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Accogliere e riconoscere le persone: l’abbraccio “aperto” del Filo d’erba

Dal 1989 più di trecento persone hanno trovato rifugio nella struttura di Rivalta, nel torinese, animata da quattro famiglie che hanno scelto di condividere la propria vita quotidiana con chi è più fragile e ha bisogno di un sostegno. Un’esperienza che coinvolge anche diversi giovani e la comunità locale. Con attenzione all’ambiente

© Il filo d'erba

L’accoglienza è diventata una colonna portante della gigantesca struttura ottocentesca gestita dall’associazione Il Filo d’erba. È come calce che, con il passare degli anni, ha permesso ai mattoni di legarsi con maggiore forza. Proprio la resistenza da un mondo “esterno” che chiude davanti al “diverso” è il sentiero che guida i passi di giovani, adulti e anziani che ogni giorno frequentano gli spazi di questa comunità di Rivalta, Comune di poco più di 20mila abitanti a Sud-Ovest di Torino. “Semplicemente accogliamo senza guardare alla nazionalità, al passato, all’orientamento sessuale, alla capacità economica delle persone”, spiega Cinzia Bertini, presidente dell’associazione, nata da una costola della Fondazione Gruppo Abele e di Libera contro le mafie.

Sono almeno trecento le persone che hanno trovato rifugio nella struttura a partire dal 1989: dai profughi in fuga dalle guerre balcaniche degli anni Novanta a quelli provenienti da Somalia e Siria, dalle persone in transizione di genere alle vittime di violenza e molto altro. Le porte sono da sempre aperte al bisogno ma non solo. “Le mura spesse della struttura non ci dividono dai cittadini di Rivalta: non ci siamo mai dimenticati del territorio”, spiega Beatrice Scolfaro, vicepresidente di Binaria, una libreria e bottega, sempre del Gruppo Abele, con sede sia a Torino sia a Rivalta.

L’accoglienza al Filo d’erba non ha soluzione di continuità. Alla fine dell’Ottocento nell’edificio trovavano ristoro i preti salesiani malati da tubercolosi, poi è stato trasformato in orfanotrofio dalla congregazione delle suore del Santo Natale -ancora oggi proprietarie- che durante la Seconda guerra mondiale hanno iniziato a ospitare donne sole e vulnerabili. Il Gruppo Abele ha preso in comodato d’uso la struttura nel 1976 e ha impostato fin da subito un’accoglienza “particolare”, affiancando le persone in condizione di fragilità a famiglie accoglienti che vivono nella comunità, tra cui quella di Beatrice Scolfaro: “Volevamo sperimentare un modo di vivere la famiglia più aperto e solidale nei confronti degli altri, fortunatamente condividevamo questo desiderio anche con altre coppie”, racconta. È nata così una comunità di nuclei familiari accoglienti a cui, con il passare degli anni, si sono aggiunte numerose persone che hanno sposato la causa: oggi si contano un centinaio di soci dell’associazione e trenta volontari che svolgono attività all’interno della struttura.

Sono quindi tre i gruppi che vivono stanzialmente nell’ex orfanotrofio: quattro nuclei accoglienti, undici ospiti (tra cui una famiglia di otto persone originaria della Siria arrivata in Italia con i corridoi umanitari) e due giovani che hanno scelto di vivere un’esperienza di un anno al servizio degli altri. “La ‘vita’ al Filo è scandita settimanalmente da diversi momenti -racconta Cinzia Bertini-. Il martedì sera si incontrano le famiglie per coordinarsi rispetto alle attività da svolgere, mentre il venerdì c’è una cena fissa con tutti gli ospiti e aperta anche ad amici esterni. E poi c’è il sabato del villaggio: ci si trova per prendersi cura degli spazi comuni: il forno per il pane, l’orto, il pollaio”.

L’economia circolare e di prossimità è un mantra della vita all’interno del Filo: “Separiamo l’umido dal resto dei rifiuti da più di trent’anni, quando ancora nessuno lo faceva”, sottolinea Bertin. Ma non solo per la dovuta cura per l’ambiente e la volontà di contrastare il cambiamento climatico. “L’attenzione ai produttori locali è fondamentale: la toma nei grandi rivenditori di Torino costa meno, ma noi andiamo ad acquistarla in paese. Se valorizzi il lavoro delle persone, tutto torna. È uno scambio: se tu vai da loro, loro verranno da te”. Lo spirito che anima il Filo è anche quello di aiutare chi viene accolto a maturare un percorso di autonomia. Non viene chiesto alle persone un affitto ma un minimo contributo spese: circa 30 euro, anche a seconda di quanto possono dare. “Non riceviamo né rette né sovvenzioni, abbiamo un contributo di Compagnia San Paolo su un progetto specifico ma la nostra filosofia è cercare di sopravvivere con quello che si fa e si produce. Riconoscendo dignità alle persone ma anche accompagnandole verso percorsi di autonomia”.

Un momento di lavoro nell’orto comunitario © Il Filo d’erba

Il Filo d’erba è diventato così un luogo di riferimento per tutta l’Italia. All’interno del vivaio si ospitano percorsi di alternanza scuola-lavoro, inserimenti lavorativi per soggetti con fragilità psichiatriche o persone che devono svolgere percorsi alternativi alla pena detentiva. E il sabato si svolge l’orto Frankenstein, dedicato ai più piccoli con l’obiettivo di farli avvicinare alla natura. “Siamo un presidio civico: le persone passano per sfogarsi, raccontarsi -spiega Scolfaro-. Giusto ieri è arrivato un signore malato di Alzheimer, spaesato, che si è seduto in libreria fino alla chiusura. Non sapeva dove tornare, l’abbiamo riportato noi alla figlia. Ecco, fin da subito abbiamo cercato di creare sinergie con i vari attori della zona dedicando molto lavoro alla cura delle relazioni di rete. E funziona. Quello che è importante è sempre rispettare sinceramente le esperienze degli altri”. Come ulteriore segno di attenzione verso il territorio a settembre 2021 è stata inaugurata la libreria e bottega “Binaria. Libri dei fiori” per avvicinare la “cultura del fare” con la quella “del sapere e conoscere”.

Qui a Rivalta, la festa del Filo d’erba è ormai diventata un appuntamento da non perdere per tutto il paese. A fine settembre 2022, oltre 250 persone hanno partecipato al pranzo di comunità: occasione di incontro, festa e autofinanziamento. E Bertini, presidente uscente, ha fin da subito ringraziato i giovani. “Per noi sapere che non siamo solo ‘vecchietti’ che portano avanti un progetto è fondamentale. Ci sono persone che hanno fatto volontariato in struttura e poi, una volta laureati e diventati professionisti sono tornati a vivere qua con le famiglie. Tanti volti giovani e soprattutto le loro idee permettono a questo posto di continuare a essere vivo”. 

Chiediamo a Scolfaro quale sia, tra le tante storie incontrate al Filo d’Erba, quella che racchiude al meglio il senso di questa esperienza. Lei ricorda Carla, il primo prete transgender che, dopo aver lasciato l’abito talare, ha vissuto nella struttura durante il periodo di transizione di genere. “Ci ha insegnato cosa significa accogliere. Mi aveva detto: ‘Quando morirò scrivete sulla mia lapide: Sacerdote per sempre. Perché io resto quello”. Oggi sulla lapide di Carla, morta nel 1996, c’è proprio quella scritta. “Forse quello racchiude il senso del Filo: a prescindere da quello che succede durante la vita di tutti noi, non cambia quello in cui tu credi e quello che sei. Ci ha insegnato tanto: accogliere significa innanzitutto riconoscere e rispettare le persone che incontri”. 

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