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Economia / Opinioni

Che cosa fare per contrastare il feroce impoverimento della popolazione

© Dan Meyers - Unsplash

Se non mettiamo mano all’indicizzazione delle retribuzioni, ai rinnovi contrattuali (e alla giungla delle tipologie) e a vincoli effettivi alla finanziarizzazione, l’impoverimento delle fasce di reddito medio-basse sarà devastante. L’analisi (e proposta) di Alessandro Volpi

Un’urgenza vera. I dati Istat diffusi nelle ultime settimane confermano una situazione insostenibile. A luglio 2022 l’inflazione è cresciuta dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno passato mentre le retribuzioni medie orarie sono aumentate solo dello 0,8%. È evidente dunque che è in corso un feroce impoverimento in termini reali della popolazione italiana. Con tre ulteriori elementi. Il primo: l’inflazione è pari a circa il 10% per il 20% della popolazione più povera del Paese e pari al 6% per il 20% più ricco. Il secondo: l’aumento delle retribuzioni medie orarie è il risultato di condizioni diverse. La crescita nel settore dell’industria è stata dell’1,6%, dello 0,4% in quello dei servizi, dello 0,5% nella pubblica amministrazioni e del 4,4% tra i dipendenti dei ministeri. Dunque, è evidente che in alcuni settori la tipologia contrattuale genera un impoverimento ancora più marcato. Infine il terzo elemento: sull’inflazione pesa l’aumento dei prezzi dell’energia che è pari al 48% per i beni non regolamentati e del 64% per quelli regolamentati. Ciò significa che il mercato tutelato, paradossalmente più esposto ai prezzi finanziari determinati nell’hub di Amsterdam, non tutela affatto il consumatore.

Se non mettiamo mano all’indicizzazione delle retribuzioni, rinnovi contrattuali e vincoli alla finanziarizzazione l’impoverimento delle fasce di reddito medio-basse sarà devastante. In quest’ottica, la riduzione del cuneo fiscale, abbattendo la contribuzione a carico dei lavoratori, è fondamentale. Ogni due mesi, mediamente, il gettito Irpef tende ad attestarsi su circa 40 miliardi di euro, di cui 19 sono ritenute effettuate sul lavoro privato, 17 su quello pubblico e tre su quello autonomo a cui si aggiungono alcuni acconti. È evidente dunque che ridurre tali ritenute per le fasce di reddito più basse rappresenta parte della soluzione del problema delle retribuzioni basse, certo in maniera più organica rispetto ai bonus.

Per poterlo fare sarebbe necessario, tra le altre cose, un significativo ripensamento dell’Ires, l’imposta sui profitti delle società, che dopo la mancata riforma del 2017 conosce esenzioni ben poco comprensibili e ha visto una progressiva riduzione (con l’aliquota fissa scesa dal 37% al 24%), con un particolare beneficio per le società con debiti fiscali importanti che hanno goduto di un significativo sconto. Il gettito Ires è ormai crollato a circa 30 miliardi di euro l’anno a fronte di meccanismi di elusione fiscale che hanno riguardato in particolare i soggetti finanziari. La retorica del “meno tasse per tutti” sta impoverendo intere fasce di popolazione e arricchendone altre, quelle dotate di redditi assai consistenti. Sarebbe davvero utile capire come si combina la narrazione dello Stato minimo di tanti liberal (a destra e al centro) con le promesse di migliore sanità pubblica, di infinite assunzioni, di salari più alti e di più estesi interventi “sociali”.

Provo ad aggiungere qualche altro appunto da sviluppare per una proposta politica. Come accennato, i dati sulle retribuzioni del lavoro in Italia sono spietati: le ultime stime indicano nel nostro Paese una media retributiva di 21mila euro, ben tremila euro al di sotto di quella europea (con tutti i limiti di questa tipologia di stime). Si tratta di un elemento su cui bisognerebbe provare ad intervenire, iniziando a ridurre il dumping contrattuale. Nel nostro Paese esistono troppe tipologie di contratti che vengono utilizzati, spesso, per abbattere le retribuzioni. In altre parole, non di rado le imprese scelgono quello più conveniente, forzando la normativa ma soprattutto potendo attingere a una gamma di contratti molto estesa.

Ridurre il numero dei contratti -individuandone pochi, chiari e in grado di tutelare il lavoro- rappresenta una delle strade per evitare l’esistenza di una enorme quantità di lavoro sottopagato. Nella stessa ottica, occorrerebbe porre dei limiti ai contratti di lavoro intermittente e stagionale, che nei primi quattro mesi del 2022 sono cresciuti oltre il 110% rispetto allo stesso periodo del 2021. Limiti stringenti andrebbero posti anche alle esternalizzazioni fittizie di manodopera, che vengono rese possibili dalle non chiare normative sugli appalti. Si tratta di alcune idee non complesse, che circolano già da tempo e che dovrebbero assumere carattere prioritario in presenza di un’inflazione pesante. Senza forme di tutela delle retribuzioni, l’impoverimento di fasce crescenti di popolazione è drammatico.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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