Economia / Intervista

Città merce e spazi urbani per pochi: così Airbnb ha trasformato l’abitare

Lisbona, San Francisco, New York, Toronto, le città d’arte italiane: un filo rosso unisce questi luoghi e intreccia il fenomeno della turistificazione alla questione abitativa. “Questi aspetti non vanno letti separatamente”, spiega Sarah Gainsforth, giornalista e autrice del libro “Airbnb città merce”. Il racconto del “modello” smart della piattaforma digitale e gli effetti del capitalismo immobiliare

Un filo rosso unisce Lisbona, San Francisco, New York, Toronto e le città d’arte italiane, ed è quello “che intreccia il fenomeno della turistificazione alla questione abitativa, che siamo abituati a leggere come due aspetti diversi e separati” spiega Sarah Gainsforth, giornalista freelance che collabora con il manifesto, l’Espresso e Dinamo Press, in libreria per DeriveApprodi con “Airbnb città merce”. A incidere sulle dinamiche è il fenomeno degli affitti brevi, o di una gentrificazione digitale (dal sottotitolo del libro) che ha come epicentro Airbnb, società che nel secondo semestre del 2019 ha ricavato un miliardo di dollari, e che si appresterebbe alla quotazione in Borsa, nel 2020.

“Ho scelto di raccontare città in cui il proliferare degli affitti brevi ha avuto impatti più evidenti. San Francisco non è solo la città dov’è nata Airbnb, ma sta vivendo una crisi abitativa di proporzioni significative. Quindi New York perché, come San Francisco, rappresenta un mercato immobiliare competitivo, con prezzi di immobili ed affitti alle stelle, ed è quella in cui i fondatori di Airbnb, appena inaugurata la piattaforma, sono andati attivamente a reclutare i primi host. Studiando l’Europa, inizialmente pensavo di scrivere di Barcellona, ma parlando con alcuni ricercatori ho avuto l’impressione che a Lisbona la crescita fosse più rapida, in termini di intensità della trasformazione, una situazione confermata anche dal rapporto di Leilani Farha, Relatrice speciale delle Nazioni Unite per il diritto a standard abitativi adeguati. In Portogallo si ritrova un fenomeno, legato all’uso delle politiche fiscali per favorire l’accumulazione immobiliare, che Samuel Stein descrive per il mercato immobiliare americano nel suo libro ‘Capital City’: siamo di fronte alla creazione di uno spazio urbano riservato a utenti ricchi. Il caso Toronto è significativo sia per l’impatto di Airbnb sul mercato immobiliare sia perché la città presenta una porzione di spazio urbano centrale da rigenerare che è la più grande in termini di estensione in tutto il Nord America, su cui Google, con la sua compagnia Sidewalk Labs, vorrebbe mettere le mani per realizzare un progetto molto fumoso di quartiere smart. Infine, racconto Roma, perché è la città in cui vivo. Airbnb non è l’unico soggetto responsabile di ciò che accade, ma parte di questo scenario complesso sul quale influiscono tanti fattori: nel libro provo, per ogni città, a contestualizzare il fenomeno”.

Il successo di Airbnb si basa sulla fiducia, scrivi. Che tipo di fiducia? Come incide, sulla definizione di questo sentimento, la rivoluzione semantica e valoriale della piattaforma, che fa crescere che l’affitto di una casa sia una “condivisione”?
SG La narrazione è l’opposto del modello economico alla base dello sviluppo della piattaforma. Ricordo che quando intorno al 2008 s’iniziò a parlare di sharing economy ne ero incuriosita, ma ritenevo necessario approfondire: perché in Italia se ne parlava sempre in termini positivi? Perché si diceva che sarebbe stato un modo per “democratizzare il capitalismo”? Oggi sappiamo che non è così, specie per gli attori come Airbnb. Ed è bastato poco tempo per arrivare a capire che quella narrazione fosse una grande mistificazione. In rapporto allo spazio urbano, ho provato ad invertire il discorso: l’anonimato, tratto fondamentale del vivere in città, anche un fattore di qualità del contesto urbano, è assolutamente normale ed è il presupposto perché Airbnb funzioni. L’unica cosa che rende Airbnb diversa dalle piattaforma di affitto preesistenti è il sistema di pagamento, che facilita il processo ma è anche un modo per mantenere e difendere l’anonimato. Airbnb riesce a far confusione tra un tema legato alle relazioni umane (l’amicizia) e uno economico (il contratto d’affitto), e ne fanno la base di un modello di business.

E se all’inizio c’era, anche per l’utente, uno spirito d’avventura, oggi questa cosa si è persa come raccontano tanti host che ho potuto intervistare nel libro.

Qual è l’approccio migliore per fermare lo sviluppo senza controllo di Airbnb?
SG Ci vogliono più approcci affinché il dibattito, che riguarda Airbnb ma più in generale tutte le piattaforma, compresa Facebook, diventi mainstream. Sta crescendo, anche con i recenti episodi di censura di pagine pro-Kurdistan da parte di Facebook.

In Europa forse c’è ancora poca consapevolezza dell’impatto delle piattaforme digitali, nel senso che manca una prospettiva che colga le relazione tra fenomeni che avvengono su scala diversa ma che sono collegati, penso al fatto che molto del commercio avvenga su Amazon, una piattaforma privata, ma si continua a discutere di tutela dei negozi storici nelle città d’arte in un’ottica di mera conservazione, senza considerare che l’utenza è cambiata proprio per l’impatto delle piattaforme, Amazon per il commercio, Airbnb per quanto riguarda i flussi turistici in aumento. Servirebbe un aggiornamento del dibattito a livello comunale, che è molto povero, e anche a livello normativo, perché siamo indietro anni luce, con norme scritte all’inizio di internet, in un’altra epoca, quando questi fenomeni erano molto diversi.

Questo riguarda anche gli Stati Uniti d’America, dove però sono in corso alcune cause che stanno mettendo in difficoltà Airbnb, come quella di Santa Monica che ha aggirato la Section 230 (il principale strumento legale che tutela la libertà di parola su internet e assicura l’immunità per le piattaforme rispetto ai contenuti generati su di esse da utenti terzi, ndr): le piattaforme si appellano ad un atto che stabilisce la non responsabilità per il contenuto pubblicato dagli utenti, ma oggi questo è uno strumento usato per non essere considerati responsabili delle transazioni. La sentenza sul caso di Santa Monica, dice che Airbnb è responsabile per le transazioni economiche generate dagli annunci. Un host può anche pubblicare un annuncio illegale, ma la piattaforma è passibile di multe se processa una transazione economica per quell’annuncio. Questo potrebbe mettere in difficoltà tutte le piattaforme, non soltanto Airbnb.

In Europea è interessante la lettera che dieci città, la cui capofila è Amsterdam, hanno scritto a Parlamento e Commissione europea, nell’ambito di una causa che vede opporsi l’associazione francese degli operatori immobiliari ed Airbnb, e che ruota intorno al ruolo della piattaforma e alla capacità di regolarne l’attività, perché violerebbe la legge francese sugli operatori immobiliari. Secondo un parere non vincolante dell’avvocatura della Corte di giustizia Ue, Airbnb sarebbe solo un intermediario e non un operatore immobiliare, e sulla base della Direttiva sul commercio i Paesi membri non possono limitarne l’attività. Le città stanno chiedendo una sentenza diversa perché se il giudizio fosse confermato avrebbero le mani legate.

È nata una rete del Sud Europa contro la turistificazione (SET), di cui fai parte. Che obiettivi s’è data?
SG È un soggetto molto efficace nel creare un dibattito. Da quand’è nata, anche in Italia abbiamo riscontrato una maggiore attenzione al fenomeno. Il Manifesto (pubblicato nell’aprile del 2018 da Dinamopress) è stato ripreso da molto testate, alimentando anzi aprendo una discussione sul fenomeno, che prima era quasi assente.

Tra i temi del Manifesto, al primo punto, c’è “l’aumento della precarizzazione del diritto all’alloggio, in buona parte provocato dall’acquisto massivo di immobili da parte di fondi di investimento e fondi immobiliari per destinarli in buona parte al mercato turistico. In questo modo -spiega la Rete SET- le abitazioni sono private della loro funzione naturale, si generano gentrificazione e sfratti e si assiste allo svuotamento di alcuni quartieri in una evidente violazione dei diritti sociali della popolazione”.

A fronte di proteste e attivismo contro Airbnb, è nata una comunità di utenti, un movimento chiamato Airbnb Citizen.
SG Oggi Airbnb non parla più di sé definendosi un soggetto vicino alla classe media, la società non si “vende” più così. Il modello di Airbnb Citizen non è una sorpresa per chiunque lavori nel marketing: non è una novità la creazione di mobilitazioni intorno a un brand, con l’obiettivo di farli diventare un culto. Questo è per me Airbnb Citizen: la capacità della società di far lavorare gli host per lei, e la trovo sconcertante. C’è un altro aspetto, però, di cui racconto nel libro: il processo per cui un marchio diventi quasi un attore politico. Ciò che è successo a San Francisco, nel 2015, con la vicenda del referendum per la regolamentazione degli affitti brevi, che è stato vinto da Airbnb dopo aver impostato una campagna di marketing ed elettorale. Un’azienda che invade la sfera della politica, spacciandosi per un “movimento”, in verità completamente guidato dall’alto nell’interesse della piattaforma. Lo stiamo vedendo anche in Italia, dove Airbnb ha lanciato un’iniziativa in molte città per il 16 novembre: tavoli di discussione guidati dagli host per parlare delle norme che regolano il settore e scrivere un “programma”. Di nuovo, Airbnb manda avanti gli host in quella che io vedo come una vera e propria ingerenza politica da parte di una multinazionale americana privata.    

Airbnb è un fenomeno urbano, ma negli ultimi anni ha promosso iniziative quali Italian Village, dedicata ai borghi italiani, o Italian Sabbatical, per “cittadini temporanei” di un Paese della Basilicata. Come giudichi questi esempi?
SG Rappresentano a mio avviso un tentativo di diversificare il mercato. Ci sono molti segnali che indicano come l’attività su Airbnb sia sempre più di tipo imprenditoriale, gli host “piccoli”, quelli che usavano la piattaforma in maniera occasionale, stanno scomparendo. Un esempio: in questo momento a San Lorenzo, una delle zone di Roma che più hanno subito l’impatto degli affitti brevi, è pieno di annunci per l’affitto tradizionale di monolocali arredati. La maggior parte degli immobili sembrano “arredati per Airbnb”. Forse c’è un calo, e magari chi aveva messo in affitto una casa sulla piattaforma ora la riporta sul mercato delle locazioni normali. Questa è un’ipotesi.

All’interno di un cambiamento di mercato, negli ultimi anni la comunicazione punta sul lusso, sulle aree rurali, con i borghi e le esperienze, o experience. È la solita retorica, però: non credo che sarà Airbnb a favorire un ripopolamento dei borghi italiani.

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