai: un nostro atto di violenza sulla natura, il famoso “salto di specie”, ovvero il passaggio inatteso di un virus dall’animale all’uomo. Addentando pipistrelli e scimpanzè noi ingurgitiamo virus terribili. Se riprendiamo a violare le leggi dell’ecologia, riapriremo le porte a uno tsunami di virus. Ebola arriva anche lui da un salto di specie. Lo abbiamo generato noi europei quando spedivamo i nostri pescherecci super tecnologici lungo le coste africane pescando tutto il pesce delle popolazioni locali che, di botto, si sono trovate costrette al salto di specie, ricorrendo alla carne di scimpanzè. Ebola ha ucciso centinaia di migliaia di persone, non dimentichiamolo. Se Ebola ci ha sfiorato, Covid-19 ci ha abbattuto. Dopo Ebola abbiamo ripreso la vita di prima. Anche dopo Covid vogliamo riprendere la vita di prima? Vogliamo davvero un piano di ri-presa?

Mettiamo in chiaro le cose a partire dalle parole, chiediamo di usare la parola cambiamento e di gettare nella spazzatura la parola ripresa. Questa sostituzione non è banale. Se la parola cambiamento sarà nel titolo, tutti i cittadini la useranno, la scriveranno, la racconteranno e finiremo per masticare ripresa e non cambiamento. Magari a qualcuno sembrerà una stupidaggine questa richiesta di cambio di parola e invece credo che una parola possa salvare molte vite, come diceva Simone Weil. Scegliere la parola giusta vuol dire dichiarare in modo inequivocabile cosa e come lo si vuol fare. La correttezza della lingua è la premessa della chiarezza morale e dell’onestà, ce lo ha sempre detto un gigante quale è Claudio Magris.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “100 parole per salvare il suolo” (Altreconomia, 2018)

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