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AUTORITARISMO DA STADIO…

AUTORITARISMO DA STADIO La tragedia di Catania, com’era inevitabile, sta scatenando tutti i luoghi comuni sulla violenza sociale e le aspirazioni (sempre meno) segrete a più controlli, più pugno duro, più autoritarismo. La questione della violenza negli stadi si trascina…

AUTORITARISMO DA STADIO

La tragedia di Catania, com’era inevitabile, sta scatenando tutti i luoghi comuni sulla violenza sociale e le aspirazioni (sempre meno) segrete a più controlli, più pugno duro, più autoritarismo. La questione della violenza negli stadi si trascina da almeno vent’anni e ci sono alcune consapevolezze che sono date per acquisite da tempo, e cioè  che negli stadi oggi si condensano gli impulsi di ribellione che in altri tempi si indirizzavano altrove (nella politica, ad esempio); che la crescente violenza attorno agli stadi è stata ‘gestita’ con un misto di tolleranza,  in modo da consentire lo ‘sfogo’ del ribellismo, e di violenza di stato, tramite corpi di polizia assai più orientati alla repressione che alla prevenzione. Sono affermazioni quasi banali, ma si finge d’ignorarle, o si pretende di negarle.

Dopo l’uccisione dello sfortunato agente catanese e la traumatica sospensione del campionato, alzano prepotentemente la voce tutti i teorici più o meno estemporanei del pugno duro, insomma dell’autoritarismo, e a questa canea si uniscono colpevolmente i sindacalisti di polizia. Più che a un dibattito, si assiste a una rabbiosa e impotente esibizione muscolare, con oratori e commentatori tutti protesi a chiedere più rigore e più manganelli: l’espressione tollerenza zero è tornata in auge. Di fronte a questo coro, è oggi impossibile ricordare le due-tre cose appena dette su ribellismo, tolleranza e repressione: si passa per amici degli ultrà, complici dei violenti, anime belle e pericolose della sinistra.

Eppure non ci sono scorciatoie. La violenza negli stadi non proviene da Marte ma cresce in seno alle nostre società, ed è stata affrontata negli ultimi vent’anni senza perseguire l’obiettivo davvero importante, cioè ridurre il tasso di violenza fisica, evitando di trasformare gli stadi in arene in cui sfogare i peggiori istitnti sociali e le più oscure pulsioni violente dei corpi dello stato.

La cultura autoritaria sta purtroppo trionfando e affermazioni ragionevoli, come quelli di alcuni capi ultrà che chiedono di partecipare ai tavoli in cui si discutono i provvedimenti da prendere, sono accolte come provocazioni. Gli ultrà in questione, naturalmente, non nasconderebbero che la stessa polizia, per i comportamenti che ha tenuto negli ultimi vent’anni,  è essa stessa parte del problema e non della soluzione. Perciò non vengono invitati e anzi li si addita anzi come pericolosi eversori, in un misto di ipocrisia, perbenismo e prepotenza. I sindacalisti di polizia, e i capi della polizia, stanno rendendo un pessimo servizio agli agenti, che continueranno a combattere in prima linea una battaglia che non è la loro. Gli agenti avrebbero tutto l’interesse, per la loro stessa incolumità, a gestire la questione stadi con strumenti nuovi, attraverso il dialogo coi tifosi, la responsabilizzazione della società, nell’ottica di una riduzione generalizzata della violenza. Invece sindacalisti e capi invocano "più possibilità di difendersi". Si preparano altri scontri, altre violenze, altre tragedie: e c’è chi se ne gioverà.

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