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“Perché Cassinetta di Lugagnano ha aderito a Riprendiamoci il Comune”

Domenico Finiguerra, sindaco del piccolo paese nel Parco del Ticino, spiega le ragioni che hanno portato il Consiglio comunale a sostenere, all’unanimità, la campagna che si propone con due leggi di iniziativa popolare di affrontare le crisi degli enti locali e proporre un nuovo modello ecologico e sociale a partire dalle comunità

Cassinetta di Lugagnano è un piccolo Comune della città metropolitana di Milano dall’alto valore agricolo e paesaggistico. Si trova infatti all’interno del Parco lombardo della valle del Ticino ed è classificato riserva della biosfera, essendo perciò tutelato dall’Unesco. Dal 2021 è di nuovo guidato da Domenico Finiguerra, al suo terzo mandato come sindaco. Nel corso dei primi due, dal 2002 al 2012, il primo cittadino si è contraddistinto per un’amministrazione coraggiosa e per politiche innovative rispetto alla gestione del territorio. “Siamo stati uno dei primi Comuni a fermare il consumo di suolo, con un piano regolatore che impedisce una folle cementificazione -ricorda Finiguerra-. Siamo stati anche parte del Coordinamento degli enti locali per l’acqua pubblica e qui sono nati la campagna Stop al consumo di territorio e il forum Salviamo il Paesaggio”.

La lotta per il suolo non è passata di moda, specie in Lombardia, dove al contrario si vuole costruire la tangenziale Vigevano-Malpensa e i nuovi tasselli della Tangenziale Ovest esterna di Milano. Progetti in contrasto con la realtà di Cassinetta di Lugagnano: “Nel paese c’è una buona presenza di cittadini arrivati negli anni 90, in fuga dalla metropoli e da un modello di sviluppo che vediamo affermarsi attorno alla città. E che qui respingiamo con forza”. In linea con questo approccio, il 20 marzo il Consiglio comunale ha deliberato all’unanimità l’adesione alla campagna Riprendiamoci il Comune, promossa da decine di organizzazioni e movimenti sociali: tra gli altri Arci, Acli, Cittadinanzattiva, Attac Italia e Medicina Democratica, Altreconomia.

Sindaco Finiguerra, quali sono le ragioni che vi hanno spinto ad aderire a Riprendiamoci il Comune?
DF Innanzitutto la campagna sostiene due proposte di legge di iniziativa popolare che rispondono alle esigenze non soltanto del nostro Comune ma di tutti i piccoli paesi. La prima punta a eliminare l’obbligo del pareggio di bilancio finanziario e a superare tutti quei vincoli frutto delle politiche di austerità degli ultimi vent’anni. Queste sono state calate dall’alto e hanno posto i Comuni, che sono l’ultimo anello e spesso il più debole della catena istituzionale, nell’oggettiva impossibilità di esercitare la loro funzione pubblica. Il limite principale è quello all’assunzione di personale, che ha reso impossibile per i Comuni la programmazione di uno sviluppo culturale o di qualità ambientale. Cassinetta di Lugagnano, ad esempio, ha sette dipendenti appena. L’alternativa sarebbe far ricorso a professionisti esterni o ad appalti, rivolgendosi a società che svolgono le stesse funzioni dell’amministrazione locale ma con personale proprio e precario. Rimuovere i limiti alle assunzioni di personale significherebbe quindi rilanciare l’attività del pubblico ma andrebbe anche nella direzione del contrasto al precariato e al lavoro non virtuoso. Le difficoltà legate al blocco delle assunzioni si sono viste ancor di più in questi mesi, in cui c’è un carico amministrativo notevole. I Comuni sono infatti le realtà più ingaggiate nella realizzazione dei progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza: ma soprattutto nei piccoli paesi, non c’è personale a sufficienza. Il rischio è che l’Italia ottenga le risorse per una serie di servizi e progetti, ma non abbia poi la struttura amministrativa per raggiungere molti degli obiettivi.

La campagna propone di ripartire dal pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere. Che cosa significherebbe questo cambiamento?
DF Significherebbe uscire dalla logica dell’economia aziendale, che mette per un ente locale la sistemazione dei conti davanti a tutto. Anche prima della sistemazione degli equilibri sociali, ecosistemici, di genere, quelli che dovrebbero essere invece gli obiettivi principali dell’amministrazione locale. La necessità di raggiungere il pareggio di bilancio porta anche a conseguenze negative dal punto di vista ecologico: se i Comuni non hanno i soldi, spesso, cementificano il territorio per ottenere oneri di urbanizzazione in cambio. Oppure svendono il patrimonio pubblico accumulato negli anni.

La campagna sostiene anche una seconda proposta di legge, che prevede la socializzazione di Cassa depositi e prestiti. Perché sarebbe fondamentale?
DF Le due proposte vanno lette in parallelo: le risorse per far pareggiare il bilancio vanno trovate comunque ma senza che i servizi siano erogati in funzione esclusivamente del criterio economico. Con la socializzazione di Cassa depositi e prestiti, i Comuni potrebbero ritrovare finalmente quell’alleato finanziario forte e quelle risorse che mancano per realizzare tutta una serie di interventi che oggi non sono in grado di portare avanti: dalla cura del dissesto idrogeologico, agli investimenti in infrastrutture di comunità come scuole, asili nido e piste ciclabili. Si tratta di investimenti che rimetterebbero in moto l’economia del Paese, oltre a migliorare la qualità della vita dei cittadini. Servirebbe però una Cassa depositi e prestiti che metta a disposizione queste risorse: d’altronde, la sua mission iniziale era di essere l’ente a sostegno degli investimenti pubblici, mentre oggi si comporta a tutti gli effetti come una banca qualsiasi.

Prima parlava dei piccoli Comuni, come Cassinetta di Lugagnano, spiegando come siano quelli più penalizzati dal modello attuale. Come mai? E perché questa campagna va nella giusta direzione?
DF Questa è finalmente una proposta che risponde alle esigenze dei piccoli Comuni, dopo anni in cui l’attività dell’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) ha guardato soprattutto alle esigenze delle aree metropolitane e dei grandi centri. Che hanno però delle macchine amministrative molto più complesse e articolate, hanno più forza e risorse per rispondere alle emergenze o sfruttare opportunità di progetti importanti come ora. In realtà, adesso, sia i piccoli Comuni sia i grandi centri vivono un periodo di difficoltà, dopo la riforma Delrio e lo smantellamento delle Province: queste rappresentavano infatti un alleato istituzionale, che andava a compensare ai limiti di risorse e personale. Ci auguriamo che questa campagna possa quindi riaprire il dibattito rispetto a tutto il tema delle autonomie locali, che è cosa ben diversa rispetto all’autonomia differenziata di cui si parla oggi, centrata tutta sul ruolo delle Regioni. E che vede come grande assente l’ente più federalista che esista. I Comuni, noi.

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