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Diritti / Attualità

Resistere, cercando di non esistere. Le voci delle donne afghane raccolte dal Cisda

© UN Photo/Eric Kanalstein

Alle limitazioni dei diritti fondamentali imposte dai Talebani in Afghanistan durante il primo anno di ritorno al potere -dall’istruzione alla salute- si sommano la crescente povertà e insicurezza alimentare. Ecco le testimonianze custodite e rilanciate dalle attiviste del Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane

È il diritto di vivere che manca. Le donne scomparse dietro i drappi neri e tra le pieghe del burqa, lottano per riprenderselo. “Dovevo uscire a comprare del filo, mi serve per il mio lavoro di sarta. Il primo ordine da molti mesi, devo approfittarne. La stoffa nera mi inghiotte, tutta coperta, un vecchio corvo. Solo gli occhi respirano, vedono, li vedono. Avanzano dal fondo della strada, fermano la macchina, scendono. Sono tre, armati. Puntano dritto su di me. Gridano, non si sa perché. La mia mente corre veloce, è tutto a posto? Sono in regola? Sono coperta come vogliono loro, il cuore accelera. No, i guanti neri non li ho. Ci sono 45 gradi all’ombra. Sudo tanto che li vedo traballare in un’immagine acquatica. Sono sola, per strada. Ecco ho disobbedito. Gridano, mi spingono, sono una schifosa puttana, sì perché sono uscita a comprare del filo, senza un dannato uomo, senza i guanti, mi sento un pupazzo nelle loro mani. Nessuno mi proteggerà, tutti hanno paura. Mi accorgo che sto tremando. Mi malmenano, sempre senza smettere di urlare, mi danno un calcio, cado, se ne vanno garantendomi la loro punizione per la prossima volta. Mi arresteranno e mi frusteranno. Questo il programma. Ma per questa volta è andata bene. Avevano fretta. Mi asciugo il sudore, respiro, mi nascondo, aspettando che la macchina sparisca. Ora, finalmente, posso comprare il mio filo”.

Così racconta Amina, piccola e tenace sarta di 16 anni. “Qui si soffoca. La vita è diventata così pesante che non riesci nemmeno a respirare. Se i Talebani fossero capaci di portar via l’ossigeno da dentro i nostri polmoni, lo farebbero”, Shazia ha quattro figlie femmine ed è esasperata. I divieti per le donne sono ovunque: non ci sono leggi, solo ordini, ogni volta diversi. Ogni giorno se ne inventano di nuovi; “Così ti tengono sempre sul chi vive, sull’orlo dell’errore, di una punizione possibile”.

I disturbi mentali, la depressione, soprattutto i suicidi , sono in forte aumento tra le donne. “Cerco in tutti i modi di essere forte -dice Samia, vedova e con una famiglia da mantenere- ma la situazione di adesso è molto stressante, siamo sotto pressione, incerte, spaventate. A volte non riesco nemmeno più a prendermi cura di me stessa in modo appropriato. Devo vendere bolani ( focacce di pasta fritta ripiene di verdure) per strada, per poter nutrire la mia famiglia. È dura, la gente non ha niente, non ha nemmeno soldi per mangiarsi un bolani. Ma il peggio è che ogni giorno vengo minacciata dai Talebani; mi gridano in faccia con il fucile puntato perché non sto a casa come dovrei. Mi ripetono che sono una prostituta, che sotto la copertura dei bolani cerco clienti. Devo sopportare tutto questo, non mi faccio colpire dalle loro parole e dai loro gesti, non li ascolto. Cambio ogni giorno strada. Ogni giorno cucino di nuovo i bolani che mi hanno rubato. Se dovessi restare chiusa in casa, come vogliono loro, moriremmo tutti di fame”. Si fa di tutto per non morire di fame. La maggior parte della gente non ha posto per altri pensieri. L’inverno scorso ha decimato la popolazione, specialmente i più piccoli.

Vendere in sposa una bambina, anche di tre o quattro anni, può significare la sopravvivenza degli altri figli. Anche i piccoli maschi si vendono. Anche parti del corpo, come i reni, per 400 dollari, anche quelli dei bambini, i genitori cercano di convincere i medici riottosi. Anche loro possono vivere con un solo rene, ma nessuno può vivere senza mangiare. “Nonostante i nostri stomaci siano vuoti e i nostri piedi pesanti come il piombo, io in questo orribile momento, non voglio vendere i miei figli come fanno molti -racconta Laila-. Ho imparato a combattere in questi tempi così duri e a sostenerli. Sono riuscita a iscrivere a scuola i due maggiori e studiano sodo. Questi giorni terribili passeranno, i miei figli diventeranno grandi e io sarò finalmente felice”. Ha coraggio Laila, chissà fino a quando ancora. Chissà dove la speranza ferita perde forza, svanisce, si arrende. Ci deve essere un limite oltre il quale si dice basta.

“Nonostante i nostri stomaci siano vuoti e i nostri piedi pesanti come il piombo, io in questo orribile momento, non voglio vendere i miei figli come fanno molti” – Laila

Noshin era scappata due anni fa dal suo villaggio sotto il controllo talebano. Il capo dei miliziani voleva costringere il padre a dargliela in moglie per saldare debiti inesistenti. Ma Noshin voleva studiare essere medico, oculista per l’esattezza: questo era il destino che si era scelto. Scappa a Kabul tutta la famiglia, di notte, per evitare il disastro della sua vita. Ma da agosto nella capitale la situazione diventa troppo difficile. Non c’è lavoro, non c’è da mangiare. Tornano a vivere in campagna, dove suo padre può riprendere a fare il contadino, l’unica cosa che sa fare. “Mi sento circondata da un deserto. Niente lavoro, niente scuola, niente cibo. Non posso immaginare se e quando tutto questo potrà finire o se durerà per molti anni. Quello che mi spaventa è che i Talebani costringano mio padre a vendermi. Lui mi ha sempre protetto e sostenuto e, per questo, per evitare di ritrovarci nella situazione dalla quale eravamo fuggiti, siamo andati in un villaggio in cui nessuno ci conosce. Ma, con i Talebani dappertutto, la storia che ho già vissuto potrebbe ricominciare. Cerco di stare nascosta il più possibile perché loro cercano ragazze da comprare o da rubare. Piccole schiave dei loro poveri capricci. Non sarò una di loro. Cerco di non esistere”.

Ragazzi e ragazze non si devono vedere nemmeno da lontano. All’Università di Kabul, tre giorni alla settimana sono per le ragazze e tre per i maschi. Per le bimbe la scuola si ferma alla sesta classe (l’equivalente della nostra prima media inferiore). Anche nei parchi è lo stesso, tre giorni per uno. Nei ristoranti, le famiglie non possono mangiare insieme, le donne devono sedere nella parte destinata a loro, gli uomini dall’altra. Negli uffici amministrativi del governo le donne non possono entrare. Le cacciano via, nessuno dei loro problemi viene preso in considerazione. Non possono fare nessuna pratica, non le ascoltano.

“Da quando ci sono i Talebani al potere -racconta Sarah, che lavora ancora per una organizzazione umanitaria- la violenza contro donne e bambine ha raggiunto il suo picco. Non esiste più nessuna autorità che possa limitare questa tragedia. I suicidi di donne aumentano ogni mese. Nessuno può dire quanti siano, pochi sono registrati”. L’orrore è permesso. Ai Talebani non dispiace. Le scuole per le bambine non ci sono più e i padri sono liberi di vendere le proprie figlie, sempre più piccole, al miglior offerente.

Una vista di Kabul, prima del ritorno al potere dei Talebani © Farid Ershad, unsplash

“Donne e bambine hanno invaso le strade per chiedere l’elemosina, che spesso è l’unica risorsa che rimane -continua Sarah-. Vediamo lunghe file davanti ai panettieri: non aspettano di comprare il pane, non possono. Aspettano che qualcuno, più fortunato di loro, glielo regali, per svoltare un altro giorno. Ragazzi e uomini stanno ore fermi nelle piazze, in attesa di qualche caporale che li assuma per un giorno. Quasi sempre sono delusi”.

Dentro le scuole, quelle poche che ci sono, l’aria è pesante. Farzana è un’insegnante di Mazar-e-Sharif, nel Nord del Paese. Una delle poche città dove ancora le aule sono aperte alle ragazze. Le regole sono strettissime: “Insegnanti e studentesse devono portare vestiti e guanti neri, coprire tutto il corpo e il viso, lasciando liberi solo gli occhi. Non possono togliere il loro hijab nemmeno in classe, tutta femminile -racconta-. A noi insegnanti hanno consegnato tre libri islamici che dobbiamo imparare a memoria. Quando la squadra talebana arriva a controllare, se non rispondiamo correttamente alle domande perdiamo il posto di lavoro. Quando qualche studente ha avuto un buon risultato è severamente vietato applaudire. Dobbiamo solo gridare la parola: Mashallah!. Le loro spie sono dovunque, tra gli studenti e tra gli insegnanti, soprattutto donne. Due volte a settimana il team di controllo talebano visita la scuola e sono sempre pronti a trovare qualche cavillo cervellotico che permetta di chiudere le porte alle ragazze”.

Nelle università la vita è triste. Le giovani donne possono ancora andarci ma sono consapevoli di essere le ultime: mancano le scuole superiori. La catena del sapere si è interrotta. Molte giovani hanno perso la speranza, altrettante se ne sono andate. Quelle che resistono lo fanno per cercare di evitare un matrimonio forzato. Ogni donna in Afghanistan rischia, ogni giorno, nelle piccole cose della vita quotidiana. Quelle normalmente rassicuranti che si sono trasformate in trappole.

“Insegnanti e studentesse devono portare vestiti e guanti neri, coprire tutto il corpo e il viso, lasciando liberi solo gli occhi. Non possono togliere il loro hijab nemmeno in classe, tutta femminile” – Farzana, insegnante di Mazar-e-Sharif

Ma c’è chi rischia di più. Sono le attiviste che si sono esposte per combattere per i diritti delle donne, che hanno organizzato, negli ultimi vent’anni, centri legali, case protette, progetti di istruzione, presidi medici. Loro, che sono state un punto di riferimento per le donne della loro città e del loro Paese, erano in pericolo anche prima dell’arrivo dei Talebani a Kabul e oggi camminano su un filo sottile. Procedono sulla loro strada con fatica, con fantasia, con coraggio. Inventano progetti, vie traverse, nuovi sistemi per aggirare i divieti talebani e continuare ad aiutare le donne.

“Ormai è quasi un anno e la mia vita è stata completamente stravolta -dice Zinab, assistente sociale e attivista-. I problemi di sicurezza sono sempre al primo posto, ti ossessionano, ti lasciano addosso un disagio sottile, perfido. Tutti conoscono la mia attività passata. Abbiamo cambiato casa tre volte negli ultimi mesi, ogni volta in quartieri di Kabul diversi e lontani tra loro per cancellare le tracce. Abbiamo perso i contatti con i nostri amici e parenti, con quelle persone che frequentavano spesso la nostra casa. Siamo un pericolo anche per loro e soprattutto per i nostri figli: i miei maggiori, un ragazzo e una ragazza, studiavano all’università e ora non possono più farlo perché i loro compagni e i loro professori sanno bene chi siamo. Sanno che io mi occupavo di diritti delle donne, che avevamo case protette, che mio marito è laico e anti-talebano. Mia figlia più piccola a scuola non può più andarci. Non c’è spazio né luce per guardare il futuro, non ci sono strade. È così per tutti i nostri ragazzi, ma nessuna di noi è disposta a cedere”.

Donne e bambini davanti alla moschea di Mazar-i-Sharif © Depositphoto

Zinab si muove sempre con il burqa, cambia ogni giorno l’ora in cui va in ufficio e torna la sera. Ha sempre paura di essere seguita, identificata, arrestata. Paura che trovino la sua casa, che minaccino la sua famiglia a causa del suo lavoro per i diritti delle donne. “Anche quando siamo in ufficio dobbiamo stare all’erta. Se dovessero arrivare i Talebani, dobbiamo essere pronte a metterci l’hijab e a separarci dai nostri collaboratori maschi”. Nonostante tutto, l’ufficio è diventato una scuola segreta, per le ragazze dalla settima classe in poi (la nostra seconda media inferiore), con un corso di cucito a fare da paravento se dovessero arrivare i Talebani. Ma la paura c’è, per le ragazze e per loro. Sono coraggiose, le allieve, forti, entusiaste. Vogliono imparare tutto quello che possono, in fretta, il cammino resta sospeso. La voglia di sorridere ritorna. In un mondo senza risate anche questo è rivoluzionario. Come lo sono i colori, banditi dai Talebani. Proteste variopinte combattono contro il nero: alcune giovani coraggiose escono senza hijab, portano foulard colorati, vestiti fiorati. Sfidano, rischiano. Ritrovano se stesse. Alle conseguenze non vogliono pensare. Finché ce la fanno.

Le giovani donne che protestavano per le strade nei mesi scorsi sono in silenzio. Le minacce, gli arresti, le torture hanno spento le voci. La tattica talebana è quella di non aggredirle subito, durante la manifestazione, con gli occhi dei social addosso che potrebbero riprenderli e mostrare al mondo il loro volto repressivo. Fotografano, pedinano, tracciano percorsi, arrestano. Dopo, quando nessuno vede, si regolano i conti. Lena, un mese fa, ha partecipato a una protesta per i diritti, per far parte del Governo, perché le venga restituito il suo lavoro. Le parole d’ordine sono sempre le stesse, semplici, essenziali: cibo, lavoro e libertà: “Ce l’hanno messa tutta per disperderci. Ci hanno inseguito una per una con i fuoristrada cercando di investirci. Per fortuna siamo riuscite tutte a scappare. Per ora dobbiamo fermarci”, racconta.

Le donne che circolano per le strade ormai sono poche e tutte coperte. Molte ragazze che hanno protestato, molti giornalisti, sono spariti. Nessuno sa dove siano e se siano vivi. Ora per punire le trasgressioni delle donne i Talebani colpiscono e incriminano i parenti maschi. La punizione e il divieto sono trasferiti direttamente dentro la famiglia: sono i mariti, i padri, i cognati a chiudere a chiave la porta. E la violenza familiare aumenta.

“Ce l’hanno messa tutta per disperderci. Ci hanno inseguito una per una con i fuoristrada cercando di investirci. Per fortuna siamo riuscite tutte a scappare. Per ora dobbiamo fermarci”, Lena

Gli attentati continuano come prima, ovunque e in qualsiasi momento. In genere colpiscono i civili, specialmente a Kabul. “La tragedia è che gli ospedali non funzionano, i medici sono fuggiti, il sistema è collassato, per cui le vittime restano senza cure, non ci sono attrezzature sanitarie -dice Manija di Rawa, l’Organizzazione rivoluzionaria delle donne afghane-. Funziona solo l’ospedale di Emergency. Le uccisioni degli ex collaboratori del precedente governo, civili e militari, non si sono fermate”.

Altre volte gli attacchi colpiscono direttamente le macchine e i mezzi militari dei miliziani islamici. I nemici, anche per loro, non mancano. Le ostilità interne tra la Rete Haqqani (militanti islamisti vicini ai Talebani) e il gruppo di Kandahar, gli attacchi dell’Isis Khorasan (la “branca” locale del sedicente Stato Islamico) che contende il terreno e gli uomini dell’Alleanza del Nord che rivogliono il potere perduto. Ma per la maggior parte sono regolamenti di conti interni. Nessun riflesso sulla stampa di questi “incidenti”.

“Qualche giorno fa -dice Hamed- è esploso un ordigno magnetico attaccato a un’automobile dei Talebani, molti di loro sono stati uccisi. Questo succedeva vicino a casa mia, ho potuto vedere da vicino, ma le notizie in tv non ne parlavano affatto. Su questi attentati i miliziani impongono una censura totale. Adesso è più facile anche perché i social media, che sfuggivano al loro controllo, vengono usati meno: non ci sono soldi per pagare la connessione, pochi se lo possono permettere”.

I media restano nel mirino. Un mondo di silenzio, di sospetto, di paura. È questo l’Afghanistan di oggi: gli attivisti, i giornalisti, anche chi scrive un solo post sui social, viene arrestato e sparisce. “Nel corso di questo anno non c’è stato nessun cambiamento tra i Talebani. Non mi aspetto che questo governo collassi -dice Nelab, militante di Rawa-. Probabilmente stanno pensando, su pressione degli americani, di includere nel governo attuale alcuni rappresentanti di quello passato. Era uno degli argomenti della Loja Jirga (termine che possiamo tradurre con “grande assemblea”, ndr) del mese scorso. Un modo per arrivare al riconoscimento internazionale di questo governo, includendo prima di tutto i “signori della guerra” con tutto il loro carico di delitti e denaro. Un modo per ridare credibilità ai Talebani, caldeggiato dagli Stati Uniti. Un altro passo verso un disastro ancora più irreversibile per il popolo afghano”.

“Nel corso di questo anno non c’è stato nessun cambiamento tra i Talebani. Non mi aspetto che questo governo collassi” – Nelab, militante dell’associazione Rawa

Le militanti di Rawa, che non hanno abbandonato il Paese, hanno un vantaggio: sono clandestine da quarant’anni. “Noi non siamo figure pubbliche, non siamo registrate, non conoscono la nostra faccia né la nostra vera identità e in qualche modo è più facile per noi”, riprende Nelab. Queste attiviste possono muoversi più liberamente per costruire i loro progetti, seguendo i percorsi di sempre, dai tempi del primo governo talebano. Ma si muovono in un mondo irto di ostacoli. “Sono tempi molto pesanti, forse più di quello che ci si aspettava. Non solo per la nostra sicurezza e sopravvivenza, ma anche perché è molto difficile coinvolgere le persone, trovare alleati -riflette Nelab-. C’è un tempo per la rivoluzione in cui la gente è chiamata ad agire, a ribellarsi e un tempo in cui le cose sono così difficili che predomina la delusione, l’abbandono, la disperazione e non si vuole più continuare la lotta. Penso che questo momento sia arrivato anche nella nostra storia. Riuscire a vivere, in qualunque modo, è già un successo. Un’attività che esaurisce”.

Le militanti di Rawa non sono donne che si scoraggiano. “Le scuole segrete per ragazze si moltiplicano, in molte province: Farah, Mazar, Jalalabad, Kabul. Le ragazze sono entusiaste: inglese, scienze, matematica, informatica, materie vietate alle donne. Insegniamo soprattutto questo”. Le studentesse rischiano molto, potrebbero essere duramente picchiate se i familiari sapessero. Sania, è una di loro: “Mio fratello è Talebano e se sapesse che frequento la scuola segreta mi picchierebbe a morte. Ci obbliga ad andare alla madrasa la mattina, ma il pomeriggio scappo a ritrovare la mia vita. Invento sempre nuove scuse, parto presto e faccio giri assurdi per non insospettire nessuno”. Sania ha trovato un posto sicuro per nascondere i suoi libri: la cucina, dove gli uomini non si avventurano mai. Pentole e fornelli proteggono il suo coraggio. Le giovani donne si organizzano anche da sole. Chi sa, mette la sua preziosa istruzione a disposizione di altre donne, nel quartiere, con le vicine, con le amiche, con le figlie, con le nonne. Un percorso di sapere condiviso, di resistenza, trasversale e difficile da fermare.

Manca il sapere ma manca soprattutto il cibo. Fin dai primi tempi dopo la presa del potere da parte dei Talebani, le attiviste di Rawa si sono date da fare per sostenere la popolazione: “Distribuiamo cibo alle famiglie -dice Nelab- un progetto indispensabile ma senza futuro perché le cose non potranno che peggiorare. Anche qui dobbiamo sfuggire al controllo talebano. Se ci vedono ci portano via tutto”. Proseguono i progetti dei piccoli gruppi di donne che coltivano zafferano e nei villaggi tra le montagne in cui ci sono scuole e presidi medici. Piccole oasi di libertà, insidiate dai Talebani. L’unità mobile sanitaria di Rawa, ben attrezzata, percorre le strade di tutto il Paese, si avventura nei luoghi più sperduti. I medici sono soprattutto donne.

“Quando a fine giugno c’è stato il terremoto nel Sud-Est dell’Afghanistan, abbiamo mandato laggiù un team medico al femminile. La situazione era catastrofica, morti ovunque, macerie e feriti senza assistenza. I Talebani ci hanno fermato e volevano impedirci di lavorare. Sono state proprio le donne, per le quali non era prevista nessuna assistenza, e gli anziani dei villaggi a protestare e richiedere il nostro aiuto. Alla fine hanno vinto loro. È stato un lavoro massacrante ma ce l’abbiamo fatta. Per molte di queste donne era il primo incontro della loro vita con un medico”.

Intanto, mentre un Paese intero sprofonda insieme alle sue donne, mentre viene annientato il suo futuro, gli occhi dell’Occidente guardano altrove. Non c’è scandalo, né reazione, né clamore della comunità internazionale. Nessuno vuole sapere. Il governo talebano sembra un fatto compiuto, accettato. Forse si pensa a riconoscerlo come legittimo. Il disastro che chiuderebbe definitivamente la prigione afghana. Distrazione, silenzio, indifferenza, oppure, semplicemente, complicità.

Cristiana Cella è giornalista, scrittrice, sceneggiatrice. Segue le vicende afghane dal 1980, quando entrò clandestinamente a Kabul, vietata ai giornalisti, per documentare la resistenza della città contro l’invasione russa. Seguì, successivamente, per due mesi, i combattenti laici e democratici sulle montagne del Paktia, condividendone la vita quotidiana, le battaglie e le speranze. Dal 2009 fa parte del direttivo del Cisda (Coordinamento italiano sostegno donne afghane), ha partecipato a diverse delegazioni in Afghanistan, l’ultima delle quali nel novembre 2019. Si occupa di progetti umanitari nel Paese e ha collaborato con l’Unità, il Sole 24 ore e altre testate on line. Ha pubblicato un libro: “Sotto un cielo di stoffa. Avvocate a Kabul” (Città del sole Edizioni).

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