Finanza / Attualità

Banche: la crisi del credito apre il mercato ai fondi d’investimento

Nuovi soggetti “leggeri”, che hanno pochi dipendenti e sfruttano piattaforme digitali, rilevano licenze per operare in Italia. Il caso della ex Banca Popolare Lecchese, acquistata da un colosso del private equity americano, OakTree

Tratto da Altreconomia 193 — Maggio 2017
Un monitor della New York Stock Exchange (NYSE) mostra la quotazione del titolo “Oaktree Capital Group LLC”. Attraverso una controllata lussemburghese il fondo americano ha preso nel luglio del 2016 il controllo della ex Banca Popolare Lecchese - Michael Nagle/Bloomberg via Getty Images
Un monitor della New York Stock Exchange (NYSE) mostra la quotazione del titolo “Oaktree Capital Group LLC”. Attraverso una controllata lussemburghese il fondo americano ha preso nel luglio del 2016 il controllo della ex Banca Popolare Lecchese - Michael Nagle/Bloomberg via Getty Images

La crisi del sistema bancario italiano è come un iceberg. In questi anni ne è emersa la punta: la crescita delle sofferenze nette (97,9 miliardi di euro a gennaio 2017 secondo Banca d’Italia), 12mila dipendenti in meno nel triennio 2012-2015, la chiusura di 1.700 sportelli, il crac -talvolta evitato dall’intervento pubblico- di colossi del credito come MPS o di importanti realtà creditizie del territorio (da Banca Etruria a Popolare di Vicenza). A partire dagli anni della crisi economica esplosa nel 2008, la “solidità del sistema” si è diradata.
Al di sotto della punta visibile, però, c’è un corpo ancora oscuro. Seguirne i contorni permette di inquadrare come stia cambiando il “sistema”. Protagoniste non sono più solamente le banche dichiarate fallite o quelle salvate dallo sforzo pubblico. Al centro, invece, ci sono banche trasformate. Stessa licenza bancaria per operare sul mercato, ma nome, natura e proprietari diversi. In particolare fondi esteri di private equity che puntano a margini immediati: operano nei singoli Paesi con strutture leggere, dai costi abbattuti grazie alla gestione effettuata con piattaforme informatiche, e lanciano offerte commerciali “aggressive” a tassi redditizi. La testa e il controllo dell’istituto, però, sono altrove, anche in Paesi a fiscalità agevolata. Per il vocabolario finanziario sono le “challenger bank”. “Sfidanti” che giocano in rete. Il campo più vicino all’Unione europea è il Regno Unito, dove quattro sigle hanno fatto parlare di sé: Atom, la prima banca solo digitale che cura tutti i contatti attraverso una app, Monzo, Tandem e Starling, che compete con gli istituti tradizionali assicurando trasferimenti di denaro istantanei.

“Il mercato italiano era interessante per più ragioni, su tutte le difficoltà delle grandi banche. Loro avevano in mente di comprare una licenza” (Pietro D’Anzi, ad Banca Progetto)

L’Italia non è il Regno Unito, motivo per cui siamo ancora alle prime prove. L’Associazione  bancaria italiana (Abi) non ha mai condotto “un’analisi complessiva sul fenomeno”. Che però merita attenzione. Tra i primi casi c’è quello della trasformazione di una piccola banca nata nella provincia di Lecco, in Lombardia. Si tratta della (ex) “Popolare Lecchese”, fondata nel febbraio del 1997 da una cordata di imprenditori per sostenere il tessuto dell’economia locale.
La biografia dell’istituto è un capitolo già visto nel romanzo bancario italiano: nata come “società cooperativa per azioni”, nel 2008 si trasforma in Spa; nel giugno dello stesso anno entra a far parte del gruppo Banca Etruria, che sta ad Arezzo e opera in Centro Italia. Questo decide di rilevarne oltre il 50% delle quote, aprendo altre quattro succursali. Nel piano industriale stilato dalla banca toscana in collaborazione con la società di consulenza Bain&Company, quel progetto di sviluppo prende il nome di “Nuovo Modello Distributivo”. Nel dicembre di quell’anno, però, Banca d’Italia accende un faro sul consiglio di amministrazione della “Lecchese” e ne sanziona le oggettive “carenze nell’istruttoria, erogazione, gestione e controllo del credito”. Le pene sono minime: 9mila euro a testa.
Nel biennio 2014-2015, i conti di Banca Etruria saltano, portando l’istituto alla “procedura di risoluzione” che il Governo Renzi avvia per decreto nel novembre 2015 (e che ha riguardato anche CariChieti, CariFerrara e Banca Marche).

L’istituto lecchese è malmesso. “Dai 160mila euro di utili del 2009 -ricostruisce Davide Riccardi, sindacalista della Fisac-CGIL che si è studiato i bilanci del gruppo-, la banca è sprofondata a una perdita di 12,2 milioni di euro nel 2014”. Non va meglio alle sofferenze (i crediti inesigibili), “che tra il 2009 e il 2015 quintuplicano, dal 3,05% al 14,2%” di quelli erogati o al patrimonio, che tra 2014 e 2015 ha visto erodere 50 milioni di euro su 130. La banca è in crisi.
Il 7 agosto 2015, però, succede qualcosa. Una società domiciliata in Lussemburgo, si chiama “BPL Holdco Sàrl”, invia una lettera a Banca d’Italia: chiede il via libera all’acquisizione della partecipazione di controllo di Banca Popolare Lecchese. La “BPL” è l’ultimo anello di una catena di scatole societarie che operano dalle Cayman al Gran Ducato per conto di un fondo statunitense chiamato “OakTree”. Questo, quotato a New York, gestisce “asset” per 100 miliardi di dollari ed è regolato dalla giurisdizione dello Stato a fiscalità agevolata del Delaware. Quattro mesi dopo la richiesta della lussemburghese, l’istituto guidato da Ignazio Visco concede l’autorizzazione. Banca Etruria, trasformata dopo il crac nella “Nuova Banca Etruria”, può cedere alla leggera “BPL” il 54,212% del capitale della piccola banca locale. A passar di mano, però, non sono soltanto le azioni. Quel che conta è la licenza ad operare sul mercato. Nel giro di pochi mesi, il veicolo di OakTree scala il capitale offrendo ai soci 0,33 euro per ogni azione ordinaria (che avevano pagato 5 euro, in passato) e raggiunge il 91,14% del capitale nel luglio dell’anno scorso.
A quel punto, la “challenger bank” può fiorire, inserendosi in un mercato dove soggetti della sua natura sono pochissimi: una è Banca Farmafactoring, controllata dalla lussemburghese “BFF Luxembourg Sàrl” e a sua volta diretta da “Centerbridge Partners Europe LP”.

“Banca Popolare Lecchese” nel dicembre 2016 diventa “Banca Progetto”. Cambia sede: da Lecco a Milano. Le cinque le filiali vengono chiuse e i dipendenti licenziati

“Banca Popolare Lecchese” cambia nome: nel dicembre 2016 diventa “Banca Progetto”. Cambia sede: da Lecco a Milano. Le cinque filiali vengono chiuse e i dipendenti accompagnati alla porta. La licenza, però, è la stessa anche se il “modello di business”, come racconta ad Ae l’amministratore delegato della banca, Pietro D’Anzi, ha cambiato pelle: “Guardiamo al factoring (il recupero dei crediti, ndr) per le imprese dove il debitore sia la pubblica amministrazione e ai finanziamenti per le piccole e medie realtà imprenditoriali”. “Banca Progetto” è entrata nel mercato con il suo primo prodotto, “Conto Progetto”. L’offerta è quella di un deposito online, senza imposta di bollo e un tasso di interessi “lancio” del 2,5%, che poi si è assestato all’1,6%. Tra fine 2016 e inizio 2017, la “nuova” banca ha investito in marketing. “E la risposta è stata molto positiva -racconta D’Anzi, che in passato è stato in Barclays e nella Banca del Mezzogiorno-, abbiamo superato i 200 milioni di depositi e raggiunto 7mila clienti”.
La struttura di “Banca Progetto” è leggera: “Al momento siamo una ventina, distribuiti sulle due sedi di Milano e Roma”, continua l’ad. Perché un fondo americano acquista una piccola banca di provincia? “OakTree, per sua natura, cerca di opportunità di investimento -spiega D’Anzi-. Nel suo dna c’è la vocazione a cercare opportunità e farle crescere attraverso il business. Il mercato italiano era interessante per una serie di ragioni competitive, su tutte le difficoltà delle grandi banche italiane. Forte dell’esperienza inglese delle ‘banche sfidanti’, agili e concorrenziali, il fondo ha cercato le opportunità più stimolanti e ha individuato quella di Popolare Lecchese. Una banca sostanzialmente piccola. Di fatto loro avevano in mente di comprare una licenza”.

OakTree scala il capitale di Banca Popolare Lecchese offrendo ai soci 0,33 euro per ogni azione ordinaria (che avevano pagato 5 euro, in passato) e raggiunge il 91,14%

E qui sta il cuore. Le norme per l’acquisizione del controllo di una banca sono dettate da un regolamento comunitario del 2014 (il 468) che ha istituito il “quadro di cooperazione” tra la Banca centrale europea e le autorità nazionali competenti. La parola finale spetta alla BCE ma è l’autorità nazionale che deve condurre l’istruttoria dopo aver ricevuto l’istanza, che nel caso della “Lecchese” è stata presentata dalla “BPL Holdco” il 7 agosto 2015, in piena crisi del sistema del credito. Tra le “condizioni” che il Testo unico bancario prevede debbano essere valutate da Banca d’Italia prima dell’ok definitivo rientra giustamente anche la “solidità finanziaria del potenziale acquirente”. Chi fa attività creditizia è bene che sia strutturato e non improvvisato. Peccato però che la società lussemburghese, sede in Bouelevard Royal, al momento del via libera contasse su un capitale sociale di soli 12.500 euro. Qual è allora il criterio per valutare la solidità? Via Nazionale -che non ha mai redatto un elenco pubblico degli istituti di credito dove il principale azionista sia un fondo di private equity- ha preferito non rispondere alle nostre richieste di chiarimento sul punto, rimandando alla BCE. Ma anche da Francoforte non è arrivata nessuna risposta.

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