Diritti / Opinioni

AstraZeneca, la perfetta “globalità” di una vicenda vaccinale

Gli aspetti medico-sanitari della pandemia sono stati accantonati. Restano i bollettini dei morti e delle emergenze. Lo scenario Covid-19 conferma, al peggio, le previsioni di un “dopo” senza volontà od orizzonti “migliori”. Il commento di Gianni Tognoni

© Mat Napo - Unsplash

Nella normalità di tutti gli interventi farmacologici si riconosce come accettabile che un evento negativo, o effetto collaterale anche grave, può essere accettabile se capita i volta ogni 10.000 persone (in caso di trattamenti più a rischio, come quelli per tumore, effetti collaterali seri sono accettabili anche quando la loro frequenza è di 100 o più volte inferiore). Per quanto oggi si sa, il rischio stimato-temuto per AstraZeneca (come per gli altri vaccini) è di meno di uno su un milione.

Così, nel caso di AstraZeneca, un problema medico molto limitato in termini numerici, e di gravità assolutamente incomparabile con la ripetitività-assuefazione ai morti giornalieri di cui non si sa né si chiede nulla, si è trasformato in un giallo che sembra coinvolgere il destino della pandemia. L’unico dato che si può considerare acquisito è l’impatto emotivo e di immaginario, non misurabile, ma certo culturale e sociale, della gestione politica, mediatica, istituzionale della sospetta tossicità del vaccino. 

Tecnicamente il problema ha avuto una sua risposta formale perfettamente attesa dal livello europeo responsabile, l’Ema, l’Agenzia europea del farmaco, che così possiamo riassumere: i nuovi dati e le informazioni (valutati nei giorni confusi nei quali i governi europei davano prova del loro perfetto non- coordinamento, sia nel fare riferimento alle loro commissioni scientifiche sia nel prendere decisioni diversamente sospensive della somministrazione) non modificano il giudizio favorevole sul profilo di beneficio/rischio del vaccino. Le popolazioni a potenziale condizione di rischio devono essere opportunamente informate. L’attenzione al problema rimane alta, per allertare tempestivamente su nuovi dati. Non ci sono motivi per modificare le strategie vaccinali, che rimangono la responsabilità dei singoli Paesi.

La dissociazione tra le due “oggettività” degli scenari appena descritti non ha bisogno di essere sottolineata: da una parte una necessaria, neutrale, affermativa “evidenza” scientifica, che fa riferimento a numeri e percentuali perfettamente e razionalmente rassicuranti; dall’altra, la realtà di una società che lungo un tempo che è ormai non più solo cronologico, ma di percezione di vita e di futuro, non è neppure da lontano considerata una “parte in causa”, un soggetto che ha bisogno, ogni tanto almeno, di una diversità reale di attenzione e di richieste di fiducia che non siano accompagnare/mescolate con silenzi, contraddizioni, promesse non mantenute e non credibili (“Vaccino italiano dietro l’angolo”, “Riconversione industriale per non dipendere da fonti esterne”, etc), piccoli o grandi nuovi scandali o conflitti di interessi (vedi il misto di incredibile e ridicolo del caso Gerli-CTS). Si potrebbe continuare.

Che cosa c’è di fatto dietro un problema che dovrebbe essere “squisitamente” medico: generatore di un minimo di ansietà, ma pulito, lineare, riconducibile al quotidiano di tutti gli scenari “sanitari”, che dovrebbero coincidere, per definizione, con la ricerca condivisa, personale anzitutto, e collettiva, di un problema che tocca un diritto primario, cioè universale, di vita? Ancora una volta la realtà è il test più sicuro dei tanti discorsi: e lo scenario Covid-19 conferma, al peggio, le previsioni di un “dopo” senza volontà od orizzonti “migliori” (per mimare una aggettivazione divenuta di moda per qualificare soluzioni politico-istituzionali non facilmente giustificabili).

Gli aspetti medico-sanitari della pandemia sono stati decisamente accantonati: ne rimangono presenti solo i bollettini dei morti e delle emergenze. Come sempre, e contro ogni ragionevolezza e richiesta, presentate come eventi-trend inevitabili, per cui l’unica risposta innovativa, rispetto a un anno fa, è l’uso automatico dei colori. Che è anche l’unica misura e l’unico intervento centralizzato. Per il resto l’autonomia delle Regioni è la regola: con le Regioni-modello per il loro potere economico e l’eccellenza sanitaria (vedi Lombardia) a capeggiare la lista dei “migliori” nel non mettere nemmeno a punto un piano vaccinale efficiente. Delle proposte di riforma sanitaria non c’è traccia in nessun discorso politico: solo incentivi ai medici e ai farmacisti per partecipare alle vaccinazioni. Infermieri? Territori? Una epidemiologia capace di rendere partecipi le persone? L’agenda delle cose che non vanno è piena e le cose da toccare per “riformare” la sanità coincidono troppo con quelle (vedi fiscalità) che mettono in crisi perfino la prima conferenza stampa del capo di governo (il “migliore” nel non condividere problemi, e proporre soluzioni).

La situazione globale, sia per i vaccini sia per le prospettive di fare della pandemia il laboratorio di un futuro di solidarietà e diritti a proporzione dei bisogni (siamo al primo anniversario, giorno più giorno meno, dell’icona del silenzio-cammino-appello di Francesco nel buio piovoso di piazza San Pietro) non è diversa. 

AstraZeneca è un episodio di un capitolo, in fondo minore in quanto europeo, degli scenari ormai maturi che riguardano uno scenario tra i più classici: c’è un bene prezioso e sempre più promettente, per la sua durata ed il suo valore economico e politico, a livello del mercato globale. La soluzione di “immaginarlo” come bene comune è ufficialmente ancora nelle agende di trattative internazionali: almeno dalla parte di chi propone (l’Italia di Draghi si fa presente con telefonate di garbata protesta, solo per ricordare che almeno i i contratti già pagati di consegna si potrebbero rispettare) la sospensione temporanea, già tecnicamente e normativamente prevista e possibile, dei diritti “privati”. Di fatto il blocco dei Paesi ricchi, che controllano le maggioranze, e soprattutto il potere di ricatto nella Wto non sembra sognarsi di fare eccezioni, che potrebbero divenire contagiose più dei virus. I produttori discutono già, formalmente, di come aumentare i prezzi. E, con una visibilità che non ha neppure bisogno di essere esplicitata, la circolazione, disponibilità, vendita ai prezzi più diversi dei vaccini, dal russo ai cinesi, in attesa di J&J, coincide con trattative ed equilibri geopolitici globali: il caso Sputnik è parte ormai delle polarizzazioni tra Stati Uniti e Russia, e della volontà o meno di autonomia dell’Unione europea (o dell’’Italia, visto che a livello di governo è “scappata” la battuta che potremmo decidere per nostro conto: senza neppure passare per Ema?) nel decidere se e quando adottare il vaccino russo contro la pressione Usa al contrario. 

AstraZeneca ci ricorda che il capitolo vaccini non è più un problema sanitario. La informazione sulla comparabilità/equivalenza di questo vaccino con gli altri, presenti e in arrivo, sia per la efficacia sia per la sicurezza, è stata e continua ad essere lo specchio della assenza di una politica di condivisione che possa arrivare di fatto a chi più ne ha diritto e bisogno. La non trasparenza su contratti, motivi di divergenza tra Paesi ed agenzie, è perfettamente simile a quella che caratterizza i “segreti industriali”. Ricordando però che a tutt’oggi i dati epidemiologici necessari per rendere comprensibili ed evitabili i morti sempre in “eccesso variabile” sono rigorosamente secretati, a livello nazionale e centrale. Tutta la salute pubblica di un Paese (senza parlare della economia) è affidata ad una (difficile) fiducia, che copre evidenti interessi di partiti, perfino nelle commissioni “garanti” a livello centrale: si può pretendere, da cittadini più o meno vaccinati, con non si sa quale scadenza, qualcosa di più simile ad una informazione comprensibile e dovuta? 

La saga dei piani vaccinali di cui AstraZeneca è una puntata sta avendo un ruolo anche nel rendere meno visibile la sostanziale scomparsa della “nuova sanità” da qualsiasi discorso (per non parlare di pianificazione) che riguardi un futuro che da un anno è dichiarato l’urgenza delle urgenze. Per fare un esempio: per la popolazione degli anziani è stata creata una commissione importante ed ai suoi “caduti” è stato dedicato un giardino alla memoria. Ma c’è qualcuno che sa qualcosa, per il presente-futuro, delle Rsa e degli anziani soli? Si è in attesa perfino dell’abc di una epidemiologia, che non conti solo i morti ma che pianifichi e accompagni una vita possibile-diversa. È facile da fare ed è il passo necessario per metter mano ad un cambio di sistema che tocca snodi critici ma imprescindibili (ad esempio il rapporto tra pubblico e privato). E il mitico “territorio”? O si dovrà constatare che i fondi “rimasti” saranno appena sufficienti per la “grande opera” di altre strutture? O per la digitalizzazione dei dati da non usare per la salute pubblica ma da riservare per algoritmi gestionali e da secretare meglio? O per lo sviluppo di robotica mirata a promettere controlli sofisticati di anziani non autonomi, meglio isolabili con meno rischi di cadute?

Un’ultima nota che può sembrare ancor più lontana dalla saga AstraZeneca e dalle implicazioni sopra ricordate per diritti e salute pubblica. L’Italia e l’Europa si possono permettere di fare balletti politico commerciali che durano giorni o settimane: quanto pesano i ritardi di piani vaccinali, di mancanza di coordinamento operativo, di informazioni epidemiologiche adeguate sulla “mortalità” e/o sulla terapia intensiva? Non si saprà mai. E nessuno potrà misurare-evitare l’impatto di questa trasformazione della pandemia in un capitolo del mercato più classico e aggressivo. La nota-domanda di chiusura è molto semplice ed obbligatoria: quale sarà -e certo nessuno potrà o vorrà valutarlo, ed in ogni modo sarà troppo tardi- l’impatto della stessa trasformazione da salute a mercato a livello globale, che è l’unico appropriato per almeno “interessarsi responsabilmente” (pur da una posizione di impotenza) di una pandemia che interessa un universo fatto di umani, e per il quale i tempi di attesa dei vaccini (non importa quali) non possono essere separati da quelli per gli altri beni comuni?

Gianni Tognoni, ricercatore in alcuni dei settori più critici della sanità, con una progressiva concentrazione sugli aspetti di salute pubblica e di epidemiologia della cittadinanza. È Segretario generale del Tribunale permanente dei popoli

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