Terra e cibo / Inchiesta

Così la carne industriale si sta mangiando il Pianeta. Patel: “È il mondo a buon mercato”

Ogni anno, al mondo, ne vengono consumate 250 milioni di tonnellate. Con impatti per il clima, i diritti e gli animali. L’inchiesta di copertina di Altreconomia 208

Tratto da Altreconomia 208 — Ottobre 2018
Un allevamento industriale di suini in Olanda © Compassion in World Farming

Da quando Joshua Applestone ha installato a Stone Ridge, nello Stato di New York, quattro distributori automatici di carne fresca, vende così il 70% dei prodotti della sua Applestone Meat Co (applestonemeat.com). Accessibilità e convenienza sono i punti di forza di questo sistema distributivo attivo 24 ore al giorno, sette giorni su sette, dal quale il consumatore può scegliere tra 150 pezzi diversi. E i prossimi modelli, già previsti in altre città, saranno “ancora più semplici e intuitivi -ha dichiarato il signor Applestone-. Sarà come avere tra le mani il tuo primo smartphone”. Secondo l’economista e scrittore inglese Raj Patel, quando parliamo del sistema alimentare globale, “il simbolo esemplare dell’era moderna non è lo smartphone o l’automobile, bensì i Chicken McNuggets”: bastoncini di petto di pollo precotti, surgelati, fritti e mangiati in tutto il mondo.

“Sono un simbolo del mondo ‘a buon mercato’: nei reperti fossili del futuro si troveranno le ossa di pollo, una traccia capitalista del rapporto tra noi umani e il più comune uccello domestico al mondo -spiega Patel ad Altreconomia-. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno per produrre quei petti di pollo trasforma il rapporto tra l’uomo e il resto del Pianeta in una direzione distruttiva. Per questo è un esempio di natura ‘a buon mercato’: un habitat che pensiamo di avere a nostra infinita disposizione, da usare come meglio crediamo”. La “storia del mondo a buon mercato” (cheap, in inglese) è stata scritta nel 2017 a quattro mani da Raj Patel con lo storico Jason Moore. “Niente è cheap per sempre: le risorse che usiamo per produrre i McNuggets si stanno esaurendo rapidamente”.

Il pollo è oggi la carne più diffusa negli Stati Uniti e potrebbe diventare la carne più usata per il consumo umano entro il 2020. Anche in Italia aumenta il consumo di carne di pollo: nel 2017 abbiamo mangiato 15,48 chilogrammi pro capite – © shutterstock.com

Il protagonista di questa preoccupante storia è, come spiega Patel, “un animale selvatico, allevato in modo che, in poche settimane, i suoi petti diventino così grandi da impedirgli di camminare”. Il pollo è oggi la carne più diffusa negli Stati Uniti e potrebbe diventare la carne più usata per il consumo umano entro il 2020. Secondo la Fao, nei Paesi a medio reddito la produzione di carne di pollo e uova è cresciuta del 250% dall’inizio degli anni 90, e una crescita simile è prevista ancora fino al 2030. Anche in Italia aumenta il consumo di carne di pollo: secondo l’“Unione nazionale filiere agroalimentari, carni e uova” (unaitalia.com), nel 2017 abbiamo mangiato 15,48 chilogrammi pro capite. Una crescita sostenuta da sistemi di produzione intensivi, alimentata dalle lobby dei mangimi e degli antibiotici e diffusa attraverso circuiti di vendita su scala industriale.

Raj Patel insegna alla Lyndon B. Johnson School of Public Affairs dell’Università del Texas, ad Austin (lbj.utexas.edu) – © Sheila Menezes

Ma non si tratta solo dei polli. In un mondo che oggi consuma 250 milioni di tonnellate di carne (cinque volte quella del 1950), con una media di 80 chilogrammi pro capite l’anno, sono ormai palesi i motivi per cui questa produzione è insostenibile. Gli animali usano circa il 40% della terra arabile globale e occupano due miliardi di ettari di pascolo, di cui circa 700 milioni potrebbero essere utilizzati per la coltivazione, dice la Fao. Consumano un terzo di tutti i cereali prodotti al mondo: ne servono tre chilogrammi, in media, per produrre un solo chilogrammo di carne, insieme a 15.500 litri d’acqua (nel caso dei bovini; 3.900 litri per un chilogrammo di carne avicola). I sistemi zootecnici sono responsabili del 18% delle emissioni totali di gas serra, soprattutto attraverso la fermentazione intestinale e il letame. La carne bovina, in particolare, è la merce con la maggiore intensità di emissioni, con una media di oltre 300 chilogrammi di CO2 equivalente per ogni chilogrammo di proteine prodotte. Un altro tema, che l’Organizzazione mondiale della sanità individua come una delle principali minacce sanitarie dei prossimi decenni, è la diffusione della resistenza agli antibiotici. “Il 70% degli antibiotici prodotti al mondo sono utilizzati nel settore zootecnico e principalmente in via preventiva”, osserva il giornalista Stefano Liberti: non perché gli animali siano ammalati, ma perché non si ammalino. E un terzo degli antibiotici utilizzati in questo settore servono alla produzione avicola: secondo i dati Fao, stiamo parlando della stessa quantità utilizzata nella medicina umana a livello globale. Le conseguenze ambientali e socio-sanitarie della produzione di carne non sono conteggiate nei profitti del sistema alimentare. “Per questo la carne ha un costo così basso”, dice Raj Patel. E anche perché un altro tassello di questa filiera non vale quasi nulla: i lavoratori. “I dipendenti dell’industria zootecnica sono pagati pochissimo: solo due centesimi del McNuggets che state mangiando sono per loro -aggiunge-. Parliamo di lavoratori che non sono transitori, ma che nella maggior parte dei casi resteranno in questo settore per tutta la vita, con salari molto bassi e in condizioni pessime. Nel tempo, la loro salute ne risente e le conseguenze pesano sulle loro famiglie, che se ne dovranno prendere cura”. A questo proposito Liberti fa l’esempio dei mattatoi, simili a “catene di montaggio, dove ogni singolo lavoratore svolge ripetutamente e in modo meccanico un’unica operazione. Con la differenza che ha davanti un altro essere vivente invece di una macchina”. Uno degli effetti è che, negli Stati Uniti, “diversi lavoratori dell’industria della carne soffrono di sindrome da stress post-traumatico: si portano addosso gli stessi sintomi di chi è stato in guerra”. Secondo Patel, questo sistema produttivo “è sostenuto da precise scelte governative: servono dei corpi da sacrificare per produrre McNuggets a buon mercato. Non siamo poi così distanti dalle politiche discriminatorie che stanno dilagando in Europa e negli Stati Uniti”.

“Il simbolo dell’era moderna non è lo smartphone o l’automobile, bensì i Chicken McNuggets. Le risorse che usiamo per produrli si stanno esaurendo” – Raj Patel

Di fronte a questa situazione, parlare della possibilità di produrre carne sostenibile sembra complicato e una forte riduzione nel suo consumo è l’unica strada percorribile e auspicata anche dal movimento Slow Food, come spiega Raffaella Ponzio, del gruppo di lavoro “Slow Meat” (slowfood.it/slow-meat). “Abbiamo la responsabilità di scegliere di consumare poca carne e di qualità, acquistandola direttamente da allevatori locali attenti alle conseguenze ambientali del loro lavoro”. Secondo Ponzio, dal secondo dopoguerra in poi “la zootecnia si è fortemente industrializzata e ha assunto forme che l’hanno allontanata da un equilibrio naturale. Gli allevamenti sono diventati delle fabbriche di produzione di carne e gli allevatori si sono trasformati in imprenditori”. E, per massimizzare i profitti, hanno ridotto i costi per l’alimentazione degli animali, limitato gli spazi e introdotto razze più produttive. “Il risultato è che il consumatore si trova nel piatto della carne che ha pagato poco, ma è dannosa per la salute. Per fortuna queste pratiche insostenibili e insensibili hanno generato un senso di disgusto nell’opinione pubblica e sta crescendo l’attenzione nei confronti del benessere animale e di un’alimentazione sana”. Slow Food sottolinea anche un ulteriore aspetto, quello gastronomico. “Se un tempo dell’animale si mangiava tutto, con ricette tramandate e anti-spreco, oggi cuciniamo sempre meno. Ripartire dalla relazione con gli allevatori e i macellai è già un passo importante, che ci aiuta a recuperare saperi culinari preziosi”. Lo scambio e la convivialità della tavola hanno un ruolo importante anche secondo Raj Patel, che parla della necessità di una nuova “gastronomia politica”. “La rinuncia alla carne dovrebbe essere vissuta con gioia e non come una privazione di cui essere infelici. Mangiare meno bistecche fa bene alla salute e al Pianeta, ma anche a noi stessi se ci avviciniamo con lo spirito giusto a un consumo più raro, responsabile e conviviale dei prodotti animali”.

Talvolta sono gli stessi cittadini a spingere verso questo cambiamento. Alla fine di settembre, l’associazione internazionale “Compassion in World Farming” (ciwf.it), fondata nel 1967, ha promosso il diritto d’iniziativa dei cittadini europei (“European Citizens Iniziative”, Eci) -a cui ha aderito anche Slow Food- per chiedere alla Commissione europea di proporre una legislazione che vieti l’uso delle gabbie negli allevamenti. “L’allevamento industriale estensivo è la più seria questione del nostro tempo che riguarda il benessere degli animali e sono necessarie azioni urgenti per porvi fine”, spiega Mandy Carter di “Compassion in World Farming”. Nell’Unione europea, oltre 300 milioni di animali trascorrono la gran parte della loro vita chiusi nelle gabbie: una pratica che compromette gravemente il loro benessere e anche la qualità della carne prodotta. La campagna europea si pone l’obiettivo di raccogliere almeno un milione di firme in un anno per chiedere di eliminare l’allevamento in gabbia. “Se avremo successo, ci sarà un cambiamento sismico nel nostro sistema agroalimentare -dice Carter-. Una svolta necessaria per garantire il benessere degli animali e la tutela dell’ambiente e della salute umana”.

“I maiali, chiusi in capannoni industriali, sono alimentati con tantissima soia prodotta dall’altra parte del mondo, prevalentemente in Sud America” – Stefano Liberti

In molti luoghi, un modo diverso -non industriale- di allevare il bestiame e di prendersi cura degli animali è già realtà. “È possibile quando gli animali sono presenti nei sistemi alimentari in una veste polifunzionale”, osserva Patel. Per esempio, dove ci sono dei bovini, insieme a delle capre e delle pecore, e altri animali ancora, e attorno frutteti, orti e campi di cereali dove si pratica la rotazione colturale, per nutrirli. “Da qui si può partire per inserire gli animali in un sistema alimentare sano e sostenibile -continua-. Ma stiamo parlando di un approccio all’agricoltura e al cibo molto diverso da quello, ancora predominante, che dipende da una sola produzione da ottenere a tutti i costi. Il problema della sostenibilità, infatti, deriva dall’idea di monocoltura, che è strettamente legata ai modelli di produzione capitalistici e molto lontana da altre possibili forme di relazione con gli animali -come quelle policolturali e indigene-, che difficilmente emergono nell’attuale sistema economico”. Quello che serve è un cambio di prospettiva radicale: “Se manteniamo costante, per esempio, lo sfruttamento dei lavoratori, delle lavoratrici e della natura, mentre miglioriamo l’ingegneria genetica per fare in modo che le mucche brucino meno CO2, penso che non stiamo centrando il punto. Avere più carne a disposizione, a parità di metano prodotto non è sufficiente e non è ancora sostenibile”.

In questo senso, Stefano Liberti ritiene che serva “un lavoro culturale per accompagnare i consumatori alla consapevolezza che la carne debba tornare a essere, come un tempo, un bene di lusso”: una produzione limitata con un prezzo di vendita più alto, “per restituire al cibo il suo giusto valore”. Con il regista Enrico Parenti, Liberti ha realizzato “Soyalism” (soyalism.com), un documentario in uscita in autunno che segue la filiera industriale della carne suina, “dagli Stati Uniti -dove tutto è iniziato-, al Brasile, alla Cina -dove tutto finisce-, passando per il Mozambico”. È il racconto del nuovo “regime agroindustriale dove il business della produzione di carne si concentra nelle mani di poche, grandi aziende. Falliscono così centinaia di migliaia di piccoli produttori e il paesaggio si trasforma, mettendo a repentaglio l’equilibrio sociale e ambientale del Pianeta”.

La carne bovina è la merce con la maggiore intensità di emissioni, con una media di oltre 300 chilogrammi di CO2 equivalente per ogni chilogrammo di proteine prodotte – © shutterstock.com

La metà della popolazione suina del mondo si concentra in Cina: sono 700 milioni di maiali per consumi in costante crescita, “grazie all’aumento del potere d’acquisto dei ceti medi e al prezzo calmierato della carne di maiale”, spiega Liberti. E insieme a quella della carne di maiale, fiorisce la filiera dei semi oleosi. “I maiali, chiusi in capannoni industriali, sono alimentati con tantissima soia prodotta dall’altra parte del mondo, prevalentemente in Sud America”.

In Italia ci sono circa nove milioni di maiali allevati intensivamente in un’area racchiusa tra le Province di Brescia, Reggio Emilia e Ferrara, ma i problemi sono gli stessi del resto del mondo, spiega Liberti. Primo, lo sversamento dei liquami inquinanti nei terreni; secondo, l’alimentazione con mangimi industriali e materie prime importate dal Sud America, come la soia. “Si produce un effetto farfalla, poiché per coltivare quella soia che alimenta i maiali è in corso la deforestazione dell’Amazzonia. Evidentemente, la prospettiva di convivere con 120 miliardi di animali al mondo nel 2050, con i due terzi delle terre arabili necessarie per alimentarli, non è sostenibile”.

La cooperativa agricola Monte di Capenardo a Davagna (GE, capenardo.it) ha rilevato tre anni fa un’antica macelleria di Genova e ha iniziato la vendita al dettaglio. Si tratta di “Macelli44”, nella storica via dei mattatoi medievali – © Steffania Orengo

L’agronomo e allevatore Stefano Chellini, ha avviato un percorso inverso da quando, nel 1998, è entrato nella cooperativa agricola Monte di Capenardo a Davagna (GE, capenardo.it), per gestire con altri giovani (oggi sono in sette) un allevamento di bovini allo stato brado. “Poco tempo dopo, con la conversione al biologico e poi la certificazione Icea, abbiamo iniziato la vendita diretta della carne bovina in pacchi famiglia da dieci chilogrammi, con la consegna a domicilio a Genova e dintorni”, racconta. Tre anni fa la cooperativa ha rilevato un’antica macelleria a Genova e ha iniziato la vendita al dettaglio. “Macelli44” è nella storica via dei mattatoi medievali: qui si trovano solo prodotti certificati, che arrivano direttamente dall’azienda Monte di Capenardo. A Davagna la cooperativa gestisce 200 ettari, di cui 150 di pascolo turnato e 50 di bosco, dove alleva all’aperto 150 bovini della razza Limousine e 50 maiali di cinta senese. “Siamo molto vicini al mare e gli animali riescono a stare al pascolo 365 giorni l’anno”, spiega Chellini. La cooperativa si prende cura della riproduzione degli animali con la fecondazione naturale e garantisce un ciclo di vita lungo. “Non macelliamo mai i vitelli, ma solo animali che hanno più di 24 mesi di vita. La nostra tendenza è allungare questo tempo e macellare animali più vecchi, anche perché pensiamo che il gusto della carne sia migliore”. Per il benessere degli animali, la cooperativa utilizza le risorse naturali dell’ambiente in cui vivono: “Attraverso il pascolamento libero e senza l’uso di prodotti chimici, né antibiotici, alleviamo bovini e maiali nel modo più vicino possibile alla loro natura”. Pur offrendo un prodotto di alta qualità, la cooperativa Monte di Capenardo ha scelto di mantenere dei prezzi accessibili, “a metà strada tra la boutique della carne e il sottocosto dei discount”. “Il pacco di carne bovina, certificata bio e consegnata a casa, costa 15 euro al chilogrammo -dice Chellini-. In macelleria i costi aumentano: siamo tra i 13 euro per un chilogrammo di ragù e i 38 al chilogrammo del filetto”. Macelli44 si definisce “la macelleria dei vegetariani”. “Da noi vengono molti clienti che hanno rinunciato alla carne -spiega Chellini-, ma che l’acquistano per i loro familiari, perché ci conoscono direttamente e sanno di trovare un prodotto sano, rispettoso dell’ambiente e del benessere animale”.

“Attraverso il pascolamento libero e senza l’uso di prodotti chimici, né antibiotici, alleviamo bovini e maiali nel modo più vicino possibile alla loro natura” – Stefano Chellini

Ma davvero “se domani diventassimo tutti vegetariani, sarebbe sufficiente? Questo passaggio epocale risolverebbe i problemi di cui stiamo parlando?”, chiede Raj Patel. La risposta sembra essere negativa. “Il mondo in cui viviamo richiede un ripensamento complessivo dei nostri stili di vita. Non possiamo limitarci a parlare di allevamento e agricoltura industriale senza riflettere sul controllo democratico della terra. Intendo: se tutta la terra è nelle mani di pochi -come succede negli Stati Uniti-, chi può decidere di cambiare il modo di coltivare o di allevare, o di produrre in modo più o meno sostenibile? Ecco perché non possiamo parlare di allevamento senza confrontarci anche con il modo in cui le persone stanno a contatto con la terra”. Ma con uno sguardo aperto all’ecologia mondiale, possiamo avere una prospettiva di speranza. Infatti, “osservando a livello planetario in che modo l’uomo e il resto delle forme di vita siano arrivati a interagire, possiamo provare a capire come muovere dei passi nella direzione di un futuro più sostenibile”.

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