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Crisi climatica / Approfondimento

La lotta dei giovani cittadini di El Paso per una giusta transizione in Texas

I giovani attivisti di Sunrise El Paso dopo aver consegnato le 40mila firme a sostegno della loro petizione per la "Climate charter" © Sunrise El Paso

A inizio maggio gli abitanti della città texana al confine con il Messico sono chiamati a esprimersi sull’adozione di una “Carta per il clima” che fissa obbiettivi per il passaggio alle energie rinnovabili, per proteggere le risorse idriche e contrastare gli impatti dello shale gas. Una proposta a cui si oppongono le lobby dell’industria fossile

La giornata di sabato 6 maggio potrebbe segnare un punto di svolta importante per la città texana di El Paso, al confine con il Messico. I suoi abitanti saranno infatti chiamati alle urne per esprimersi su quella che è stata ufficialmente registrata come “Proposition K” ma che i suoi giovani promotori presentano come “Climate charter for the city of El Paso”, ovvero un documento in nove punti che contiene le linee guida fondamentali per avviare una transizione verde e giusta in una città particolarmente legata all’economia fossile.

“Gli obiettivi principali che vogliamo raggiungere con questa iniziativa sono tre -spiega ad Altreconomia Crystal Moran, attivista di Sunrise El Paso-. La transizione completa all’energia solare entro il 2045 e la promozione dei green jobs in città, perché pensiamo che i posti di lavoro legati alla transizione energetica e climatica contribuiscano a portare prosperità nelle comunità, anziché danneggiarle. Infine, chiediamo che la municipalità si doti di un Dipartimento per il clima che lavori per monitorare e portare avanti queste politiche”.

Nella Climate charter, inoltre, si fissano target di riduzione delle emissioni climalteranti, si impegna la municipalità a stilare annualmente un piano di mitigazione e preparazione ai disastri climatici (ad esempio con la creazione di una rete elettrica resiliente) e si indicano interventi a tutela delle risorse idriche cittadine minacciate dall’espansione dell’industria del fracking nel vicino bacino del Permian, il più grande giacimento di shale gas degli Stati Uniti. “Per un singolo pozzo vengono utilizzati milioni di litri d’acqua -spiega Moran-. Già oggi le falde non si ricaricano con la stessa velocità con cui vengono utilizzate: la prospettiva che la nostra acqua possa essere utilizzata da una società per l’estrazione di shale gas per noi è estremamente preoccupante. Per questo vogliamo impedirne in futuro la vendita alle società che operano al di fuori del confine cittadino di El Paso”.

Sunrise El Paso, di cui Crystal Moran è appunto uno dei fondatori, è composto in larga parte da giovani latinos che vivono lungo la fascia di confine che separa la città statunitense dalla sua “gemella” messicana, Ciudad Juarez. “Il gruppo è formato da persone di origini e provenienze diverse, quello che ci lega è la volontà di proteggere la nostra comunità e renderla un posto migliore -continua Moran-. El Paso è al dodicesimo posto negli Stati Uniti per livelli di inquinamento da ozono. Al tempo stesso si trova in uno dei luoghi più soleggiati al mondo, eppure solo il 5% dell’energia elettrica che utilizziamo viene prodotta da impianti fotovoltaici. Continuiamo a dipendere moltissimo dai combustibili fossili, con tutto quello che ne consegue in termini di inquinamento e conseguenze sulla nostra salute”.

L’organizzazione è nata nel 2019, sull’onda del primo sciopero globale per il clima, e fa parte di un network attivo in tutti gli Stati Uniti per promuovere il “Green new deal” e la giustizia ambientale. I giovani attivisti texani hanno iniziato da subito a rimboccarsi le maniche: nel 2019 hanno animato le proteste contro la cessione dell’azienda elettrica locale (El Paso Electric Company) al colosso finanziario JP Morgan. Successivamente, tra il 2020 e il 2021 hanno dato vita a una coalizione con associazioni di abitanti della vicina Chaparral (nel confinante Stato del New Mexico) per protestare contro l’ampliamento della centrale a gas “Newman 6” le cui emissioni avrebbero avuto un pesante impatto ambientale e sulla salute degli abitanti delle due comunità. “Purtroppo non abbiamo avuto successo -ricorda Moral-. Ma la coalizione ha comunque ottenuto la chiusura di altri tre impianti a gas e uno stop alla costruzione di nuovi per quattro anni. Oltre a un impegno a ridurre le emissioni e al pagamento di un risarcimento”.

La proposta di una Carta per il clima -ma soprattutto la credibilità dei suoi promotori- affonda le radici proprio in queste battaglie. “El Paso è una città progressista, è relativamente ‘piccola’ rispetto alle più grandi metropoli come Austin, Houston e Dallas. Ha una politica locale molto viva e i suoi abitanti sono decisamente attivi -spiega ad Altreconomia Michael Siegel, direttore di Ground Game Texas, un’organizzazione che promuove l’attivismo dal basso e che collabora con Sunrise nella battaglia per l’adozione della Carta per il clima-. Uno dei motivi principali per cui questa campagna ha avuto successo sta proprio nel fatto che a promuoverla siano stati dei giovani, ragazzi dai vent’anni in su, che si sono spesi molto e in prima persona presso le proprie comunità”.

Secondo Siegel un ulteriore punto di forza di questa iniziativa sta nell’aver messo l’accento sul tema della giustizia climatica: a El Paso (come in molte altre zone del mondo) le infrastrutture più impattanti e inquinanti sorgono a ridosso dei quartieri più poveri, i cui abitanti pagano il prezzo più elevato e spesso non hanno voce in capitolo né le forze per opporsi a questi progetti. “In città e nelle aree limitrofe sorgono una raffineria e altre due centrali elettriche: si trovano nelle aree in cui la gente ha meno potere e meno rappresentanza. La Climate charter vuole agire anche in questo senso, per ri-orientare il potere verso le persone che sono maggiormente esposte ai rischi del cambiamento climatico”.

Questi fattori hanno permesso ai giovani attivisti di raccogliere ben 40mila firme (rispetto alle 20mila necessarie) nel corso dei primi sei mesi del 2022 per sottoporre la “Carta per il clima” al consiglio municipale, che ha fissato come detto per il 6 maggio 2023 la data per il referendum. Il raggiungimento di questo importante risultato, però, ha dato il via anche a un’aggressiva campagna di disinformazione da parte dei media locali che, invece, fino a quel momento avevano sostenuto gli sforzi di Sunrise El Paso. “La Camera di commercio locale ha pubblicato uno studio che ha diffuso informazioni false sulla nostra iniziativa -spiega Moran-. Hanno stimato una perdita enorme di posti di lavoro e costi altissimi. Abbiamo letto persino che se la ‘Climate charter’ venisse approvata i cittadini sarebbero costretti a rinunciare alle stufe a gas e verranno obbligati ad acquistare auto elettriche. Nulla di questo è nella nostra proposta”. Non stupisce che sui 23 membri del board della Camera di commercio, ben 21 abbiano legami con l’industria fossile.

Se il 6 maggio i cittadini di El Paso voteranno a favore della Climate charter, il Consiglio comunale di dovrà stanziare i fondi per dare vita al Dipartimento per il clima e nominare un direttore, il cui compito principale sarà quello di fissare obiettivi per la riduzione delle emissioni climalteranti, per lo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili e dei green jobs. “Dovrà spingere El Paso verso il futuro e intraprendere una forte azione di contrasto agli effetti del cambiamento climatico -conclude Michael Siegal-. Temo però che verranno intentate cause legali per contestare una o più parti del documento: quella relativa all’acqua, ad esempio, potrebbe essere al centro di un’azione legale. Sappiamo anche che a livello statale è stata depositata una proposta di legge per impedire che altre città possano adottare provvedimenti simili. Ci aspetta dunque un periodo di battaglie: a livello cittadino, per la piena implementazione della Carta; nei tribunali, per proteggerla quanto più possibile; a livello statale, per far crescere e diffondere il movimento per il clima”.

A prescindere dall’esito del voto, gli attivisti di Sunrise continueranno a mobilitarsi per la difesa della loro comunità: “Abbiamo identificato cinque aree della città che sono direttamente impattate da centrali elettriche e raffinerie -conclude Moran-. Vogliamo mobilitare gli abitanti di questi quartieri che pagano un prezzo altissimo per l’inquinamento e supportarli nella loro lotta per la giustizia climatica. Inoltre, vogliamo entrare in contatto con le altre comunità che abitano nelle aree del Bacino del Permian”.

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