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A scuola di lingua madre per non perdere le proprie radici

Dalla comunità ucraina a quella cinese, numerose realtà straniere organizzano corsi rivolti ai bambini di seconda generazione nati in Italia per insegnare la lingua dei genitori. Per mantenere l’identità culturale e offrire un futuro professionale

Tratto da Altreconomia 236 — Aprile 2021
Nella scuola “Santa Sofia”, nei locali della parrocchia di San Giovanni in Laterano a Milano, si tengono lezioni di lingua e letteratura ucraina. Oggi è frequentata da 85 bambini divisi in otto classi. Mariya Mokrovska, al centro nella foto, è la coordinatrice degli insegnanti © Archivio Scuola Santa Sofia

Sasha, 10 anni, sale sul palco e recita con tono sicuro una poesia in ucraino. Indossa un paio di jeans e una camicia bianca decorata con ricami tradizionali. Dopo di lui è il turno degli alunni più piccoli che mettono in scena una favola: le bambine, oltre agli abiti ricamati, hanno la fronte cinta da corone di fiori rossi. La recita è stata organizzata in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita di Lesja Ukrainka, poetessa nata nel 1871, pilastro della letteratura ucraina

A prima vista una normale festa scolastica. Ma a essere speciale, in questo caso, è il fatto che la scuola non si trova a Kiev ma nei locali della parrocchia di San Giovanni in Laterano a Milano punto di riferimento della comunità ucraina “San Giosafat”, che nel 2005 ha dato vita alla scuola “Santa Sofia”. Ogni domenica mattina, per due ore, bambini e ragazzi tra i cinque e i 15 anni seguono lezioni di lingua e letteratura ucraina, si districano tra dettati, esercizi di grammatica, lezioni di storia e catechismo.

“Abbiamo iniziato con pochi bambini. Oggi sono 85, divisi in otto classi -spiega don Igor Krupa, sacerdote cattolico di rito bizantino e punto di riferimento della comunità-. Abbiamo costituito la scuola su richiesta dei genitori: vogliono che i loro figli, che spesso sono nati in Italia, parlino e sappiano scrivere bene in ucraino. Non vogliono che perdano la loro lingua e la loro cultura: in una parola, le loro radici”.

Non esiste una mappatura ufficiale, ma le “scuole di lingua madre” sono attive dal Nord al Sud Italia e interessano tante comunità diverse: dai cinesi agli eritrei, dai cingalesi ai filippini, passando per tutte le nazionalità che parlano le diverse varianti dell’arabo. “In Nord America o nel Regno Unito questo tipo di scuole esistono da decenni, vengono chiamate Heritage school o Community school”, spiega Paola Bocale, docente presso l’Università dell’Insubria che recentemente ha pubblicato uno saggio assieme alla collega Khrystyna Krychkovska, dedicato alle “scuole della domenica” delle comunità ucraine in Lombardia. “In Italia nascono dal basso, per rispondere alle esigenze delle comunità e hanno come obiettivo principale quello di mantenere l’identità linguistica e culturale del Paese d’origine dei genitori tra i bambini nati in Italia”.

“La lingua madre è quella che i bambini imparano per prima, dalla voce dei genitori. È la lingua del cuore e degli affetti ” – Graziella Favaro

“Mio figlio ha 12 anni e parla benissimo italiano, per lui è la prima lingua. E sono molto contenta di questo. Ma per me è altrettanto importante che conosca la nostra lingua e la nostra cultura”, aggiunge Mariya Mokrovska, coordinatrice degli insegnanti della scuola “Santa Sofia” di Milano. L’impegno richiesto non è da poco: ogni domenica mattina, Mariya e suo figlio partono da Seveso (un Comune a 25 chilometri a Nord di Milano) per raggiungere la scuola. E lo stesso vale per buona parte degli altri studenti, che vivono in Comuni dell’hinterland di Milano o delle province limitrofe. Un impegno anche economico: la scuola, infatti, chiede un contributo di 15 euro al mese per ogni bambino (25 per le coppie di fratelli) per coprire i costi e assicurare un rimborso spese alle maestre.

“La lingua madre è quella che i bambini imparano per prima, dalla voce dei genitori. È la lingua del cuore e degli affetti -spiega Graziella Favaro, esperta di educazione interculturale e membro dell’Osservatorio sull’integrazione degli alunni stranieri e l’intercultura del Miur-. Poi, nel momento in cui il bambino inizia a frequentare la scuola materna e le elementari l’italiano prende sempre più spazio. Anche in famiglia, soprattutto quando le madri lavorano all’esterno e anche in casa si parla sempre più l’italiano”. Non sono quindi rari i casi in cui i bambini e i ragazzi di seconda generazione faticano a parlare correttamente la lingua dei genitori o a scriverla senza errori. Soprattutto nel caso di lingue molto diverse dall’italiano come l’arabo, il cinese o le lingue asiatiche.

Nel corso degli ultimi vent’anni, con l’aumento del numero di cittadini stranieri residenti in Italia, anche la configurazione dello spazio linguistico del nostro Paese si è fatta più complessa e stratificata. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, “la popolazione, a partire dai sei anni d’età, che dichiara di avere una lingua madre diversa dall’italiano passa dal 4,1% del 2006 al 9,6% del 2015”. Romeno, arabo, albanese, spagnolo e cinese sono le lingue più parlate.

Dal 1999, il Centro Zonarelli di Bologna è uno dei punti di riferimento per le associazioni di cittadini stranieri che vivono in città. “Tra le molte cose, ci occupiamo di interculturalità, non potevamo restare insensibili a questo tema. La lingua madre è fondamentale per lo sviluppo delle competenze linguistiche dei bambini: consolidarne l’apprendimento è importante per facilitare quello della lingua del Paese in cui si vive”, spiega Luisa Granzotto del Centro. Prima dell’emergenza Covid-19 -che ha costretto molte associazioni a sospendere i corsi o a spostarli online– ogni fine settimana gli spazi dello Zonarelli erano occupati dalle associazioni che utilizzavano una o più classi per i propri corsi di lingua madre: russo, ungherese, tigrigna (lingua parlata in Eritrea), wolof (Senegal), tagalog (Filippine), singalese e tamil. “Si organizzano gruppi omogenei per età, in modo da calibrare meglio le attività didattiche. Quello che facciamo qui allo Zonarelli non esaurisce il panorama dei corsi di lingua madre a Bologna -sottolinea Luca Virgili, addetto alla progettazione-. Solo per quanto riguarda l’arabo ci sono almeno altre cinque esperienze in città”.

La scuola di lingua araba nella moschea di Centocelle di Roma è frequentata ogni anno da 400 bambini e ragazzi egiziani, marocchini, pakistani e bengalesi

Per i genitori, l’esigenza di trasmettere la lingua madre ai bambini nati in Italia risponde innanzitutto a un bisogno di tipo culturale.
“I bambini di seconda e terza generazione parlano soprattutto italiano. E le famiglie hanno il problema di come aiutare i loro figli a mantenere il legame con la cultura araba e la religione islamica, oltre che per comunicare con i parenti che sono rimasti nei Paesi d’origine”, spiega Ben Mohamed, imam della moschea di Centocelle di Roma dove ha sede una scuola di lingua araba frequentata ogni anno da circa 400 bambini e ragazzi egiziani, marocchini, pakistani e bengalesi. “Insegniamo l’arabo standard, che si parla in tutto il mondo, mentre nelle famiglie solitamente si parlano le varianti locali -spiega-. Seguiamo un programma di insegnamento costruito appositamente per gli studenti che vivono all’estero e non parlano arabo come prima lingua”, spiega l’imam.

In molti casi il buon apprendimento della lingua madre per i bambini di seconda o terza generazione viene visto come un investimento sul futuro del bambino. Il caso più evidente è quello della comunità cinese: “Abbiamo visto aumentare molto questo fenomeno negli ultimi 10-15 anni -racconta Elisa Giunipero, dagli anni Novanta volontaria per Sant’Egidio nelle scuole di italiano della Chinatown milanese-. Ed è aumentato di pari passo con il peso economico e culturale della Cina: le famiglie aspirano a vedere i propri figli come professionisti a cavallo dei due Paesi, senza precludere loro nessuna opportunità”.

Purtroppo, capita ancora che l’uso della lingua madre tra le mura domestiche venga scoraggiato da parte di educatori e docenti nella convinzione che sia un ostacolo all’apprendimento dell’italiano. “Nella pratica tutti giudicano positivamente il bilinguismo -riflette Graziella Favaro-. Ma a volte c’è una valutazione diversa nei confronti dei bambini che hanno come lingua madre l’inglese e il francese, ad esempio, e chi parla invece romeno o albanese. Come se ci fossero lingue di serie A e di serie B. Occorre una buona educazione plurilingue, che permetta a tutti di potersi muovere in maniera sicura nello spazio linguistico parlando il dialetto o la lingua madre a casa, l’italiano informale con gli amici, quello formale a scuola e una lingua di comunicazione internazionale. La scuola non deve svalorizzare la lingua madre dei bambini, qualunque essa sia, perché ogni lingua ha valore”.

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