Cultura e scienza / Intervista

Sette minuti per la dignità 



Una storia operaia. Una ristrutturazione industriale porterebbe le dipendenti di una fabbrica tessile a perdere oltre la metà della pausa pranzo, regalando ogni giorno “7 minuti” alla proprietà. Una metafora del potere, secondo l’attrice Ottavia Piccolo, protagonista del film in sala dal 3 novembre

L'attrice Ottavia Piccolo: è tra le protagoniste del film "7 minuti", di Michele Placido, in sala dal 3 novembre, dopo aver portato a teatro l'omonimo testo teatrale di Stefano Massini

“Sanno che ci aspettiamo il peggio. Sanno che accetteremo, probabilmente, tutto. Pur di lavorare… Dio, non la sopporto questa frase -che vuol dire? Che significa?- ‘pur di lavorare’!”
Blanche, 61 anni, operaia specializzata, è la portavoce di un gruppo di dipendenti della Picard & Roche, riunite in un consiglio di Fabbrica.
Il volto e la voce di Blanche/Bianca sono di Ottavia Piccolo, che dopo aver portato in tournée lo spettacolo “7 minuti” di Stefano Massini, con la regia di Alessandro Gassmann, è tra le protagoniste dell’omonimo film, in sala dal 3 novembre per la regia di Michele Placido.
Una vecchia e gloriosa azienda tessile viene comprata da una multinazionale. Invece degli attesi licenziamenti la nuova proprietà propone al consiglio di fabbrica un accordo che pone un’unica, semplice clausola: ridurre di 7 minuti la pausa-pranzo di 15 minuti.

“La vicenda è ispirata da una storia vera” spiega ad Altreconomia Ottavia Piccolo, “ma il testo di Massini in realtà inventa una richiesta delle proprietà, pur se plausibile. Inventato è anche un consiglio di fabbrica di 11 donne -che ne rappresentano 200- di cui fanno parte operaie e anche impiegate. Ma questo non importa: la cosa bella è che il teatro si può permettere di inventare e malgrado ciò raccontare la verità, raccontare qualcosa che ci corrisponde. Non ci interessa da dove è partito Massini -un fatto reale-, ma il risultato che ha conseguito, l’approdo cui arrivato. È un testo che fa molto pensare, non ideologico, non politico -nel senso di partitico-.
Si tratta di storie vere, protagonisti sono gli esseri umani che abbiamo intorno. Sono donne che subiscono un ricatto economico, un ricatto che subiscono tutte le categorie di lavoratori: ‘o così o si chiude’. Quei 7 minuti diventano quindi un  caso emblematico, una richiesta provocatoria. Dal testo si evince che la proprietà -le ‘cravatte’, le chiamano le lavoratrici- non sia in crisi e debba ridurre il personale. Quella richiesta, allora, è un’affermazione del suo potere. Ecco, di questo si parla”.

Il potere si insinua a partire dai particolari, i diritti si perdono gradualmente, quasi senza accorgersene.
OP “7 minuti sembrano niente, ma Bianca -che io interpreto- fa notare che tutte direbbero subito ‘sì’. Poi fanno i conti, e si rendono conto che quei 7 minuti, moltiplicati per tutte le dipendenti, diventano svariate ore al mese. Ore di lavoro gratis. Quei sette minuti sono un precedente, per loro e per altri casi.
I temi che vengono toccati quindi sono molto più universali: la paura della perdita del lavoro, la messa in discussione dei diritti che ci sembravano acquisti. La protagonista del testo è dunque la dignità.
Ma ci sono altri temi: la lotta fra giovani e vecchi, quel conflitto generazionale che sentiamo tutti i giorni. ‘Voi vecchi potete permettervi di parlare di diritti. A noi ce la faranno scontare per altri 40 anni’ dice una delle dipendenti più giovani. È un testo molto presente. E poi c’è un altro tema: quello della paura. Entra nel testo attraverso la voce di una lavoratrice di colore, migrante. Ha lasciato un Paese dove la paura domina, spiega la ragazza. ‘Voi cominciate a conoscerla solo ora. Io lo so che cos’è: vuol dire non guardare in faccia a nessuno. Non interessandoti di chi hai lasciato indietro’, dice.
Ecco quindi: perdita di identità, in una crisi che morde da tutte le parti, e non solo le fabbriche. Vedo i miei giovani colleghi che non sanno quali sono i loro diritti. Sembra di dover chiedere sempre scusa, dover ringraziare chi ci fa lavorare, anche nel mondo dello spettacolo. La mia generazione forse non è stata capace di far capire ai più giovani che certi diritti vanno difesi. Gli esempi dati nel frattempo non hanno aiutato. Una situazione fra la lotta tra poveri e la difesa di posizioni acquisite che non vengono messe in discussione”.

Protagonista è anche il tema della scelta.
OP “Il mio personaggio fa scattare nel gruppo un sentimento di responsabilità individuale. Diamo sempre la colpa al sistema, ma siamo noi che prendiamo le decisioni. Paura, sospetto, ‘si salvi chi può’: viviamo in una società dove il ‘noi’ non ha diritto. Ecco perché lo spettacolo è un allestimento corale: non è solo la storia di 11 operaie, è molto di più perché riguarda tutti, la nostra vita di oggi. E il testo è pieno di indizi che lo confermano. Molte dipendenti cambiano idea fino a quando la situazione è in stallo. Cinque sono contrarie, cinque favorevoli. L’ultima, la più giovane, in finale si decide. Ma il sipario cala prima che possiamo ascoltare il suo verdetto”.

A Milano, per la regia del compianto Ronconi, un altro spettacolo di Massini, “Lehman Trilogy” racconta il capitalismo.
OP  “Il legame tra i due testi è evidente: 7 minuti è il risultato di Lehman. Quello che è successo un secolo dopo. Un capitalismo massacrato da una finanza cieca che sta distruggendo l’economia”.

Come risponde il pubblico?
OP “Vedo gran voglia di parlare di questi argomenti. Molti ci ringraziano. A Todi è venuta a salutarci una delegazione di lavoratrici del settore tessile e una di sindacaliste. Lo spettacolo ha un gran successo. Anche se ormai il teatro si fa con gli abbonamenti, si vendono anche molti biglietti, grazie al passaparola. La gente viene perché sa di che cosa si tratta. Mica a tutti deve piacere, però sento una grande condivisione. ‘Anche nel mio ufficio mi stanno chiedendo la stessa cosa’. Vuol dire che l’argomento è sensibile, lo leggiamo tutti i giorni sui giornali”.

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