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Economia / Opinioni

Chi fa più ricco e felice la “storica” delega fiscale approvata dal Parlamento

© Girl with red hat - Unsplash

Il provvedimento votato dalla Camera a inizio agosto comporterà una netta riduzione del gettito -con tagli alla spesa pubblica e conseguente spinta tra le braccia del privato-, meno tasse per i ricchi e un mondo nuovo in tema di prelievo “concordato” tra Stato, autonomi e imprese. Addio progressività, osserva Alessandro Volpi

La Camera ha approvato la delega fiscale che il Governo Meloni definisce “storica”: un aggettivo che non è utilizzato a caso e non solo perché sono passati molti anni da una precedente riforma complessiva del fisco. I 23 articoli contengono infatti alcuni elementi che segnano una trasformazione profonda rispetto al quadro normativo e anche rispetto al dettato dell’articolo 53 della Costituzione.

Il primo dato è costituito dalla riduzione del gettito fiscale complessivo. Una riduzione che non ha ancora coperture e che difficilmente troverà le risorse per finanziarsi. Allo stato attuale la riforma fiscale produrrà quindi una riduzione dei 550 miliardi di euro di entrate tributarie destinata ad essere assai rilevante. È inevitabile che ciò comporti un taglio alla spesa pubblica e dunque ai servizi.

In questo senso il dato storico è costituito dalla chiara volontà di limitare l’area del welfare e spostare, in misura decisiva, il finanziamento di sanità, istruzione e servizi verso il privato. Non compare infatti nella delega alcun riferimento a un qualche aumento delle imposte in grado di compensare l’introduzione della flat tax Irpef, del taglio dell’Ires e del superamento dell’Irap. Anzi, viene chiaramente esclusa qualsiasi revisione degli estimi catastali, qualsiasi ipotesi di aumento della tassa di successione, neppure per i miliardari, e qualsiasi sia pur vago accenno di patrimoniale. Compare solo qualche riferimento alla revisione delle “tax expenditures”, decisamente fumoso.

In sintesi meno tasse per tutti. In realtà -ed è questo il secondo aspetto- il taglio delle imposte riguarda soprattutto le fasce di reddito più alte. La flat tax Irpef, sia pur modulata da deduzioni e detrazioni, avvantaggia i redditi medio alti, dal momento che per i redditi medio bassi deduzioni e detrazioni già permettono un forte alleggerimento della pressione fiscale. Gli ulteriori sgravi per gli autonomi favoriscono i fatturati più alti, beneficiati dell’aliquota secca del 15%, e l’estensione della cedolare secca agli esercizi commerciali rappresenta una manna per chi possiede tanti fondi. Quindi, storicamente, meno tasse in primis per i ricchi.

C’è poi un terzo aspetto veramente “storico”: la delega sancisce una differenza di trattamento decisiva fra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi. Certo differenze già esistevano, ma ora si entra in un mondo del tutto nuovo. Ai lavoratori dipendenti, sia pur sotto forma di flat tax, il prelievo è effettuato alla fonte mentre per gli autonomi e per le imprese il prelievo sarà “concordato” con il contribuente. Nella sostanza, autonomi e imprese definiranno, con la consulenza dei propri commercialisti -destinati a diventare un ordine cruciale-, quanto verseranno allo Stato, evitando così controlli e sanzioni di qualsiasi natura: si passerà a un regime “collaborativo” nell’idea che in un Paese dove ogni anno esiste un’evasione superiore ai 100 miliardi di euro servano meno controlli e una maggiore disponibilità da parte dello Stato a trattare con una parte dei contribuenti.

Dunque, i lavoratori dipendenti pagheranno quanto stabilito mentre imprese e autonomi sceglieranno quanto pagare, in una sorta di concorrenza all’evasione.

Questo aspetto si salda bene con la celebrazione dei condoni e ha un chiaro principio ispiratore: per combattere l’evasione bisogna assecondarla, magari utilizzando come strumento narrativo la necessità di semplificare, con l’eliminazione delle sanzioni e con l’affidamento pressoché totale alla buona volontà del contribuente e del suo consulente. Una riforma davvero storica che prelude, a tutti gli effetti, ad uno Stato leggero, sul versante delle entrate come su quello delle uscite. Le politiche pubbliche consisteranno nello spendere quello che i contribuenti decideranno di versare in base alle proprie valutazioni. Naturalmente, possiamo dire addio a ogni progressività.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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