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Diritti / Reportage

Casa Tortuga: un luogo sicuro contro i pregiudizi del mercato immobiliare

La cooperativa sociale Cat ha affittato un appartamento a Rufina (FI) per offrire un’abitazione a cittadini stranieri che spesso subiscono la discriminazione dei proprietari. Un’esperienza positiva ma serve una “risposta politica”

Tratto da Altreconomia 254 — Dicembre 2022
Sulayman Jammeh, mediatore culturale di Cat che lavora all’interno di casa Tortuga a Rufina (FI) © Arianna Egle Ventre

Aziz Koroma prende tutte le mattine il treno per Firenze, che da Rufina lo porta a Pontassieve, dove lavora in una fabbrica di cotton fioc. Viene dalla Sierra Leone; ogni tanto vede la figlia, con cui spera di vivere presto insieme. “Ho un lavoro, una famiglia, ma tra poco non avrò più una casa” dice, mentre il suo sguardo cade sulla valigia vuota ai piedi del letto. Tra i coinquilini di Aziz, solo Massimiliano Maglioni ha decorato la sua stanza. Una pianta scende dall’armadio verso il pavimento. L’ha portata dall’appartamento dove ha vissuto dopo quattro mesi di disintossicazione in una comunità e dieci mesi di reinserimento sociale. “La stavano lasciando morire là, quindi l’ho presa e me ne prendo cura”. Un atrio separa le altre stanze dalla camera di Mohammed. Sotto il comodino si scorge una piastra con delle cortecce del Mali usate per i suffumigi.

Una pianta, una valigia e pezzi di corteccia raccontano gli abitanti di Tortuga, l’appartamento condiviso dove vivono Mohammed, Aziz e Massimiliano. “La tartaruga, in spagnolo tortuga, si porta la casa dietro e procede piano. Il nostro progetto fa parte di un lungo percorso” spiega Olivia Scotti, vicepresidente del Centro di animazione triccheballacche, conosciuto come cooperativa sociale Cat. La Cat gestisce progetti di contrasto all’esclusione sociale in aree come migrazione, dipendenza, prevenzione e riduzione del danno e nel dicembre 2020 ha fatto partire Tortuga. “È un progetto che nasce da un’esigenza concreta -continua Scotti-. Molte delle persone che seguivamo nei percorsi di accoglienza avevano un impiego però si trovavano a un bivio: lasciare il lavoro o dormire nella panchina di fronte al luogo di lavoro”. Secondo il rapporto annuale 2020 Sai-Sipromi, che ogni anno fa il “punto” sul sistema di accoglienza italiano, su 14.280 persone uscite dai percorsi solo 3.986 hanno trovato casa. Da qui la scelta della Cat di affittare questo appartamento a Rufina (FI), facendo da garante per cinque inquilini che pagano mensilmente alla cooperativa il canone.

All’ingresso dell’appartamento tre cactus fungono da fermacarte. “Ti piove addosso? Riparati con Tortuga”: i volantini si alternano alle bollette del gas. “L’operatore aiuta su cose pratiche: come fare un bonifico o pagare le bollette. È un ibrido tra accoglienza, dove sei molto seguito, e la totale autonomia -spiega Leonardo Barbieri, operatore della Cat-. Trovare casa è un problema per chi esce dall’accoglienza Sai (Sistema accoglienza e integrazione, ndr), ma anche per persone provenienti da altri percorsi, come nel caso di Massi. Perciò abbiamo optato per una convivenza mista tra italiani e stranieri”. Massimiliano prepara il caffè dopo un pranzo a base di pasta. “Avevo tanti pregiudizi, io non vado nemmeno al sushi – ammette- ma questa convivenza mi ha aperto la mente”. Lui ha sempre vissuto vicino a Firenze. Dopo la comunità e il reinserimento, i suoi operatori gli hanno segnalato Tortuga. È passato un anno da quando è arrivato, il tempo massimo di permanenza. “Tra qualche mese dovrei avere un appartamento dove vivere”, dice prima di rievocare le preoccupazioni di quando era in comunità. L’impresa di trovare una casa e un lavoro. E gli ostacoli: i pregiudizi degli abitanti dei paesi fuori Firenze, dove i prezzi degli affitti sono più bassi. “Noi delle comunità non conosciamo la gente, ma la gente conosce noi”, afferma Massimiliano.

Ma non è solo questione di pregiudizi. “Molti ex tossicodipendenti che seguo non trovano casa per il prezzo e le garanzie richieste”, spiega Ilaria Landi, che lavora con la Cat nelle comunità per persone con dipendenza patologica. Lo conferma Antonello Mugnai che gestisce un’agenzia immobiliare nel Mugello, a Nord di Firenze. Nel suo ufficio un murale lo ritrae con due clienti: “I proprietari vogliono un contratto a tempo indeterminato, due caparre, fideiussioni bancarie, e talvolta l’Isee, l’indicatore della situazione economica”, spiega.

“La tartaruga, in spagnolo ‘tortuga’, si porta la casa dietro e procede piano. Il nostro progetto fa parte di un lungo percorso” – Olivia Scotti

Garanzie discriminatorie per chi riparte da zero o quasi. “Il diritto alla casa viene garantito solo a un ceto medio-alto ed è un problema che la politica sta lasciando da parte”, commenta Laura Grandi del Sindacato unitario nazionale inquilini assegnatari (Sunia) della Cgil. L’edilizia residenziale pubblica (Erp) è una delle soluzioni per chi ha un reddito molto basso o nullo. Viene esclusa però quella fascia intermedia precaria ospitata a Tortuga: chi ha un reddito sufficiente a pagare un affitto ma non possiede ancora le garanzie pretese dal mercato immobiliare privato. Alla discriminazione economica si unisce poi il razzismo. “La legge non consente di non affittare a stranieri”, ricorda Mugnai. Tuttavia nel 56,5% dei progetti Sai in Italia, sempre secondo il rapporto Sai-Siproimi 2020, le persone in uscita da percorsi di accoglienza non trovano alloggio a causa della diffidenza delle agenzie e dei proprietari di immobili.

Sulayman Jammeh viene dal Gambia ed è in Italia da cinque anni. È mediatore e operatore della Cat e racconta di aver impiegato un anno per trovare casa: “Agli appuntamenti mi chiedevano se ero io ad aver parlato al telefono, convinti che fossi un italiano. Dopodiché non mi facevano sapere nulla”. È un razzismo che ha vissuto e che rivive nelle storie di chi incontra per strada. Lavora nell’unità mobile della Cat, attiva per la riduzione del danno tra consumatori di sostanze psicotrope, e che sostiene anche persone senza alloggio o senza documento. “Molti ragazzi che conosco vivono in strada non perché non hanno soldi ma perché non riescono a trovare casa”, racconta Jammeh. Senza la casa crolla tutto. “Se non hai una residenza non puoi rinnovare il permesso di soggiorno. Se perdi il documento, perdi il lavoro e senza lavoro non trovi casa”. Tortuga è come una stampella temporanea per stabilizzarsi. “Kabir è entrato che stava facendo un percorso di formazione, ora lavora”, racconta Barbieri della Cat. Il giovane ha lasciato Tortuga a gennaio: “Degli amici mi hanno aiutato a trovare casa”.

Aziz Koroma è uno degli ospiti di casa Tortuga. Per affrontare il problema dell’accesso alla casa per i cittadini stranieri, nel settembre 2021, il Comune di Firenze ha dato vita a un’Agenzia sociale dedicata: alloggi a canoni concordati per gli affittuari, agevolazioni fiscali e incentivi per i proprietari © Arianna Egle Ventre

Contro le difficoltà del mercato immobiliare, solo una buona rete di contatti può aiutare. Che non tutti hanno. “Quando usciamo dall’accoglienza dobbiamo cercare un lavoro e una casa. Da soli; qua non abbiamo nessuno”, commenta Aziz, in Italia da cinque anni. Era Natale del 2020 quando, uscito dall’accoglienza, si è trovato a dormire in strada. Poi il Comune di Pontassieve (FI) gli ha dato il contatto di Olivia Scotti. Rispetto a quando è arrivato a Tortuga, ora ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato ma spiega come molti proprietari di appartamenti chiudano la chiamata appena sentono il suo italiano stentato. “Prima di venire qua ho cercato casa per due anni, ma niente. Devi avere il contratto a tempo indeterminato, ma anche ora che ce l’ho è dura”. Dovrà andarsene da Tortuga e sta pensando di lasciare la Toscana per stare da un cugino che potrebbe aiutarlo a trovare casa. Dovrebbe lasciare il lavoro. Abbassa la testa. Non ha scelta. Non vuole dormire di nuovo in strada.

“Tortuga non è una soluzione perché servono risposte a livello politico -riprende Scotti della Cat-. Perciò partecipiamo a seminari, come quello dello scorso dicembre a Foggia, Home sweet home (Casa dolce casa)”. In quell’occasione, sono state condivise le esperienze di housing solidale in tutta Italia. I partecipanti hanno invocato la necessità di una politica pubblica che consideri la casa come bisogno, prima che spazio di scambio economico. Le iniziative introdotte da cooperative e privati hanno dei limiti. Il progetto Habibi, ad esempio, nasce dalla collaborazione tra l’associazione di Pubblica assistenza humanitas e un’agenzia immobiliare di Scandicci (FI), con l’obiettivo di offrire ai soggetti vulnerabili quelle garanzie che non potrebbero avere. “Il nostro progetto copre parte di Scandicci ma ha risorse limitate. Il Comune di Firenze potrebbe fare quello che noi di Habibi facciamo”, commenta Chiara de Lucia, titolare dell’agenzia.

Anche Sabina Pampaloni della Diaconia Valdese fiorentina ha una proposta simile. “Il Comune potrebbe prendere in affitto degli appartamenti e poi darceli in gestione”, dice dopo aver raccontato di Ubuntu: un appartamento per quattro persone uscite da percorsi di accoglienza rimaste senza casa. Nel settembre 2021 è nata l’Agenzia sociale per la casa (Fase), un’iniziativa del Comune di Firenze: alloggi a canoni concordati per i cittadini, agevolazioni fiscali e incentivi per i proprietari. “Ci sono dei tentativi istituzionali, ma bisogna che funzionino anche a livello operativo -conclude Grandi del Sunia-. Perché il diritto alla casa non viene garantito a tutti”.

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