Terra e cibo / Approfondimento

Acquisti solidali e filiera distributiva. I modelli di food coop

Condivisione delle scelte e selezione dei produttori con criteri socio-ambientali. A Bologna sta nascendo un “emporio autogestito” per prodotti freschi di stagione sull’esperienza dei Gas. Un comparto dove si muovono soggetti diversi

Tratto da Altreconomia 199 — Dicembre 2017

Due ore e 45 minuti ogni quattro settimane: è il tempo sufficiente per un grande cambiamento nella distribuzione alimentare. A partire da questa disponibilità, 1.700 cittadini hanno fondato a Schaerbeek, tre chilometri a Nord-Est di Bruxelles, “Bees Coop”, la prima “cooperativa belga ecologica, economica e sociale” e aperto un supermercato autogestito al numero 19 di rue Van Hove. Dietro al bollino giallo della cooperativa, però, c’è un lavoro lungo: circa tre anni “di studio del progetto, incontri nei quartieri, tavoli di lavoro”, come racconta Enrico De Sanso, economista di 33 anni che da cinque vive a Bruxelles. Enrico è il più vecchio dei fondatori di “Bees”, un gruppo di ragazzi che ha pensato di adattare alla periferia di Bruxelles la consolidata esperienza della “Park Slope Food Coop” -fondata nel 1973 a Brooklyn, New York, 17mila soci– o della “Coopérative La Louve” di Parigi, 6mila soci e un supermercato di 1.450 metri quadrati in rue des Poissonniers.

A Schaerbeek, in pochi mesi “Bees” ha raccolto un centinaio di adesioni e un capitale di partenza di 50mila euro che gli ha permesso l’acquisto (grazie a un finanziamento) del locale di 600 metri quadrati dove si trova oggi il supermercato. Ogni socio mette una quota libera -consigliata in 25 euro, “ma la quota media versata dai soci è di 200 euro”, specifica Enrico- e due ore e 45 minuti di lavoro volontario nel supermercato. “In assemblea vale il principio ‘un socio, un voto’, ma altri due componenti della famiglia del socio, o coinquilini, hanno diritto di fare la spesa nel nostro supermercato, senza dover mettere le ore di lavoro”. Secondo le stime della cooperativa, acquistando da “Bees” prodotti bio e locali si risparmia circa il 40% rispetto ai normali supermercati. “Il produttore ci fa un prezzo al quale noi aggiungiamo un 20% di ricarico, più l’Iva -spiega Enrico-. Con questo margine riusciamo a coprire le spese fisse, come le bollette e gli stipendi dei dipendenti”.

Sono loro che si occupano degli acquisti: quattro persone, tra cui Enrico, che dopo un anno e mezzo di volontariato sono oggi impiegate full time. Altre tre stanno invece lavorando in progetti di ricerca che riguardano la cooperativa, finanziati da fondi pubblici regionali. E nel 2018 è prevista l’assunzione di altri due dipendenti. Ogni settimana “Bees” sta accogliendo 30 nuovi soci e oggi ha un capitale sociale di 300mila euro, che viene completamente reinvestito nell’attività. Nonostante questa crescita, il loro obiettivo ora “non è aprire altri punti vendita ‘Bees’, ma diffondere questo modello, perché nascano nuove cooperative simili altrove”, spiega Enrico. Già altre quattro cooperative sono in fase di costituzione in Belgio, mentre a Bologna -su iniziativa del gruppo d’acquisto solidale Alchemilla e di Campi Aperti– sta arrivando “Camilla”, la prima esperienza italiana di “food coop”.

Alchemilla è un Gas nato nel 2013 che conta 150 famiglie e consegna ogni due mesi prodotti confezionati in otto diversi spazi della città di Bologna. “Per i prodotti freschi andiamo nei mercati di Campi Aperti, che ogni giorno della settimana portano in città frutti e ortaggi a filiera corta, biologici e biodinamici”, spiega Giovanni Notarangelo, del gruppo promotore Camilla. È con questa rete di produttori per la sovranità alimentare che il Gas ha deciso di costruire un progetto per affrontare il problema della delega. “Ci siamo accorti che le responsabilità degli ordini e della distribuzione dei prodotti ricadono sempre sulle stesse persone più attive e abbiamo cercato un modo per allargare la partecipazione”, racconta Giovanni. L’emporio in forma cooperativa, autogestito e solidale, che coinvolge direttamente i soci come proprietari, gestori e clienti è stata la proposta e in pochi mesi ha raccolto 250 adesioni. La cooperativa “Camilla” dovrebbe essere fondata nei primi mesi del 2018: la quota sociale è di 125 euro e 3 ore ogni 4 settimane che i soci-consumatori mettono a disposizione per tenere aperto l’emporio. Nel frattempo, il gruppo promotore sta organizzando incontri di sensibilizzazione “per ragionare insieme su cosa sarà ‘Camilla’ e allargare la base sociale”, cercando lo spazio adatto a ospitare l’emporio, “in una zona periferica di Bologna, dove siamo già attivi con le consegne del Gas” e sta anche stilando i criteri in base ai quali scegliere i fornitori. “Partiamo dai principi del Gas”, spiega Giovanni, quindi: prodotti naturali, bio ed ecologici a basso impatto ambientale, locali, da filiera corta o del commercio equo e solidale, con un prezzo trasparente, che tutelino i diritti dei lavoratori e che siano “relazionali”, ovvero creino una fiducia e una collaborazione tra consumatori e produttori.

Il modello delle “food coop” mantiene alcune delle caratteristiche fondamentali dei gruppi d’acquisto solidali: l’orizzontalità, la condivisione delle scelte, la distribuzione dei compiti all’interno del Gas e la selezione dei produttori sulla base di criteri socio-ambientali approvati dal gruppo.

La campagna a sostegno della prima esperienza di “food coop” italiana “Camilla” a Bologna
La campagna a sostegno della prima esperienza di “food coop”italiana “Camilla”a Bologna

Diversamente, “01” -una piattaforma di incontro tra produttori e consumatori- ha tra i suoi obiettivi “rendere accessibile un’alimentazione locale di qualità al più gran numero di persone” e per farlo ha scelto di sfruttare le potenzialità della rete e dei social. “Per sviluppare una rete di comunità di acquisto diretto dai produttori locali, mancava uno strumento semplice e potente che potesse far uscire questo movimento dalla nicchia: una piattaforma online fruibile da tutti”, si legge nel dossier de “La Ruche Qui dit Oui!. Il progetto, infatti, dal 2011 ha le sue radici in Francia e fa capo alla società Equanum SAS, con sede a Parigi. Equanum SAS possiede il 90% di Equanum Italia Srl, la società con sede a Torino rappresentata da Eugenio Sapora che, con quattro addetti e un collaboratore, gestisce dal 2015 “L’Alveare che dice Sì!”.

Gli “Alveari” nascono per iniziativa di un gestore, che contatta i produttori e organizza la distribuzione una volta alla settimana -un “mercato effimero”, come lo chiama l’organizzazione-, in un luogo fisico pubblico o privato dove produttori e consumatori possano incontrarsi per questo scambio. Gli ordini e i pagamenti sono fatti online attraverso il portale alvearechedicesi.it e sono i produttori stessi a inserire le loro referenze sul sito in base alla disponibilità e a stabilire il prezzo. Sanno che, rispetto al loro prezzo di partenza, per il consumatore finale ci sarà un ricarico del 20%: il 10% va al gestore dell’Alveare e l’altro 10% a Equanum Italia Srl. La società ha realizzato ricavi nel 2016 per 45.310 euro da “95 Alveari attivi in tutta Italia, che coinvolgono 1.500 aziende agricole e artigiane, di cui il 30% biologiche e altri 70 Alveari sono in costruzione”, dice Eugenio Sapora. All’inizio del 2016 erano poco più di 2mila gli iscritti alla piattaforma online: in un anno sono diventati quasi 19mila e al novembre 2017 erano 51mila. “Di questi -spiega Sapora-, circa il 20% partecipa attivamente, acquistando i prodotti”. Il giorno della distribuzione, i produttori arrivano all’Alveare con le spese già divise in base agli ordini ricevuti online e le consegnano direttamente ai consumatori: nell’arco del 2016, una media di 2mila persone ha speso circa 220 euro a testa su “L’Alveare che dice sì!”.

In Europa, tra Belgio, Germania, Regno Unito, Italia e Spagna, in 5 anni sono state fatte 67mila distribuzioni, con un ricavo complessivo per i produttori di 75 milioni di euro. “L’Alveare che dice Sì!” ha una sua “Carta etica”, ma non indica criteri precisi per la scelta dei produttori, se non la posizione, in un raggio di 250 chilometri dal luogo della distribuzione. “Molti prodotti sono difficilmente acquistabili a km0, perciò preferiamo parlare di ‘km utile’ -spiega Sapora-. Ci riforniamo il più vicino possibile, ma valorizzando comunque la filiera corta, poiché i consumatori ritirano gli ordini direttamente dalle mani dei produttori”. Con le sue “regole operative identiche in tutta Italia”, secondo Sapora, “L’Alverare che dice Sì!” è la soluzione “per chi vuole mangiare prodotti di stagione a filiera corta, ma ha poco tempo a disposizione”. Molti dei consumatori degli Alveari, osserva, “hanno già fatto esperienza di un Gas, ma per diversi motivi non hanno più tempo o voglia di impegnarsi attivamente”.

Un momento della consegna dell’Alveare che dice Sì!
Un momento della consegna dell’Alveare che dice Sì!

Sacrificando anche la filiera corta, c’è chi invece preferisce ricevere direttamente a casa prodotti freschi di stagione e artigianali, “lavorati in modo sostenibile da aziende agricole selezionate”, come dice Marco Porcaro, fondatore e amministratore delegato di “Cortilia”, già attivo nelle società di gestione web delle flotte aziendali “Viamente” e video community “Mobaila”.

Dal 2012, cortilia.it è “il primo mercato agricolo online che connette consumatori e produttori artigianali e offre un servizio comodo e personalizzabile a chi segue modelli d’acquisto e consumo consapevole”. “Cortilia” si rifornisce da un centinaio di produttori (il 40% delle referenze è da agricoltura biologica), “la maggior parte dei quali si trovano in Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte”, le tre Regioni in cui è attivo il servizio di consegna a domicilio, sul territorio di 13 Province. “Abbiamo investito molto per migliorare il servizio e renderlo competitivo -dice Porcaro- e oggi siamo in grado di consegnare già la mattina successiva al giorno in cui è stato fatto l’ordine”. Chi acquista (sono 300mila gli iscritti al sito) può scegliere il giorno e la fascia oraria per la consegna, che viene fatta con dei furgoni refrigerati. Un sistema che nel 2016 ha fatturato 4.200.000 euro e che, nelle parole del suo fondatore, punta a crescere “a livello nazionale ed espandersi anche in Europa”.

Così, la filiera si allunga, si perde la relazione diretta tra produttori e consumatori e la transizione verso un modello di consumo più sostenibile, con il vantaggio di potersi rifornire di prodotti di qualità con poca fatica. D’altronde, “dietro ai gruppi d’acquisto solidali c’è stato e c’è molto lavoro volontario e registriamo oggi una stanchezza da parte di chi si spende in queste realtà”, dice Francesca Forno del gruppo di ricerca “Cores” (“Consumi, reti e pratiche di economie sostenibili”) e docente all’Università degli Studi di Trento. “Bisogna allora ripensare l’uso del tempo e ‘L’Alveare che dice Sì’ potrebbe essere un buon compromesso in questo senso, perché valorizza la filiera corta, diminuendo il carico di lavoro dei consumatori e riconoscendo un piccolo compenso ai gestori”. Resta però aperta una domanda, osserva Forno: “Perché queste piattaforme di incontro tra domanda e offerta non sono gestite da soggetti locali? Se parliamo di economia sostenibile e di prossimità dovremmo fare attenzione al fatto che anche questo tassello della filiera potrebbe attivare circoli virtuosi sui territori locali, anziché generare un guadagno verso una società esterna, come avviene oggi. Pensiamo ai progetti che si potrebbero costruire, per esempio, se quel 10% che va alla gestione dell’Alveare potesse essere investito, invece, sul territorio”.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia