Economia / Opinioni

Bilancio europeo, tra vantaggi e svantaggi per l’Italia

Debito pubblico, tassi d’interesse e tenuta dell’economia e dei conti del Paese. Ecco perché i piani per misurare l’opportunità dell’adesione italiana all’Unione europea e all’Eurozona non possono essere ridotti solo al saldo di bilancio. L’analisi di Alessandro Volpi

Ridurre la questione dell’appartenenza italiana all’Unione europea in termini di saldo di bilancio è davvero un grave errore. I benefici, o gli eventuali svantaggi, non si possono calcolare infatti sulla base della differenza tra quanto il nostro Paese versa e quanto riceve dal bilancio europeo. Come è ben noto, il bilancio europeo costituisce soltanto una minuscola parte delle più generali azioni legate all’appartenenza europea. Peraltro, anche da questo punto di vista, i numeri parlano chiaro. Il saldo passivo per l’Italia ha oscillato tra il miliardo di euro del 2006 e i circa quattro miliardi del 2010 per registrare una forbice in genere intorno ai 2 miliardi nel corso dell’ultimo quindicennio.

Dunque l’Italia versa poco più di quanto riceve e fornisce un contributo al bilancio dell’Unione che è inferiore a quello della Germania, impegnata a pagare il 19% del totale, della Francia che versa il 16,63% e persino del Regno Unito “pre Brexit”, che pur senza partecipare alla moneta comune, impegnava il 13,45% contro il 12,49% italiano del 2016. Ma, come accennato, il punto non è questo. I reali vantaggi dell’adesione all’Unione europea, e all’Eurozona, si misurano su altri piani, decisamente più rilevanti ai fini della tenuta della nostra economia e dei nostri conti pubblici. La copertura del debito pubblico italiano è sempre più affidata alle banche e, soprattutto, alla Banca d’Italia, attraverso il finanziamento garantitogli dalla Banca centrale europea; lo stock di debito nelle mani di Via Nazionale è passato infatti in pochissimo tempo da 250 a 360 miliardi di euro. In pratica, ormai, quasi per intero le nuove emissioni di titoli del debito italiano sono “finanziate” dall’istituto presieduto da Mario Draghi e ciò evita la lievitazione del costo degli interessi che peserebbero in maniera insopportabile sulla spesa pubblica italiana, di cui già ora costituiscono la terza voce. Secondo le stime dell’Ocse, nel 2016 e nel 2017, il beneficio prodotto dalle strategie monetarie di Mario Draghi è stato pari per l’Italia a circa due punti di Pil ed è risultato, quindi, assai superiore di quello goduto dalla Germania che si è fermato all’0,5%.

Senza l’ombrello europeo sarebbe praticamente impensabile collocare i 400-450 miliardi di euro di titoli di Stato italiani che devono trovare compratori ogni anno per garantire il normale funzionamento del Paese; in questo senso, l’appartenenza europea consente di pagare pensioni, di erogare prestazioni sociali e sanitarie senza dover aumentare ulteriormente il carico fiscale o procedere a nuovi, pesantissimi, tagli per coprire la vera e propria esplosione degli interessi imposta da un eventuale abbandono dell’Europa.
D’altra parte non sarebbe neppure pensabile che i 2.300 miliardi di euro di debito pubblico italiano finissero tutti nelle mani dei risparmiatori italiani, chiamati ad uno sforzo “patriottico” impossibile. Già ora l’Italia è un Paese in cui la percentuale di debito pubblico in possesso di “non residenti” è tra le più basse, risultando inferiore rispetto a quelle di Germania e di Francia, dove si attesta al di sopra del 60%, e a quella della Spagna, realtà in cui oscilla tra il 40 e il 50%; procedere oltre significherebbe riportare in vita disastrose velleità autarchiche del tutto inconciliabili con il livello di reddito nazionale.

Ma i benefici “europei” non riguardano solo il debito pubblico; sarebbe assai complesso infatti per le imprese e le banche italiane trovare compratori a tassi di interesse sostenibili, se fossero costrette, dalla “rottura” con l’Europa, a emettere sul mercato obbligazioni, necessarie per il finanziamento delle loro attività denominandole magari in vecchie lire. In estrema sintesi, le conseguenze indotte dal mancato versamento della quota italiana, a fronte di un simbolico risparmio di 2-3 miliardi di euro -cancellato peraltro da un “semplice” incremento dello spread di meno di un punto che costerebbe circa 3 miliardi annui-, provocherebbero un vero e proprio blocco delle attività pubbliche e private del nostro Paese. Occorre aggiungere che l’“Europa matrigna”, in questi anni, ha concesso ai governi italiani la costante possibilità di derogare alle condizioni imposte dai Trattati; il caso più eclatante è costituito dalla mancata applicazione delle clausole “obbligate” di aumento dell’Iva che sono state regolarmente scongiurate per effetto delle flessibilità concessa dall’Europa per cui i 10-11 miliardi di euro da reperire nelle manovre finanziarie per la violazione delle regole sono stati di fatto “condonati” in virtù di un accordo tra Stati. Non facciamoci del male da soli.

* Università di Pisa

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