Diritti / Attualità

A tre mesi dalla caduta di Kabul gli attivisti per i diritti umani nel mirino dei Talebani

Intervista a Mary Lawlor, Relatore speciale delle Nazioni Unite per i difensori dei diritti umani e tra i fondatori della Ong Front Line Defenders. Richiama i governi europei a fornire visti per consentire agli attivisti e alle attiviste afghane in pericolo di lasciare il Paese

Due donne afghane caminano davanti alle cavità che ospitavano le due enormi statue dei Buddha di Bamiyan © Ken Scar, via Flickr

Sono passati tre mesi da quando le truppe dei Talebani sono entrate a Kabul, prendendo di fatto il controllo sull’Afghanistan. Tre mesi durante i quali le condizioni di vita degli uomini e soprattutto delle donne impegnati nella difesa dei diritti umani hanno subito un drammatico peggioramento. “Un defender mi ha detto: ‘In soli tre mesi abbiamo perso tutte le conquiste ottenute negli ultimi vent’anni’. In questi tre mesi si è persa la speranza: è tragico sentire i difensori dei diritti umani che l’Afghanistan non può più offrire loro un futuro”.

La denuncia arriva da Mary Lawlor, Relatore speciale delle Nazioni Unite per i difensori dei diritti umani (human rights defenders) che nelle ultime settimane ha contattato diversi attivisti che ancora si trovano nel Paese: Ci hanno raccontato di essere braccati, con maggiore o minore intensità a seconda delle zone aree dell’Afghanistan in cui vivono. Molti si nascondono e quasi tutti quelli con cui siamo riusciti a parlare si trovano anche in condizioni economiche difficili. Ci sono state segnalate minacce, aggressioni, vendette e uccisioni”.

Docente al Centre for social innovation (CSI) del Trinity College di Dublino -dove insegna Business and human rights– Lawlor ha dedicato la sua vita al tema dei diritti umani e alla difesa degli attivisti che si battono per questo: dopo aver diretto la sezione irlandese di Amnesty International tra il 1988 e il 2000, nel 2001 è stata tra i fondatori della Ong irlandese Front Line Defenders, di cui è stata direttore esecutivo fino al 2016. Dal primo maggio 2020 ha preso il testimone da Michel Forst nel ruolo di Special rapporteur.

In quale situazione si trovano le donne impegnate nella difesa dei diritti umani?
ML Sono state doppiamente colpite dalla presa del potere da parte dei Talebani: hanno perso il lavoro, la presenza nello spazio pubblico e sono state costrette al silenzio. Quelle con cui ho potuto parlare mi hanno detto che trascorrono la maggior parte del loro tempo nascoste in casa, spesso quelle di amici e familiari, dal momento che non è sicuro per loro uscire e i talebani hanno già fatto irruzione nelle loro abitazioni. Inoltre sono colpite più duramente rispetto agli uomini dall’insicurezza finanziaria perché non possono cercare lavoro. In alcune aree del Paese i Talebani le inseguono sistematicamente: una donna con cui ho parlato mi ha detto di aver cercato riparo a Kabul per sfuggire alle minacce, ma i Talebani l’hanno rintracciata anche lì.

Che cosa possono fare i Paesi europei per aiutare i defenders afghani?
ML I Paesi europei devono fornire più visti per l’espatrio ai difensori dei diritti umani, in particolare alle donne, che hanno la necessità di lasciare l’Afghanistan per motivi di sicurezza. Per vent’anni queste persone hanno lavorato per la promozione dello Stato di diritto, della trasparenza, dei diritti delle donne spesso nell’ambito di progetti finanziati da governi europei. Ora sono in grave pericolo proprio a causa di quel lavoro. Nel corso degli ultimi due mesi ho cercato di ottenere visti per un gruppo di attiviste di Herat ma mi sono scontrata con un rifiuto dopo l’altro da parte dei governi europei. Tutto questo è molto deludente.

Mary Lawlor, special rapporteur delle Nazioni Unite per i difensori dei diritti umani © Front Line Defenders

Oltre a quello che sta succedendo in Afghanistan ci sono numerose situazioni che mettono a rischio non solo il rispetto dei diritti umani fondamentali ma anche la vita di chi li difende. C’è una situazione in particolare che la preoccupa in questo momento?
ML Purtroppo chi si impegna quotidianamente per la difesa dei diritti umani è esposto a grandi rischi in ogni parte del mondo: dalla Colombia alla Russia, dalla Repubblica Democratica del Congo all’Etiopia, dallo Yemen alla Siria, dalle Filippine alla Cina. Sono preoccupata per tutte queste situazioni e per l’arretramento delle libertà civili nell’ultimo decennio. Detto questo, considero un fatto molto positivo la crescita dei movimenti per i diritti umani che hanno preso vita negli ultimi anni, e in particolare il coinvolgimento dei giovani nella difesa dei diritti umani. Questo è stato visibile in modo particolare nella lotta per la giustizia climatica, ma anche in altre aree, per esempio nella difesa dei diritti dei rifugiati e dei migranti in Europa. Due di loro, Sean Binder e Sara Mardini, saranno processati in Grecia il 18 novembre con l’accusa di traffico di esseri umani per aver partecipato come volontari a missioni di ricerca e soccorso di migranti in difficoltà nel Mediterraneo.

L’Unione europea sta lavorando a una proposta legislativa per rendere obbligatoria la due diligence da parte delle imprese sui temi dei diritti umani e della difesa dell’ambiente. Lei ha chiesto alle istituzioni europee di inserire anche la protezione dei difensori dei diritti umani. Può spiegarci meglio il motivo di questa richiesta?
ML Penso che l’introduzione di una due diligence obbligatoria (la “dovuta diligenza” ovvero il monitoraggio dei rischi e delle possibili criticità di un progetto o di un investimento, ndr) in materia di diritti umani per le aziende potrebbe portare a un cambiamento sistematico nella tutela dei difensori dei diritti umani a livello globale. A dieci anni dalla pubblicazione dei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, è purtroppo evidente che le linee guida volontarie non sono adatte allo scopo, dato che il numero di attacchi contro i difensori dei diritti umani in relazione agli abusi legati alle imprese è aumentato. Obbligare le imprese a intraprendere una due diligence, a consultarsi con i difensori dei diritti umani e ad essere responsabili dei danni causati ai difensori dei diritti umani a seguito delle loro azioni o di quelle delle loro filiali o appaltatori può aiutare ad arginare questa marea di violazioni. Questo può essere utile anche per le imprese: i difensori dei diritti umani possono agire come una sorta di sistema di allarme precoce per avvertire le imprese di rischi imminenti e potenzialmente maggiori per i diritti umani (e per gli affari). In questo modo le imprese potrebbero agire tempestivamente.

Nel suo ultimo rapporto annuale lei si è concentrate su quei difensori dei diritti umani che stanno scontando lunghe pene detentive a causa della loro attività. Che cosa chiede agli Stati?
ML Chiedo agli Stati che hanno condannato difensori dei diritti umani a lunghe pene detentive di rilasciarli. Sono stati imprigionati a seguito di processi ingiusti -se un processo ha avuto luogo- e quindi non c’è ragione per cui non possano essere rilasciati a seguito di una decisione politica. In caso contrario, chiedo agli Stati di trattare almeno i detenuti con umanità, fornendo loro un adeguato accesso all’assistenza sanitaria, alle visite dei familiari, l’accesso a materiale per leggere e scrivere e all’aria fresca. Chiedo anche agli Stati che sostengono i difensori dei diritti umani di fare di più per i condannati a lunghe pene detentive. Vorrei vedere questi stati “adottare” i difensori dei diritti umani che scontano lunghe pene detentive in un Paese con cui hanno particolari legami e usare la loro influenza per chiedere costantemente il loro rilascio.

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