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Diritti / Reportage

Gkn, cresce la tensione. A Campi Bisenzio i lavoratori resistono, tra droni e distacchi

Un momento del festival © Collettivo Di Fabbrica - Lavoratori Gkn Firenze- Facebook

I circa 170 operai rimasti in forza alla nuova proprietà che ha messo l’azienda in liquidazione non ricevono stipendi né cassa integrazione da quattro mesi. Nonostante un piano di reindustrializzazione definito nei dettagli tutto tace, mentre accadono fatti inquietanti. Il Festival di letteratura working class di inizio aprile è stato un successo

Promessa mantenuta. “Non siamo qui per intrattenervi”, annunciava il secondo Festival di letteratura working class di Campi Bisenzio (FI), e al presidio ex Gkn, anzi davanti al presidio, dal 5 al 7 aprile sono state giornate di lotta e anche di scontro, sia pure in un clima di attenzione, riflessione e pensiero come si conviene a un festival letterario. Per il Collettivo di fabbrica ex Gkn è stato un successo -cinquanta relatori, cinquemila partecipanti, un corteo serale vivacissimo- ma il quadro d’insieme resta teso e difficile.

Gli operai (circa 170) rimasti in forza a Qf Spa -la nuova proprietà, che ha messo l’azienda in liquidazione- non ricevono stipendi né cassa integrazione dal 31 dicembre e hanno ormai messo in campo tutte le loro risorse: un piano di reindustrializzazione definito nei dettagli (una cooperativa, Gff, per la produzione di pannelli solari e cargo-bike) e la richiesta alla Regione Toscana di intervenire acquisendo lo stabilimento per trasformarlo in condominio industriale, di cui Gff potrebbe diventare uno degli affittuari. La Regione per ora tace, anche sul progetto di legge regionale sui consorzi industriali pubblici elaborato dal Collettivo di fabbrica con la consulenza di giuristi solidali. Un silenzio che pesa, mentre cresce la pressione di Qf. Il liquidatore ha smesso di partecipare alle riunioni ministeriali previste dall’iter della legge sulle delocalizzazioni e vorrebbe seguire un’altra strada: le dimissioni incentivate dei dipendenti ancora in organico, cui è stato proposto un “contributo” da trattare individualmente, a partire dalla cifra di cinquemila euro lordi, un ammontare, a dire il vero, che nemmeno copre i mancati stipendi del 2024. “Sono licenziamenti mascherati, vogliono prenderci per fame”, dicono i portavoce del Collettivo di fabbrica. Intanto la pressione aumenta.

Il liquidatore Gianluca Franchi mostra in queste settimane un inedito attivismo: ha visitato più volte lo stabilimento e ha cercato di spostare la vertenza sindacale sul terreno dell’ordine pubblico. Ha denunciato a mezzo stampa “l’esproprio” della fabbrica, da mille giorni in assemblea sindacale permanente, e ha definito “illegale” e “abusivo” lo stesso Festival di letteratura working class, arrivando a chiamare in causa come complice della presunta illegalità, con toni a dir poco sopra le righe, anche uno dei testimonial del Festival, l’attore Elio Germano. È una richiesta, nemmeno troppo velata, di arrivare allo sgombero “manu militari” del presidio.

Ad alzare ulteriormente la tensione, c’è stato poi un misterioso episodio: il sabotaggio, nella notte di Pasquetta, della centralina elettrica aziendale, “disarmata” da ignote ma sapienti mani, con il risultato di togliere l’elettricità ai macchinari “dormienti” e al resto dello stabilimento. È stata insomma staccata la spina alla “bambina che dorme”, come gli operai chiamano la fabbrica dal 9 luglio 2021 in poi, quando le produzioni sono cessate, ma la manutenzione è proseguita, con le macchine ferme ma non del tutto silenti, ricordando -appunto- il respiro di un bambino che dorme. Sul presidio e sull’imminente Festival, dopo il sabotaggio, è dunque calato il buio, ma gli organizzatori –Collettivo di fabbrica, casa editrice Alegre, società di mutuo soccorso Insorgiamo, con il contributo di Arci Firenze e il patrocinio del Comune di Campi Bisenzio- non si sono persi d’animo e in pochi giorni hanno allestito il Festival nel piazzale all’esterno della fabbrica. Il cassone di un camion, aperto sul lato lungo, è diventato il palco; sedie e tendoni sono stati allestiti sull’asfalto, con i gruppi elettrogeni poco lontano; cibo e bevande sono arrivati dalle cucine di alcune case del popolo solidali con la lotta. Come ha commentato sornione Alberto Prunetti, direttore del Festival: “Un camion come palco: per un festival di letteratura working class è perfetto”.

La tensione, tolta alla rete elettrica, non è certo mancata nelle giornate del Festival, sia per l’innegabile emergenza, sia perché un drone ha preso a sorvolare il presidio. Si è scoperto che era manovrato da un’agenzia di investigazione incaricata da Qf, con l’intento -evidentemente- di documentare la supposta illegalità del festival, ponendo però possibili problemi di tutela della privacy dei partecipanti e di pieno esercizio dei diritti sindacali. Lo scontro, insomma, si è intensificato, ma c’è molta ironia nel fatto che la telecamera, oltre che le conferenze e il brulicare di persone, deve aver ripreso anche quello che Dario Salvetti, del Collettivo di fabbrica, sorridendo e scherzando, ha definito “la massima azione criminale di questi giorni”, ossia l’allestimento su una struttura mobile nei pressi del bar dove usano sostare i presidianti di pannelli solari portati (e pagati) da attivisti tedeschi. Il “Barcollo”, così si chiama il bar, nel pomeriggio di domenica è stato staccato dai generatori e connesso ai pannelli ed è quindi divenuto autosufficiente e interamente alimentato a energia solare. Al presidio è tornata la luce.

È una bella metafora, quest’episodio di solidarietà, generosità ma anche pratica efficienza, di quel che gli operai vorrebbero fare nello stabilimento, oggi pressoché morto e minacciato -dicono- dall’ennesimo intervento della speculazione immobiliare. Il Progetto di reindustrializzazione dal basso è stato ormai definito in tutti i suoi dettagli, con un business plan che attende solo d’essere sottoposto all’attenzione dei possibili finanziatori e quindi messo in atto. Il Collettivo di fabbrica, con i suoi numerosi consulenti solidali, ha corretto un po’ la rotta rispetto agli intenti iniziali. Il progetto aggiornato non punta più sui pannelli di nuova generazione proposti da una startup italo-tedesca, declassati per ora a idea per il futuro, ma su pannelli più tradizionali, di fascia media, “personalizzabili”, da realizzare utilizzando macchinari già individuati e “prenotati” dall’azienda che li produce.

Gff, la nascente cooperativa operaia, sostenuta da un azionariato popolare che ha già superato quota 600mila euro, si occuperebbe sia della produzione e installazione di nuovi pannelli, sia della dismissione di quelli vecchi, chiudendo quindi il cerchio fino al riciclo. A questa attività primaria, si aggiungerebbe la produzione di cargo-bike, sempre in una logica di transizione ecologica, nell’energia come nella mobilità. Secondo il dettagliatissimo business plan presentato nelle settimane scorse in varie assemblee pubbliche ai futuri soci di Gff, la capacità d’impiego potrebbe arrivare a circa 130 posti di lavoro, qualcuno in più dei soci lavoratori che si sono già candidati. Insomma, è quasi tutto pronto per avviare la nuova industrializzazione del sito, manca “solo” ciò che il Collettivo di fabbrica reputa più importante, ossia la disponibilità dello stabilimento, in modo da convertirlo in “fabbrica sostenibile e socialmente integrata”. Il Collettivo, al momento, non prende in considerazione ipotesi logistiche alternative e chiede l’intervento pubblico. Osservando che sarebbe presto ripagato grazie alla ripresa delle attività, mentre finora -solo per gli ammortizzatori sociali- il caso Gkn sarebbe costato alle casse dello Stato circa 25 milioni di euro (il progetto di Gff, per dire, prevede un investimento di circa sette milioni).

Qui arrivano le noti dolenti. Nonostante il caso Gkn sia la vertenza sindacale toscana più importante, e quella nazionale forse più promettente, grazie alle mobilitazioni e alla capacità progettuale mostrata da operai e solidali, spicca il silenzio della politica (e anche, a dire il vero, la timidezza del sindacalismo maggiore). Un silenzio letteralmente mortale: non solo per chi lo subisce -cioè Collettivo di fabbrica e Gff- ma anche e forse soprattutto per chi lo pratica. Il governo nazionale, nei più recenti interventi di alcuni suoi esponenti, ha mostrato vicinanza rispetto alla proprietà e alla sua richiesta di spostare la vicenda sul piano dell’ordine pubblico, sorvolando sulle numerose mancanze di Qf (gli incontri disertati, i piani non presentati, gli stipendi non pagati), mentre dal governo regionale e dai partiti di opposizione non si sono levate voci significative in direzione opposta; non si intravede, al momento, la volontà di difendere lo stabilimento e di sostenere l’unico progetto in campo -quello dei lavoratori- volto all’avvio di nuove attività.

La sensazione è che stia passando forse l’ultimo treno per istituzioni e forze politiche che sembrano vittime delle proprie paure e di una sostanziale povertà di idee. Quanto al Collettivo di fabbrica, non si è mai fatto troppe illusioni sull’esito finale della lotta, “è più che probabile che alla fine perderemo”, hanno sempre detto, ma c’è la persuasione che le proposte di ripresa produttiva siano credibili e realizzabili, per cui niente sarà lasciato d’intentato. La lotta dunque continua, “finché ce ne sarà”, come dice uno dei tanti slogan creati nei primi mille giorni di presidio, e resta di evidente attualità la domanda che gli operai appena licenziati rivolsero al mondo esterno: “E voi come state?”. Già, come stiamo?

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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