Economia / Opinioni

Banche e Fondazioni: tra distribuzione dei dividendi e “pedagogia” della Bce

Il Consiglio di vigilanza della Banca centrale europea ha deciso di prolungare fino a settembre 2021 la “calda raccomandazione” rivolta agli istituti di credito di non distribuire dividendi e di non procedere al riacquisto di proprie azioni. È il segnale di una duplice preoccupazione. L’analisi di Alessandro Volpi

© Eduardo Soares - Unsplash

Christine Lagarde pare intenzionata ad assumere un profilo da “pedagogista”. La decisione presa dal Consiglio di vigilanza della Banca centrale europea (Bce) di prolungare fino a settembre del 2021 la “calda raccomandazione” rivolta alle banche di non distribuire dividendi e di non procedere al riacquisto di proprie azioni rappresenta il segnale chiaro di una duplice preoccupazione. 

Da un lato pesa l’incertezza sulle reali condizioni dei bilanci di molti istituti di credito, che potrebbero conoscere nei prossimi mesi un forte incremento dei loro crediti deteriorati. La crisi pandemica morde in maniera aggressiva ed è facile immaginare che una parte considerevole del sistema produttivo di molti Paesi europei non sarà in grado di assolvere i propri impegni bancari, facendo lievitare le insolvenze e dunque trasferendo alle banche creditrici criticità molto rilevanti. Non distribuire dividendi serve, in tale ottica, a obbligare le banche stesse a conservare risorse che potranno rivelarsi necessarie ben oltre gli accantonamenti già operati per rischi di nuove sofferenze. 

Dall’altro lato, però, in maniera quasi paradossale, l’esortazione proveniente dalla Bce risponde anche all’esigenza di evitare l’eccessiva finanziarizzazione del sistema bancario che ha caratterizzato gli anni passati, dominati da dividendi, da corse rialziste con cui finanziare operazioni di aggregazione o di acquisizione. In altre parole, congelare i dividendi in pancia alle banche assolve alla duplice funzione di alimentare una “sana” prudenza e, al contempo, di scoraggiare una spesso non nascosta tendenza di alcuni istituti al trading finanziario, capace peraltro, vista la preponderanza dei titoli bancari nei listini, di determinare i corsi dominanti dei mercati, secondo un processo destinato a sottrarre, non di rado, risorse agli investimenti produttivi. 

C’è poi un ulteriore elemento che caratterizza la scelta del Consiglio di vigilanza di prorogare la “moratoria” dei dividendi e si lega alla certezza che nel corso del 2021 l’azione della Bce di creazione di cartamoneta attraverso l’acquisto di titoli dei vari debiti pubblici nazionali e degli stessi strumenti europei sarà assai massiccia e che tali acquisti passeranno in buona misura dalle banche, sempre più imbottite di debiti sovrani. Mantenere “cartucce” a disposizione per fronteggiare sofferenze creditizie, per evitare ricapitalizzazioni o altre misure di rafforzamento risulta quindi ancora più obbligato se si prevede che le stesse banche saranno ancora più appesantite da titoli pubblici magari di Paesi con rating non solidissimo. In estrema sintesi, la Bce di Christine Lagarde sembra fare un’opera “pedagogica” nei confronti elle banche europee, dimostrando di non fidarsi troppo della loro gestione e della loro capacità di non cedere alle lusinghe delle rapide scorciatoie finanziarie, scoraggiate da una evidente riduzione della remuneratività delle scommesse bancarie, a cui sono stati congelati i dividendi. 

Certo questa scelta, assai condivisibile può avere effetti collaterali non banali a partire dalla tenuta delle banche stesse, la cui diminuita capacità attrattiva potrebbe determinare una sfiducia diffusa nei loro confronti e quindi innescare un circuito vizioso. Tuttavia questo rischio non pare attuale nell’immediato data la difficoltà da parte dei mercati di trovare alternative serie in uno scenario dove sembrano vincere solo le big tech e le big pharma e dove, come accennato, il dominio delle banche stesse è molto solido.
Il vero problema, come ha notato Francesco Profumo, presidente di Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio), potrebbe provenire dall’ulteriore prosciugamento delle risorse disponibili per le fondazioni bancarie che, private dei dividendi delle loro partecipazioni, smetterebbero di erogare finanziamenti ad una vasta serie di attività sociali, culturali ed economiche assai utili per affrontare la quotidianità della pandemia. Certo, sarebbe stata auspicabile una norma generale, adottata dalla stessa Bce, che consentisse di fare salva almeno questa distinzione, ma, è evidente, che le preoccupazioni a cui si è fatto riferimento hanno prevalso e del resto, purtroppo, la gestione dei patrimoni delle fondazioni bancarie non ha dato, in molti casi, gran prova di sé. L’impressione è che la Bce stia modificando la propria natura, avendo ormai di fatto accettato di monetizzare il debito, e per continuare a farlo, non può sopportare l’esplosione di una crisi delle sofferenze bancarie. In nome di ciò, l’istituto di Francoforte ha scelto la strada della pedagogia, con tutti i limiti connessi. 

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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