Economia / Approfondimento

Alibaba, i piedi fragili del colosso dell’e-commerce

La piattaforma commerciale cinese fondata da Jack Ma opera in Italia con una Srl che si occupa di promozione del marchio, spostando all’estero i ricavi. Eppure il Governo Renzi ha stipulato più accordi per “tutelare” le imprese italiane. Mentre i termini di utilizzo per privacy e cookies sono ancora “da completare”

Hangzhou, 4 settembre 2016 - Il presidente del Consiglio Matteo Renzi visita il Campus Alibaba con il presidente Jack Ma - © Palazzo Chigi Flickr
Hangzhou, 4 settembre 2016 - Il presidente del Consiglio Matteo Renzi visita il Campus Alibaba con il presidente Jack Ma - © Palazzo Chigi Flickr

Jack Ma è il fondatore di Alibaba, colosso cinese del commercio elettronico che nel secondo trimestre di quest’anno ha registrato ricavi per 4,8 miliardi di dollari, in crescita del 59% rispetto allo scorso anno. Nella primavera 2016, durante la 50esima edizione del Vinitaly, il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina l’ha “preso sul serio” quando si propose al presidente del Consiglio Matteo Renzi come “il nostro primo ambasciatore in Cina”. I buoni rapporti hanno preso la forma di accordi strategici tra ministeri e multinazionale. Uno di questi è stato recentemente stipulato all’inizio di settembre “per promuovere le eccellenze agroalimentari del nostro Paese e combattere i falsi, dal parmesan al prosecco contraffatto”, come riporta il sito del ministero guidato da Martina. “Non solo protezione, ma anche promozione. L’Italia investe per valorizzare le proprie eccellenze enogastronomiche sul sito cinese”. Primo mattone dell’alleanza è stato il “9/9”, il giorno del vino italiano organizzato sulla piattaforma e-commerce.

Sul canale YouTube ufficiale di Palazzo Chigi c’è anche un video (“Renzi in Cina – Visita al Campus Alibaba”) che ricostruisce la tappa ad Hangzhou del presidente del Consiglio durante il G20, nel settembre 2016. Renzi e Ma, paragonato al nuovo Marco Polo (“Ha capito di poter fare in otto secondi quel che l’esploratore fece in otto anni”, ha dichiarato il presidente del Consiglio) hanno brindato all’intesa con un calice di rosso.

Il Governo italiano ha presentato a inizio novembre il “Piano straordinario per il Made in Italy”. Uno dei punti centrali è il “Progetto e-commerce”, che si propone di supportare le piccole e medie imprese nell’esportazione all’estero

Il nostro “ambasciatore” in Cina, però, ha un piede anche nel nostro Paese, a Milano. Il 3 dicembre prossimo, l’Unicredit Pavilion dovrebbe non a caso ospitare una proiezione celebrativa della biografia del fondatore, traduttore folgorato dalla Rete a metà degli anni 90. Ma come ogni multinazionale dell’e-commerce o dei servizi digitali, anche Alibaba -partner del Governo nel tutelare le imprese nazionali- opera dal luglio 2015 con una piccola società a responsabilità limitata da 10mila euro di capitale. Al 30 giugno di quest’anno contava cinque dipendenti, un amministratore unico -lo statunitense Alexander Steinert- e un socio proprietario del 100% delle quote: la Alibaba.com (Europe) Limited con sede a Londra, in Gran Bretagna.

L’italiana Alibaba Italy Srl si occupa di “marketing e attività promozionali per lo sviluppo del marchio e per incrementare la comunità di utenti della piattaforma di e-commerce”. Lo scorso anno ha versato imposte per soli 14mila euro, grazie al noto meccanismo delle “commissioni” riconosciute da consociate estere. “L’attività della società -si legge nel bilancio 2015 della Srl milanese- è regolata in base ai contratti di ‘service agreement’ tra la società e le imprese collegate Taobao China Holding Limited e Alibaba.com Singapore E-Commerce Private Limited”. I ricavi, 616mila euro, arrivano interamente da Paesi “extra-Ue”. L’Italia, per Alibaba, è un appoggio per promuovere se stessa, spostando altrove i ricavi e le transazioni. Un meccanismo che di innovativo ha ben poco.

E se davvero “il futuro di Alibaba e dell’Italia sono intimamente connessi”, come ha sostenuto Matteo Renzi, lo sono meno i diritti degli utenti che già oggi utilizzano quella piattaforma. Lo dimostrano alcune simboliche lacune che compaiono nelle condizioni di “Privacy e Cookie Policy” del portale cinese tradotte in lingua italiana e aggiornate al 23 settembre 2016. Un esempio: “Tramite l’accettazione della presente Privacy e Cookie Policy, l’utente autorizza espressamente Alibaba a: (i) trasferire le Informazioni dell’Account a Alipay Singapore E-Commerce Private Limited, avente sede legale a [DA COMPLETARE]”. “Da completare” torna anche in materia di cookies. “I cookies di terze parti non sono installati da Alibaba, ma dai partner pre-selezionati con i quali Alibaba si trova a collaborare. Alcuni di questi cookies di terze parti consentono [DA COMPLETARE]”.

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