Economia / Opinioni

Vincoli europei e Legge di bilancio: la modifica delle regole obbliga a non accettare formule semplicistiche

“Se l’allentamento dei vincoli europei valesse soltanto per i nuovi investimenti, l’Italia dovrebbe destinare a tale voce almeno 15 miliardi di euro in più rispetto a quanto spende -ancora decisamente troppo poco- in manutenzione. Con il pericolo di creare un cortocircuito tra i nuovi investimenti e le spese di manutenzione straordinaria che sono assolutamente indispensabili per il nostro Paese”. L’analisi del prof. Alessandro Volpi

© Markus Spiske - Unsplash

I margini di manovra della prossima Legge di bilancio appaiono assai stretti e, in buona misura, dipendenti dalle stime sugli andamenti economici inserite nella Nota al documento economico e finanziario (Nadef) che il governo dovrà presentare entro la fine di settembre.
L’Italia non cresce e gli spazi fiscali sono molto limitati in assenza di una profonda riforma del sistema delle entrate, mentre le coperture per le misure introdotte nel corso del 2019 sono assai impegnative. In quest’ottica diventa decisiva la disponibilità della Commissione europea a concedere al nostro Paese una buona dose di flessibilità che, però, non potrà essere negoziata solo in relazione alla specificità italiana ma dovrà riguardare interventi in grado di coinvolgere anche altri Stati membri. Soprattutto dovrà trattarsi di stimoli reali alla ripresa economica non caratterizzati, come in passato, dall’aumento della spesa corrente che ha dimostrato di non dare frutti in termini di ripresa del Pil. L’Italia è infatti un Paese in cui la spesa pubblica incide per oltre il 50% sul Pil e, tuttavia, la quasi totalità di quella spesa viene indirizzata verso la spesa corrente e non si traduce in spesa per investimenti, con la conseguenza appunto di non generare una crescita capace di ridurre il rapporto debito-Pil e di abbattere la pressione fiscale.

Recependo questi dati di fatto, la proposta del governo Conte pare rivolta a chiedere lo scomputo dai vincoli europei degli investimenti “buoni”, orientati a favorire la transizione ecologica e a migliorare le condizioni infrastrutturali del Paese. In altre parole, questi investimenti non verrebbero conteggiati nel calcolo dei parametri di Maastricht e dovrebbero facilitare una spinta in avanti del Pil, con avvertibili benefici nel reddito degli italiani. Seguire una simile strada, peraltro, parrebbe obbligato perché le politiche monetarie espansive della Bce, efficaci per finanziare i debiti pubblici di vari Paesi europei, sono risultate decisamente poco funzionali nel sostenere il più generale rilancio economico. Si torna quindi a parlare di una “golden rule”, di una deroga, per gli investimenti come volano di ripresa, ammettendo questa volta una possibilità di scomputo dai vincoli più estesa rispetto al passato, in quanto destinata a comprendere non solo il cofinanziamento nazionale di progetti finanziati dall’Europa ma ad allargarsi ad uno stock di investimenti interamente nazionali.

Se venisse accolta, questa proposta darebbe certamente un opportuno respiro all’economia e ai conti pubblici italiani; un respiro che sarebbe decisamente maggiore qualora si realizzasse un’ulteriore condizione, tutt’altro che secondaria. La “golden rule”, in genere, viene ipotizzata per gli investimenti finalizzati a realizzare infrastrutture nuove mentre tende a non essere contemplata per la manutenzione o il riammodernamento di strutture esistenti. Come ha fatto notare Eurispes, però, nelle economie mature la maggior parte della spesa in infrastrutture è in realtà necessaria per mantenere lo stock esistente di capitale fisso. Così, anche in Italia, già prima della crisi, una grossa percentuale degli esborsi in infrastrutture era destinata al mantenimento delle stesse, così da contrastare il normale deprezzamento dello stock di capitale.

Per queste ragioni in Italia, a partire dal 2013, la spesa in investimenti netti è diventata negativa, con la conseguenza che, se fosse stata applicata la regola per cui il deficit fiscale consentito dal Patto di stabilità avrebbe dovuto essere corretto in base alla spesa in investimenti netti, paradossalmente, il limite consentito per tale deficit per l’Italia avrebbe dovuto essere abbassato rispetto al 3% del Pil. Questo significa che se l’allentamento dei vincoli europei valesse soltanto per i nuovi investimenti, l’Italia dovrebbe destinare a tale voce almeno 15 miliardi di euro in più rispetto a quanto spende -ancora decisamente troppo poco- in manutenzione. Per essere ancora più chiari, se la riscrittura delle regole europee non tiene conto di un simile elemento, si corre il serio pericolo di creare un cortocircuito tra i nuovi investimenti e le spese di manutenzione straordinaria che sono assolutamente indispensabili per il nostro Paese. Del resto già in passato alcune misure di apparente allentamento dei vincoli di bilancio si sono tradotte in vere e proprie forche caudine; basti pensare alla revisione del Patto di stabilità per gli enti locali che, dietro la formula molto generica del suo superamento, ha introdotto obblighi tali da generare, ancora nel 2017, oltre 5 miliardi di euro di residui bloccati. Molto rischiosa, per l’eccessiva aleatorietà dei parametri utilizzati, sembra anche l’idea di stabilire quale principio fondamentale nella valutazione dei conti pubblici il rapporto tra il tasso di crescita della spesa primaria, al netto degli interessi, e il tasso di crescita potenziale dell’economia di un Paese, secondo cui il primo dovrebbe essere inferiore al secondo. La valutazione della crescita potenziale si è rivelata un criterio assai vago e, in genere, adoperato in chiave restrittiva. Dunque, fare una doverosa battaglia in Europa per la modifica delle regole obbliga a non accettare formule troppo semplicistiche.

Università di Pisa

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